Ministero della Salute

FAQ- Peste suina africana (PSA)

Ultimo aggiornamento:  21 gennaio 2022

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Che cos'è la peste suina africana?



È una infezione virale che colpisce i suini domestici e selvatici, non trasmissibile all’uomo. È una malattia altamente infettiva e spesso mortale per gli animali colpiti, sostenuta da un virus della famiglia Asfaviridae, genere Asfivirus.
Questo virus è incapace di stimolare la formazione di anticorpi neutralizzanti, fattore che rende estremamente complicata la preparazione di un vaccino.



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Quando è comparsa la peste suina africana e dove è diffusa?



La malattia è stata scoperta in Africa nel 1921 e qualche decennio dopo è stata segnalata in Europa (Portogallo 1957, 1960-1994; Spagna 1960-1995; Francia 1964; Italia 1967, 1969, 1978; Russia 1977; Malta 1978; Belgio 1985; Olanda 1986) e anche in America (Cuba 1971, 1980; Brasile 1978; Repubblica Dominicana 1978; Haiti 1979).

Fino alla fine degli anni ’90 la PSA è stato un pericolo sottostimato. In quel periodo, l’infezione era stata eradicata da diversi territori (es. America Latina, Europa occidentale) e la Regione Sardegna era l’unica area ancora endemica fuori dal continente africano.

Nel 2007 l’infezione è stata segnalata nel Caucaso provocando immediatamente l’allarme degli esperti a livello internazionale. In quest’area, la malattia ha trovato le condizioni ideali per diffondersi, non solo nella fitta rete di allevamenti familiari caratterizzati da uno scarso livello di biosicurezza, ma anche nella popolazione di cinghiali. L’infezione si è rapidamente estesa verso Nord interessando progressivamente la Federazione Russa e diverse altre repubbliche appartenenti all’ex Unione Sovietica fino a coinvolgere anche stati membri dell’Unione Europea, tra cui Polonia, Germania, Estonia, Lettonia, Slovacchia, Grecia, Lituania, Romania, Ungheria, Bulgaria: ad oggi sono stati registrati migliaia di focolai negli allevamenti di suini domestici e nei cinghiali selvatici.

Il 7 gennaio 2022 il Centro di Referenza Nazionale per lo studio delle malattie da Pestivirus ed Asfivirus dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e Marche ha confermato la positività in un cinghiale trovato morto in Piemonte, nel Comune di Ovada, in provincia di Alessandria.



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Come si trasmette la malattia?



La PSA è una malattia altamente infettiva e diffusiva. I suini ed i cinghiali si contagiano attraverso:

  • contatto con animali infetti, compreso il contatto tra suini che pascolano all’aperto e cinghiali selvatici
  • ingestione di carni o prodotti a base di carne di animali infetti: scarti di cucina, broda a base di rifiuti alimentari e carne di cinghiale selvatico infetta (comprese le frattaglie)
  • contatto con qualsiasi oggetto contaminato dal virus, come abbigliamento, veicoli e altre attrezzature
  • morsi di zecche infette. Questa è una modalità di trasmissione di minore rilevanza in Europa, in quanto la specie di zecca interessata (O. erraticus) non è presente in maniera uniforme in tutto il continente (S. Costard et al. 2013)

La circolazione di animali infetti, i prodotti a base di carne di maiale contaminata e lo smaltimento illegale di carcasse sono le modalità più rilevanti di diffusione della malattia.

Il virus è dotato di una buona resistenza in ambiente esterno e può rimanere vitale anche fino a 100 giorni sopravvivendo all'interno dei salumi per alcuni mesi o resistendo alle alte temperature. Nel sangue prelevato è rilevabile fino a 18 mesi.




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La PSA è una malattia pericolosa per l’uomo?



No. Questa malattia non è trasmissibile all’uomo né attraverso il contatto diretto con animali malati, né tramite alimenti di origine suina. L’uomo può però essere veicolo di trasmissione del virus attraverso la contaminazione di veicoli, indumenti, attrezzature, cibo di origine o contenente carne suina, anche stagionata.



