Criteri di appropriatezze clinica, strutturale e tecnologica di Radiologia Interventistica
n. 12, novembre-dicembre 2011
Ministro della Salute: Renato Balduzzi
Direttore Scientifico: Giovanni Simonetti
Direttore Responsabile: Paolo Casolari
Direttore Editoriale: Daniela Rodorigo
Vicedirettore esecutivo: Ennio Di Paolo
Comitato di Direzione
Massimo Aquili (Direttore Ufficio V – Direzione Generale della Comunicazione e delle Relazioni Istituzionali); Francesco Bevere (Direttore Generale della Programmazione Sanitaria); Silvio Borrello (Direttore Generale per l'Igiene, la Sicurezza degli Alimenti e la Nutrizione); Massimo Casciello (Direttore Generale della Ricerca Sanitaria e Biomedica e della Vigilanza sugli Enti); Giuseppe Celotto (Direttore Ufficio Generale delle Risorse, dell'Organizzazione e del Bilancio); Gaetana Ferri (Direttore Generale della Sanità Animale e dei Farmaci Veterinari); Giovanni Leonardi (Direttore Generale delle Professioni Sanitarie e delle Risorse Umane del Servizio Sanitario Nazionale); Romano Marabelli (Capo Dipartimento della Sanità Pubblica Veterinaria, della Sicurezza Alimentare e degli Organi Collegiali per la Tutela della Salute); Marcella Marletta (Direzione Generale dei Dispositivi Medici, del Servizio Farmaceutico e della Sicurezza delle Cure); Fabrizio Oleari (Capo Dipartimento della Sanità Pubblica e dell'Innovazione); Filippo Palumbo (Capo Dipartimento della Programmazione e dell'Ordinamento del Servizio Sanitario Nazionale); Daniela Rodorigo (Direttore Generale della Comunicazione e delle Relazioni Istituzionali); Giuseppe Ruocco (Direttore Generale dei Rapporti Europei e Internazionali); Francesco Schiavone (Direttore Ufficio III – Direzione Generale della Comunicazione e delle Relazioni Istituzionali); Rossana Ugenti (Direttore Generale del Sistema Informativo e Statistico Sanitario); Giuseppe Viggiano (Direttore Generale degli Organi Collegiali per la Tutela della Salute)
Comitato Scientifico
Giampaolo Biti(Direttore del Dipartimento di Oncologia e Radioterapia dell'Università di Firenze); AlessandroBoccanelli (Direttore del Dipartimento dell'Apparato Cardiocircolatorio dell'Azienda Ospedaliera S. Giovanni Addolorata – Roma);LucioCapurso (Direttore Generale degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri – Roma); FrancescoCognetti (Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena Irccs – Roma); AlessandroDel Maschio (Direttore del Dipartimento di Radiologia delI'Ospedale San Raffaele Irccs – Milano);VincenzoDenaro (Preside delIa Facoltà di Medicina e Chirurgia e Responsabile delI'Unità Operativa Ortopedia e Traumatologia del Policlinico Universitario Campus Biomedico – Roma); Massimo Fini (Direttore Scientifico delI'Irccs S. Raffaele Pisana – Roma); EnricoGaraci (Presidente delI'Istituto Superiore di Sanità – Roma); EnricoGherlone (Direttore del Servizio di Odontoiatria delI'Ospedale San Raffaele Irccs – Milano); Maria Carla Gilardi (Ordinario di Bioingegneria Elettronica e Informatica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia delI'Università di Milano – Bicocca); Renato Lauro(Rettore dell'Università Tor Vergata – Roma); Gian Luigi Lenzi (Ordinario di Clinica Neurologica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia delI'Università la Sapienza – Roma); Francesco Antonio Manzoli (Direttore Scientifico delI'Istituto Ortopedico Rizzoli – Bologna); AttilioMaseri (Presidente delIa Fondazione "Per il Tuo cuore - Heart Care Foundation Onlus" per la Lotta alle Malattie Cardiovascolari – Firenze);Maria Cristina Messa (Ordinario del Dipartimento di Scienze Chirurgiche presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia delI'Università di Milano – Bicocca); SergioOrtolani (Coordinatore dell'Unità di Malattie del Metabolismo Osseo e Reumatologia – Irccs Istituto Auxologico