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Perché è importante controllare la PSA?



La malattia, pur non rappresentando un pericolo sanitario per l’uomo, è causa di un importante impatto socio-economico nei Paesi colpiti in quanto è causa di ingenti perdite a carico del settore zootecnico suinicolo.

Le norme europee, al fine di eradicare e controllare la diffusione della malattia, prevedono l’abbattimento dei suini domestici in cui è stato riscontrato il focolaio e il blocco delle movimentazioni e commercializzazione al di fuori dell’area infetta, compresa l’esportazione, dei prodotti a base di carne suina provenienti dalle aree focolaio.

Basti pensare al potenziale danno economico conseguente all’esportazione dei prosciutti e di altri salumi ed insaccati italiani riconosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.



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Quali sono i segni e i sintomi della peste suina africana?



I sintomi principali negli animali colpiti sono:

  • febbre
  • perdita di appetito
  • debolezza del treno posteriore con conseguente andatura incerta
  • difficoltà respiratorie e secrezione oculo-nasale
  • costipazione
  • aborti spontanei
  • emorragie interne
  • emorragie evidenti su orecchie e fianchi

La presenza del virus nel sangue (viremia) dura dai 4 ai 5 giorni; il virus circola associato ad alcuni tipi di cellule del sangue, causando la sintomatologia che conduce inevitabilmente al decesso dell’animale, spesso in tempi rapidissimi.

Gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, giocando dunque un ruolo fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua trasmissione.

Il virus è dotato di una buona resistenza in ambiente esterno e può rimanere vitale anche fino a 100 giorni sopravvivendo all'interno dei salumi per alcuni mesi o resistendo alle alte temperature. Nel sangue prelevato è rilevabile fino a 18 mesi.



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Che differenza c'è tra peste suina africana e la peste suina classica?



Si tratta di due malattie che colpiscono i suini, portate da due virus diversi. L’agente eziologico della PSA è un virus a DNA a doppia elica, appartenente alla famiglia Asfaviridae, genere Asfivirus.

La PSC è invece portata da un virus a RNA a singola elica, appartenente alla famiglia Flaviviridae, genere Pestivirus.

La sintomatologia nelle forme acute è uguale nelle due malattie e per tale motivo, appena si riscontrano sintomi sospetti nei suini allevati è necessario informare il servizio veterinario competente per il territorio al fine di procedere con gli opportuni accertamenti diagnostici. 



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Cosa si deve fare per evitare l’ingresso della peste suina africana in un allevamento di suini?



Al fine di evitare l’ingresso della malattia in un allevamento si devono applicare le norme di biosicurezza previste nel Piano nazionale, la sorveglianza passiva nel settore domestico e nel selvatico.

Nel Piano si fa particolare riferimento alle possibilità di contatto con i selvatici, responsabili del mantenimento del virus nell’ambiente e della sua diffusione, in virtù delle grosse distanze che i gruppi di cinghiali sono in grado di coprire anche giornalmente e in riferimento alle operazioni di pulizia e disinfezione in azienda, alla corretta gestione delle norme igienico-sanitarie del personale, etc.



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Cosa devo fare se trovo una carcassa di cinghiale?



È fondamentale informare il servizio veterinario dell’ASL competente sul territorio o della Polizia Provinciale o Municipale in modo che possano essere attivate le procedure diagnostiche ed allo smaltimento della carcassa in sicurezza.

È fondamentale non spostare la carcassa.



. Cosa devo fare per evitare di diffondere, in modo inconsapevole, il virus nel territorio?

È indispensabile adottare una serie di comportamenti corretti e di precauzioni per prevenire la diffusione della malattia. Li riportiamo sinteticamente indirizzati a diverse tipologie di utenti.

Per tutti:

  • non portare in Italia dalle zone infette (del nostro o di altri Paesi dell’Unione Europea o Paesi Terzi) prodotti a base di carne suina o di cinghiale, quali, ad esempio, carne fresca e carne surgelata, salsicce, prosciutti, lardo, che non siano etichettati con bollo sanitario ovale
  • smaltire i rifiuti alimentari, di qualunque tipologia, in contenitori idonei e chiusi e non somministrarli per nessuna ragione ai suini domestici o ai cinghiali
  • non lasciare rifiuti alimentari in aree accessibili ai cinghiali
  • informare tempestivamente i servizi veterinari del ritrovamento di una carcassa di cinghiale

Per i cacciatori:

  • pulire e disinfettare le attrezzature, i vestiti, i veicoli e i trofei prima di lasciare l’area di caccia
  • eviscerare i cinghiali abbattuti solo nelle strutture designate
  • evitare i contatti con maiali domestici dopo aver cacciato

Per gli allevatori:

  • rispettare le norme di biosicurezza, in particolare il cambio di abbigliamento e calzature quando si entra o si lascia l’allevamento e scongiurare i contatti anche indiretti con cinghiali o maiali di altri allevamenti
  • notificare tempestivamente ai servizi veterinari sintomi riferibili alla PSA e episodi di mortalità anomala

È possibile scaricare le locandine con le indicazioni per gli allevatori, i turisti, i cacciatori e i veterinari.



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È disponibile un vaccino efficace contro il virus della Peste Suina Africana?



No. Al momento attuale non sono disponibili vaccini efficaci in quanto il virus non stimola la produzione anticorpi neutralizzanti. Questo comporta necessariamente l’applicazione di misure importanti al fine di evitare la diffusione del virus, soprattutto tra gli allevamenti suinicoli.



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Sono disponibili farmaci per la prevenzione e il trattamento della peste suina africana?



No, non esistono trattamenti specifici per la cura della PSA nei suini colpiti.

Per evitare la diffusione della malattia in allevamenti indenni, devono essere applicate le misure previste dalle norme unionali e nazionali.



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Vi sono restrizioni nei Paesi nei quali è presente la Peste Suina Africana?



In alcuni Paesi in cui la PSA è molto diffusa sussiste il divieto di uscita e di ingresso di prodotti alimentari a base di carne suina al seguito dei passeggeri. Si consiglia, soprattutto per i viaggi nei Paesi terzi, di informarsi presso le ambasciate sulla possibilità di trasporto di prodotti alimentari contenenti carni suine.



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È sicuro mangiare carne o prodotti alimentari contenenti carne suina?



I prodotti a base di carne suina possono essere consumati in sicurezza, in quanto il virus della peste PSA non è trasmissibile all’uomo. Tuttavia i rifiuti devono essere correttamente smaltiti.

Va sottolineato che nella Unione europea, a seguito della notifica di focolai di PSA negli allevamenti, è prevista l’attuazione di strette misure di controllo, che vanno dall’abbattimento e distruzione dei suini, all’istituzione di zone infette intorno ai focolai, sia nel settore domestico che nei cinghiali, dove sono vietate le movimentazioni in entrata e in uscita di animali e prodotti, compresi i sottoprodotti, a meno di specifico trattamento volto ad eliminare la presenza del virus, eseguito in stabilimenti autorizzati.

La movimentazione di suini vivi e prodotti suini, inclusi i sottoprodotti, è consentita in deroga e solo previa esecuzione favorevole di rigidi controlli sanitari. Inoltre,  al di fuori delle zone infette, i suini inviati al macello vengono sottoposti a visite pre-macellazione (visita ante-mortem) e post-macellazione (visita post-mortem) che assicurano in caso di sospetto l’eliminazione degli animali dalla catena alimentare.,.



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Come si possono preparare in sicurezza le carni suine?



Premesso che la PSA non costituisce un pericolo sanitario per le persone, è buona norma igienico-sanitaria, al fine di evitare contaminazioni anche con patogeni comuni, separare sempre la carne cruda dai cibi cotti o pronti da consumare.

Non utilizzare lo stesso tagliere o lo stesso coltello per carne cruda e altri alimenti e non riporre la carne cotta sullo stesso piatto o sulla stessa superficie su cui si trovava prima della cottura. Dopo aver maneggiato carne cruda, lavarsi accuratamente le mani con acqua e sapone.