Italiano – Milano); Roberto Passariello(Direttore dell'Istituto di Radiologia – Università La Sapienza – Roma); Antonio Rotondo(Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini – 2aUniversità di Napoli); ArmandoSantoro (Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica ed Ematologia – Irccs Istituto Clinico Humanitas – Rozzano, Mi); Antonio Emilio Scala (Preside delIa Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Vita/Salute San Raffaele – Milano); Giovanni Simonetti (Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Imaging Molecolare, Radioterapia e Radiologia Interventistica del Policlinico Universitario Tor Vergata – Roma);AlbertoZangrillo (Ordinario di Anestesiologia e Rianimazione dell'Università Vita/Salute San Raffaele e Direttore dell'Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Cardiochirurgica dell'Ospedale San Raf- faele Irccs – Milano)
Comitato di Redazione
Simonetta Antonelli, Massimo Ausanio, Carla Capitani, Amelia Frattali, Francesca Furiozzi, Milena Maccarini, Carmela Paolillo, Alida Pitzulu, Claudia Spicola(Direzione Generale della Comunicazione e Relazioni Istituzionali del Ministero della Salute),Antonietta Pensiero(Direzione Generale Personale, Organizzazione e Bilancio del Ministero della Salute)
Quaderni del Ministero della Salute
© 2011 - Testata di proprietà del Ministero della Salute
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Registrato dal Tribunale di Roma - Sezione per la Stampa e l'Informazione - al n. 82/2010 del Registro con Decreto del 16 marzo 2010
ISSN 2038-5293
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qualsiasi forma o per mezzo di apparecchiature elettroniche o meccaniche, compresi fotocopiatura, registrazione o sistemi di archiviazione di informazioni,
senza il permesso scritto da parte dell'Editore
Le ragioni di una scelta e gli obiettivi
Perché nascono i Quaderni
Uniformare e fissare, nel tempo e nella memoria, i criteri di appropriatezza
del nostro Sistema salute.
È l'ambizioso progetto-obiettivo dei Quaderni del Ministero della Salute, la
nuova pubblicazione bimestrale edita dal dicastero e fortemente voluta dal
Ministro Ferruccio Fazio per promuovere un processo di armonizzazione
nella definizione degli indirizzi guida che nascono, si sviluppano e procedono
nelle diverse articolazioni del Ministero.
I temi trattati, numero per numero, con taglio monografico, affronteranno
i campi e le competenze più importanti, ove sia da ricercare e conseguire la
definizione di standard comuni di lavoro.
La novità è nel metodo, inclusivo e olistico, che addensa e unifica i diversi
contributi provenienti da organi distinti e consente quindi una verifica
unica del criterio, adattabile volta per volta alla communis res. La forma
dunque diventa sostanza, a beneficio di tutti e ciò che è sciolto ora coagula.
Ogni monografia della nuova collana è curata e stilata da un ristretto e identificato
Gruppo di Lavoro, responsabile della qualità e dell'efficacia degli
studi. Garante dell'elaborazione complessiva è, insieme al Ministro, il prestigio
dei Comitati di Direzione e Scientifico.
Alla pubblicazione è affiancata anche una versione telematica integrale sfogliabile
in rete ed edita sul portale internet del Ministero www.salute.gov.it;
qui è possibile il costante approfondimento dei temi trattati grazie alla semplicità
del sistema di ricerca e alla scaricabilità dei prodotti editoriali; tra
questi spiccano le risultanze dei pubblici convegni mirati che, volta per
volta, accompagnano l'uscita delle monografie nell'incontro con le articolazioni
territoriali del nostro qualificato Sistema salute.
Non ultimo, il profilo assegnato alla Rivista, riconoscibile dall'assenza di
paternità del singolo elaborato, che testimonia la volontà di privilegiare,
sempre e comunque, la sintesi di sistema.
Paolo Casolari
Direttore Responsabile
Giovanni Simonetti
Direttore Scientifico
Prefazione
In questi ultimi anni, grazie ai numerosi studi clinici effettuati e al continuo
sviluppo tecnologico, la Radiologia Interventistica (RI) è riuscita ad affermare
il proprio ruolo autonomo di tecnica diagnostica e terapeutica di primo piano ponendosi,
con il consenso della comunità clinico-scientifica internazionale, a livello
competitivo con le attuali tecniche di chirurgia tradizionale nella diagnosi e nella
terapia di innumerevoli processi patologici. Le tecniche di RI rispetto alle terapie
chirurgiche tradizionali hanno dimostrato, in molti casi, pari efficacia e sicurezza
con riduzione dei tempi di degenza ospedaliera.
L'esigenza della medicina moderna di trattare le patologie sempre in modo meno
invasivo per il paziente, con minori costi sociali e ridotto numero di giornate di
degenza, e l'importante ruolo svolto nella gestione dell'emergenza hanno favorito
il diffondersi delle pratiche interventistiche che, attualmente, sono utilizzate negli
ospedali di medie e grandi dimensioni.
Questo documento si pone l'obiettivo di affrontare in modo organico l'utilizzo
delle tecniche diagnostiche e terapeutiche innovative effettuabili mediante la RI,
definendo criteri di appropriatezza organizzativa, funzionale e tecnologica come
modello e standard per i Centri esistenti e in corso di realizzazione. Quest'anno
anche il Consiglio Superiore di Sanità (I Sezione) ha approvato un documento
che, per la prima volta, affronta tali tematiche.
Si fa risalire l'origine della RI agli anni Sessanta sulla base di felici intuizioni, ma
anche per condizioni del tutto fortuite quando, nel 1964, Charles Dotter eseguì
casualmente la prima angioplastica di un'arteria iliaca in una paziente che doveva
essere sottoposta a un'arteriografia cerebrale. Il materiale allora in uso era abbastanza
grossolano, i cateteri non erano molto flessibili e le guide erano molto più rigide
delle attuali e, nel tentativo di far passare una di queste guide attraverso l'arteria
iliaca e forzando per introdurre il catetere, Dotter eseguì casualmente l'angioplasticav
dell'arteria iliaca stenotica. Dopo l'intervento, la paziente fu riportata in reparto
e immobilizzata per 24 ore. Il giorno dopo la paziente si accorse che poteva camminare
normalmente, a fronte di una precedente claudicatio, e andò deambulando
da Dotter ringraziandolo perché l'aveva guarita.
In Italia la RI nasce negli anni Settanta. Il 2 febbraio 1972, a Roma, al Policlinico
Umberto I, venne trattata la prima emorragia digestiva in un carabiniere vittima
di un conflitto a fuoco: era una grave emorragia addominale per sanguinamento
di ulcera da stress a livello dell'ultima ansa ileale, la quale venne trattata con pitressina
e successivamente con l'embolizzazione del vaso sanguinante (arteria ileocolica)
con coagulo di sangue autologo. Il 13 giugno 1974, sempre a Roma, venne
eseguita la prima embolizzazione con spugne di fibrina (Gelfoam®) di un'emorragia
digestiva e nello stesso anno, in ottobre, venne eseguita, sempre a Roma, la prima
angioplastica percutanea transluminale di un'arteria iliaca.
L'impulso maggiore allo sviluppo della RI si è avuto nei Centri in cui la disponibilità
dei clinici ha consentito l'effettuazione di sperimentazioni con la collaborazione
di equipe chirurgiche, condizione indispensabile per garantire una sicura gestione
del paziente. Fondamentale è stata anche la collaborazione con gli anatomopatologi,
con i quali lo scambio reciproco di informazioni ha garantito l'elevata qualità
diagnostica delle procedure interventistiche.
Nell'ambito della RI, tanto gli operatori quanto le attrezzature devono avere particolari
caratteristiche. È necessario che il radiologo interventista possieda conoscenze
e abilità specifiche e sviluppi una predisposizione per il rapporto con il paziente,
che va da lui seguito non solo nel momento procedurale, ma anche prima e dopo il
trattamento.
Occorre che il radiologo interventista affini le sue qualità con una pratica costante
nel tempo, per garantire standard procedurali elevati.
Anche il personale sanitario non medico che fa parte dell'equipe della RI deve
avere un'elevata professionalità, una conoscenza perfetta dei materiali e una
notevole adattabilità alle diverse situazioni operative.