Non mangiare carne suina cruda o poco cotta.



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Il virus negli escrementi contaminati per quanto tempo rimane attivo?



In generale, il virus è dotato di una buona resistenza in ambiente esterno e può rimanere vitale anche fino a 100 giorni sopravvivendo all'interno dei salumi per alcuni mesi o resistendo alle alte temperature.

Si riportano schematicamente alcuni dati sulla resistenza del virus:

  • Radiazioni UV: sensibile

Temperatura:

  • -80°C: resiste per molti anni (sangue) con titolo invariato
  • -40°C: 14 mesi (sangue) con titolo diminuito
  • -20°C: 9 mesi (sangue) con titolo diminuito
  • +4°C: (nella carne) 17 - 33 gg
  • +37°C: (nel siero) 18 giorni
  • +56°C x 30 minuti: diminuzione del titolo
  • +63°C x 50 minuti: (nel sangue) inattivazione.
  • In disinfettanti comuni; agenti ossidanti, acidi diluenti, alogeni (cloruro, iodio), ecc., si inattiva rapidamente

Resistenza in condizioni naturali

Permanenza in:

  • feci: 2 gg.
  • organi in decomposizione: 3 - 4 gg.
  • sangue e midollo osseo: 15 gg.

Persistenza nei prodotti stagionati:

  • prosciutto: 188 gg.
  • salami: 60 - 75 gg.
  • carne affumicata: 25 - 90 gg


. In caso di focolai di PSA è consentita la caccia?

Nel caso in cui si verifichino focolai di PSA la normativa comunitaria prevede la sospensione della caccia nelle aree infette, per il maggior rischio di diffusione della malattia attraverso le movimentazioni degli animali selvatici spaventati dall’attività venatoria e per mezzo del trasporto del virus mediante mezzi di trasporto, attrezzi, indumenti, scarpe ed animali cacciati.

Tale misura ha l’obiettivo evitare la diffusione del virus nell'ambiente e di ridurre il rischio di ingresso del virus negli allevamenti di suini.



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Cosa fare in caso di comparsa di sintomi di malattia nei suini domestici o di mortalità di suini negli allevamenti?



  • avvertire immediatamente il servizio veterinario della ASL
  • non avvicinarsi alle carcasse e non consentire a nessuno di avvicinarsi
  • non portare fuori dall'allevamento animali ed oggetti
  • attendere l'intervento del Servizio veterinario della ASL per l'adozione dei provvedimenti stabiliti dalle norme unionale e nazionali


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Gli allevamenti familiari costituiscono un pericolo nella diffusione della Peste Suina Africana?



Gli allevamenti privati di suini per autoconsumo rappresentano comunque un rischio di diffusione del virus nell’ambiente e di contagio.

È necessario impedire che animali selvatici vengano a contatto con gli animali allevati, soprattutto se questi sono allevati anche all’aperto, mediante recinzioni e altre misure previste nel Piano Nazionale di Sorveglianza per la PSA.

I cani e i gatti che hanno accesso agli allevamenti suinicoli non rappresentano un pericolo; tuttavia è opportuno evitare che vengano a contatto con i suini per escludere precauzionalmente che possano diventare un veicolo passivo di trasmissione della malattia ad altri allevamenti o di portare il virus all’interno dell’allevamento interessato.

È, inoltre, buona norma osservare il comportamento degli animali e segnalare qualsiasi sintomo anomalo al Servizio veterinario.



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A chi compete la rimozione di cinghiali rinvenuti morti nel territorio?



Quando si rinviene, anche a seguito di incidente, la carcassa di un cinghiale si deve informare il servizio veterinario dell’ASL competente sul territorio o della Polizia Provinciale o Municipale in modo che possano essere attivate le procedure diagnostiche e di smaltimento della carcassa in sicurezza.



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Cosa fare se muore un suino in un allevamento rurale?