Per il raggiungimento del successo tecnico e la corretta esecuzione della procedura
di RI vanno garantite, all'interno del Centro di Radiologia Interventistica, tutte
le guide strumentali (angiografo, sistema telecomandato, apparecchio ecografico,
tomografia computerizzata, risonanza magnetica, PET-TC) e tutti i materiali
disponibili, tra i quali sceglierà i più idonei in base alle sue capacità tecniche, alle
caratteristiche del caso da trattare, alla valutazione dei costi. Il materiale deve
essere facilmente reperibile e possibilmente situato in un deposito adiacente alla
sala d'intervento, per garantirne l'immediata disponibilità in qualsiasi evenienza.
Da parte sua il radiologo interventista si impegnerà a effettuare un attento controllo
di qualità delle procedure che compie e ad accrescere le sue capacità di valutazione
clinica, che non si esauriscono nel singolo atto procedurale, anche attraverso la gestione
autonoma di ambulatori e posti letto dedicati.
Il progresso delle procedure interventistiche deve portare anche alla formazione di
specifici operatori sanitari, nell'ottica dell'ottimizzazione della gestione del paziente
e delle risorse economiche disponibili.
La RI sta andando incontro a una continua espansione. L'impiego delle metodiche
interventistiche comporta un più favorevole rapporto costo-beneficio in ambito sanitario
ma, soprattutto, permette di ottenere risultati spesso superiori a quelli ottenibili
con le più invasive e costose terapie mediche e chirurgiche usuali. Le procedure
di RI comportano, infatti, minori rischi e minori disagi per il paziente, una riduzione
dei tempi di ricovero e un raro uso dell'anestesia generale.
A garanzia del paziente, i contenuti di questo documento devono essere a disposizione
di tutte le Autorità Regionali, dei Direttori Generali, Sanitari, degli imprenditori
di sanità e di quanti si occupano a vario livello di assistenza con l'obiettivo di una
moderna visione della medicina.
Prof. Renato Balduzzi
Ministro della Salute
Foreword
Over the past few years, thanks to the many clinical studies conducted and
the on-going development of technology, Interventional Radiology (IR) has
succeeded in consolidating an autonomous role as an important diagnostic and
therapeutic technique, with the consensus of the international scientific and clinical
community, such as to rival the conventional surgical techniques currently employed
in the diagnosis and treatment of numerous medical conditions. In many cases, IR
techniques have proven to offer the same efficacy and safety as conventional surgical
procedures, with shorter hospitalisation times.
The need for contemporary medicine to treat health conditions in a manner that
is less invasive for the patient, with lower social costs and fewer days of hospitalisation,
and the important role played in the management of emergencies have
favoured the diffusion of the interventional practices that are now used in mediumsized
and large hospitals.
The purpose of this document is to deal with the use of innovative diagnostic and
therapeutic techniques that can be performed by IR in a global manner, defining
the criteria of organisational, functional and technological appropriateness as a
model and standard for existing and future centres. This year, for the first time,
the Consiglio Superiore di Sanità [Italian Medical Council] (1st section) has approved
a document that deals with these issues.
Interventional Radiology was born in the 1960s, when, thanks to fortunate intuition
and completely fortuitous conditions, in 1964, Charles Dotter, quite by
chance, performed the first angioplasty procedure by dilating the iliac artery of a
patient requiring a cerebral angiogram. At the time, the equipment available was
anything but refined, the catheters were not very flexible and the guide wires far
stiffer than they are today and, as he tried to pass one of the guide wires along the
iliac artery and pushed to introduce the catheter, Dotter unintentionally succeeded
in dilating the stenotic iliac artery. After the procedure, the patient was taken back
to the ward and immobilised for 24 hours. The following day, the patient noticed
that she could walk normally, whereas she had previously had a limp and she
walked to Dotter to thank him for having healed her.
IR came to Italy in the 1970s. On 2nd February 1972, in Rome's Umberto I General
Hospital, for the first time, it was used to treat a digestive haemorrhage in a
Carabiniere with a fire-arm wound: it was a severe abdominal bleed due to the
bleeding of a stress-induced ulcer in the last ileal loop, which was treated with
pitressin and, subsequently, the embolisation of the bleeding vessel (ileocolic artery)
with an autologous blood clot seal. On 13th June 1974, again in Rome, the first
fibrin sponge (Gelfoam®) embolisation was performed to treat a digestive haemorrhage
and, in October of the same year and again in Rome, the first percutaneous
transluminal angioplasty on an iliac artery was performed.
The greatest contribution to the development of IR was made in those Centres in
which the availability of clinicians made it possible to perform trials with the cooperation
of surgical teams, an essential condition for guaranteeing safe patient
management. Another fundamental role was played by the cooperation of anatomical
pathologists, with whom the mutual exchange of information guaranteed the
high diagnostic quality of the interventional procedures.
In IR, both practitioners and equipment must have special characteristics. Interventional
radiologists must possess specific knowledge and abilities and develop a
predisposition for building relationships with patients, which must be followed by
the same doctor, not merely during the procedure, but also before and after treatment.
Interventional radiologists must perfect their technique through practice, which
must be constant over time in order to guarantee very high procedure standards.
The IR team's non-medical staff must also be highly-skilled professionals with a
perfect knowledge of the materials involved and the ability to adapt to the various
operative settings.
In order to achieve technical success and a correct performance of IR procedures,
within the Interventional Radiology Centre, it is necessary to guarantee all the instrumental
guides (angiograph, remote-controlled system, ultrasound, computed tomography,
magnetic resonance and PET-CT equipment) and all the material
available, which should be chosen according to its technical features, the characteristics
of the case being treated and cost considerations. The material must be
readily available and preferably located in a store room immediately adjacent to
the IR suite, in order to guarantee its immediate availability when required.
On his part, the interventional radiologist must perform careful quality controls
on the procedures performed. He must improve his clinical assessment abilities,
which must not merely concern the individual procedure, but also include the autonomous
management of clinics and the beds dedicated.
The progress in interventional procedures must also lead to the training of specialised
healthcare professionals, in the interests of an optimisation in patient management
and the economic resources available.
IR is a field in continuous expansion. The use of interventional techniques entails
a more favourable cost-benefit relationship in healthcare settings, but, above all, it
allows results that are often superior to those that can be obtained with more invasive
and expensive conventional medical and surgical treatments. IR procedures involve
fewer risks and less discomfort for the patient, a reduction in hospitalisation
times and only rare use of general anaesthesia.
To guarantee patients, the contents of this document must be available to all regional
Authorities, Chief Executives, Healthcare Professionals, health sector entrepreneurs
and all those involved in care on various levels, with the aim of a modern
vision of medicine.
Prof. Renato Balduzzi
Minister of Health
Sintesi dei contributi
1. Introduzione
La Radiologia Interventistica (RI) è un'ultra-specialità
clinica della Radiologia, focalizzata sulla dia -
gnosi e sul trattamento mininvasivo, guidato dall'imaging,
di numerose patologie che, grazie allo
sviluppo tecnologico avvenuto negli ultimi anni,
rappresenta uno dei campi più in evoluzione della
medicina. Il miglioramento delle tecniche di imaging
e di RI, insieme al bisogno della medicina
moderna di trattare le patologie in maniera sempre
meno invasiva per il paziente, con il vantaggio di
minori costi sociali e di ridotti tempi di degenza,
ha fatto sì che tali pratiche si diffondessero negli
ospedali di medie e grandi dimensioni. Alla luce
di tale evoluzione, nel corso degli ultimi venti
anni si è andata delineando una nuova figura professionale,
quella del radiologo interventista. Poiché
il radiologo interventista interagisce direttamente
con i pazienti per ciò che riguarda le loro
patologie e le eventuali opzioni terapeutiche, è
necessario che vengano disposte strutture non solo
per effettuare le procedure di RI, ma anche strutture
dove il radiologo interventista possa seguire i
pazienti sia in regime ambulatoriale che in ricovero
ordinario.
Si avverte quindi l'esigenza di individuare e/o creare
e istituzionalizzare Centri di I, II e III livello di
RI, aventi differenti livelli di complessità, in relazione
a requisiti clinici, organizzativi, tecnologici
e strutturali allo scopo di stabilire degli standard
qualitativi nei confronti sia dei pazienti sia degli
operatori coinvolti e per la creazione di un servizio
impegnato a offrire assistenza sanitaria globale che
va al di là del lavoro effettuato nella sola sala angiografica
e/o di diagnostica per immagini.