La morte di un singolo animale in un allevamento potrebbe non essere significativa ai fini di sospetto di PSA. Tuttavia, visto il riscontro della malattia in un cinghiale in provincia di Alessandria (Piemonte) il 7 gennaio scorso, il livello di allerta soprattutto nelle zone adiacenti l’area infetta ed in alcuni territori ad elevata vocazione allevatoriale suinicola è incrementato, e pertanto il decesso anche di un singolo animale o la comparsa di sintomi sospetti occorre effettuare segnalazione al Servizio veterinario della ASL al fine di procedere con gli opportuni accertamenti diagnostici e l’applicazione delle misure di prevenzione previste.



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È opportuno provvedere a disfarsi dei suini posseduti uccidendoli o abbandonandoli?



Chi possiede suini entro le 4 unità deve segnalare il possesso al Comune di appartenenza.

Disfarsi degli animali uccidendoli o abbandonandoli è un comportamento perseguibile penalmente in quanto sottrae gli animali ai controlli sanitari, qualora si rendessero necessari. (Articolo 500 del Codice Penale)



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È obbligatorio per chi possiede un piccolo allevamento rurale di suini registrarlo alla ASL di appartenenza?



La normativa nazionale prevede l’obbligo di registrare, presso il Servizio Veterinario dell’Asl, la detenzione di specie suina sia per scopi di allevamento commerciale, che rurale, per autoconsumo e hobbistico.

Infatti, tutte le aziende in cui sono allevati o custoditi maiali o cinghiali, inclusi gli allevamenti familiari che detengono anche un solo capo da ingrasso per autoconsumo devono essere registrate nella Banca Dati Nazionale (BDN).

Gli animali in azienda devono essere identificati entro 70 giorni dalla nascita e comunque prima di lasciare l’azienda. Per l’identificazione l’allevatore applica un tatuaggio sul padiglione sinistro riportante il codice dell’azienda di nascita.  È possibile, in aggiunta al tatuaggio, applicare una marca auricolare al padiglione destro con lo stesso codice. Se il tatuaggio non è più leggibile, l’allevatore deve tatuare nuovamente l’animale.



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Esiste una normativa per la sicurezza degli allevamenti biologici?



Gli allevamenti biologici sono sottoposti agli stessi controlli sanitari previsti per le altre tipologie di allevamento; il rispetto di disciplinari di produzione biologica non rappresenta un elemento di maggiore sicurezza sanitaria; la normativa in materia di sicurezza alimentare è la stessa per tutte le filiere produttive siano esse a carattere tradizionale, rurale, industriale o biologico ecc.
Gli allevamenti biologici con animali allevati all’aperto sono maggiormente a rischio di contrarre la malattia dai cinghiali e per questo motivo devono prendere tutti gli accorgimenti necessari per limitare questo rischio, installando ad esempio doppie reti.



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Quali controlli vengono effettuati sui suini?



L’allevamento suinicolo deve essere sottoposto a controllo da parte del servizio veterinario dell’ASL di competenza per il territorio, almeno una volta nell’ambito del ciclo produttivo. Il controllo comprende l'esame dei registri dell'allevatore, e, se del caso, esami complementari, oltre a prelievi di campioni d'acqua e di mangimi. Al macello, i suini devono subire una visita sanitaria ante mortem da parte di un veterinario ufficiale (il veterinario ASL). Una volta macellati, il veterinario ufficiale sottopone le carcasse ad un’ulteriore ispezione (ispezione post-mortem) durante la quale, a sondaggio o comunque in caso di fondato sospetto, può procedere al prelievi di campioni per la ricerca, ad esempio, di residui di sostanze ad azione farmacologica oppure di patogeni. Anche negli stabilimenti che lavorano ulteriormente le carni di suini il veterinario ufficiale deve garantire la sorveglianza ed il controllo sulla lavorazione delle carni stesse, nonché deve assicurare il controllo dell'igiene generale dello stabilimento ed il controllo del registro di entrata e di uscita delle carni.
Le carni che il veterinario ufficiale ritiene possano rappresentare un rischio per la salute umana, o anche per salute degli altri animali (problemi di sanità animale), sono sequestrate per essere sottoposte ad ulteriori accertamenti.




A cura di:

con il contributo dell' Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e Marche