2. Interventi di Radiologia Interventistica
In Italia il campo di applicazione della RI è molto ampio. Le possibilità applicative di tale disciplina vanno dalla diagnostica invasiva all'interventistica vascolare ed extravascolare. Inoltre, la Radiologia Interventistica ha un notevole campo di applicazione in ambito oncologico, con finalità sia diagnostiche sia terapeutiche, sia curative sia palliative.
3. La domanda delle prestazioni
Oggi giorno numerose patologie trovano spesso adeguata risposta curativa nelle potenzialità terapeutiche della RI. Solo a scopo esemplificativo sono descritti alcuni campi di applicazione della RI:
- nell'ambito delle patologie cerebrovascolari, come nell'ictus ischemico ed emorragico, il ruolo della diagnostica per immagini (DI) e la RI è di assoluto rilievo sia nella prevenzione sia nel trattamento in fase iperacuta (mediante trombospirazione, terapia fibrinolitica locoregionale intracerebrale). Si calcola, infatti, che, in media, la gestione e il trattamento appropriato dell'ictus in fase acuta nelle unità multidisciplinari di terapia dedicate all'ictus (Stroke Unit) comportino una riduzione di spesa pari a 9/10 rispetto a quella riguardante l'assistenza per invalidità di pazienti non prontamente trattati in acuto. Numerosi studi randomizzati e controllati dimostrano, infatti, la superiorità in termini di outcome clinico e di economicità di gestione, del management dei pazienti accolti nelle Stroke Unit, rispetto a quelli gestiti nei reparti non specializzati;
- la DI e la RI hanno un ruolo di primaria importanza nella valutazione e nella gestione terapeutica delle complicanze vascolari della patologia diabetica. Il diabete è, infatti, in notevole aumento nei Paesi industrializzati, tanto da essere considerato dall'OMS al pari di un'epidemia. Tuttavia, i progressi nella cura di tale patologia fanno sì che non ci siano più problemi legati alla sopravvivenza, ma al contempo favoriscono lo sviluppo di quelli legati alle complicanze croniche sia microangiopatiche (retinopatia, nefropatia, neuropatia) che macroangiopatiche, dove trova terreno fertile la RI (cardiopatia ischemica, arteriopatia degli arti inferiori, arteriopatia dei tronchi sovraortici);
- un importante distretto corporeo che risente
dei rischi legati alla "società del benessere", in
particolar modo all'aumento dell'età media e
all'attività sedentaria, è senz'altro il sistema
osteoarticolare. L'osteoporosi e le fratture osteoporotiche
colpiscono, dopo i cinquanta anni,
in media una donna su due e un uomo su cinque.
Le fratture osteoporotiche (frequenti
quelle vertebrali, del polso e del collo-femore)
devono essere necessariamente trattate nell'immediato,
al fine di evitare una progressiva perdita
di autosufficienza da parte del paziente.
Sulla base degli elevati costi economici che derivano dal periodo d'invalidità, dalla perdita di autosufficienza per alcuni pazienti e per l'insorgere di nuove complicanze in pazienti in età avanzata, si è proceduto di recente in molti Paesi europei alla creazione di unità multidisciplinari e specializzate, sulla scia delle Stroke Unit, che sono state denominate Fracture Unit. Infatti, oltre alla terapia della patologia in fase acuta è fondamentale la prevenzione della stessa mediante azioni svolte nei confronti dei fattori di rischio. A tale scopo la Radiologia è di fondamentale importanza nell'ambito sia della prevenzione sia nella diagnosi di fratture paucisintomatiche e sia nella pianificazione della possibilità terapeutica più idonea. La RI ha infine un ruolo primario nel trattamento terapeutico (fratture vertebrali: vertebroplastica o cifoplastica); - la RI ha avuto un notevole impatto nella gestione diagnostica e terapeutica dei pazienti oncologici. I pazienti con patologie oncologiche non aggredibili chirurgicamente trovano nella RI numerose possibilità terapeutiche, dalle ablazioni transcatetere (embolizzazioni, chemioembolizzazioni, chemioterapia locoregionale) alle termoablazioni tumorali (epatiche, polmonari, osteovertebrali).
4. Il modello organizzativo per la Radiologia Interventistica
La necessità di organizzare dei Centri di Radiologia
Interventistica è legata alla possibilità delle
metodiche interventistiche di gestire con successo
sia situazioni critiche di emergenza-urgenza, sia
di minore urgenza con frequenza quotidiana in
ospedali di piccole e medie dimensioni, in maniera
tale da evitare il ricorso a terapie chirurgiche molto
più onerose da un punto di vista biologico ed
economico. Per l'importante ruolo nella gestione
delle emergenze-urgenze della RI è pertanto necessaria
la copertura attiva o in reperibilità del
servizio nelle 24 ore, a seconda della complessità
del Centro. È necessaria, perciò, la realizzazione
di una rete sul territorio in grado di assolvere tale
compito. I CRI così abilitati, sia per la disponibilità
di apparecchiature sia per le competenze del
personale, vanno eletti a riferimento da parte delle
strutture ospedaliere limitrofe, non adeguatamente
attrezzate. A tale scopo è prevista una distribuzione
capillare e mirata secondo lo schema "Hub &
Spoke" (mozzo e raggi). Nei CRI di riferimento
il medico radiologo interventista deve interagire
sia con i vari specialisti sia direttamente con i pazienti,
per quanto riguarda le loro patologie e le
scelte terapeutiche, e deve poter disporre non solo perdi
apparecchiature idonee, ma anche di strutture
e ambienti dedicati.
È opportuno offrire l'intera gamma delle prestazioni
di Radiologia Interventistica, cosa che è possibile
nei Centri dove c'è collaborazione e interesse
da parte di altri specialisti non radiologi. È opportuna
la realizzazione di modelli organizzativi
che privilegino l'efficacia delle procedure e il massimo
livello di sicurezza per gli operatori e i pazienti.
Per esempio, l'effettuazione di procedure
interventistiche endovascolari in sala operatoria,
per le apparecchiature impiegate (archi a C portatili)
e le limitazioni del tavolo operatorio, può
comportare la visualizzazione non sempre ottimale
dal punto di vista radiologico. Inoltre, l'esposizione
alle radiazioni ionizzanti per l'equipe e il
paziente può risultare più elevata rispetto a quella
ottenuta nella sala radiologica angiografica. Sono
auspicabili la realizzazione di sale ibride con le
caratteristiche della sala angiografica e l'ambientazione
sterile delle sale operatorie dove poter effettuare
tali interventi, quando necessario, con
approccio multidisciplinare. La collaborazione e
gestione integrata delle patologie di interesse comune
tra specialisti appare la strada da seguire
per garantire sicurezza ed efficacia delle prestazioni
interventistiche.
5. I Centri di Radiologia Interventistica: definizioni, requisiti professionali, requisiti strutturali, requisiti tecnologici, modelli e criteri di accreditamento, garanzia di qualità
Le Linee guida suggeriscono uno standard di qualità
cui concorrono più componenti che riguardano:
requisiti professionali [vedi Cardiovascular and Interventional
Radiological Society of Europe (CIRSEEBIR;
http://www.cirse.org/index.php?pid=473);
requisiti strutturali (Tab 5.1); requisiti tecnologici
(Tab. 5.2, Tab. 5.3); requisiti organizzativi].
Sono pertanto stabiliti dei criteri di riconoscimento
dei CRI in modo tale che il paziente, che
può avvalersi di prestazioni diagnostiche e terapeutiche
mediante la RI in Italia, abbia garantito
un livello omogeneo di assistenza e di possibilità
di accesso in tutto il Sistema Sanitario Nazionale.
Considerando le esperienze nazionali, internazionali
ed europee, si ritiene sia formulabile un'ipotesi
di riconoscimento/accreditamento dei CRI che
consideri tre livelli funzionali:
- Centri di I livello per attività interventistica di base, differenziati in ambito territoriale e in strutture sanitarie pubbliche dotate di pronto soccorso;
- Centri di II livello in strutture sanitarie pubbliche dotate di DEA di 1° o 2° livello (almeno 1 ogni milione di abitanti o almeno 1 per provincia in strutture ospedaliere dotate di DEA di 2° livello);
- Centri di III livello in strutture sanitarie pubbliche
dotate di DEA di 2° livello (almeno 1
per Regione in strutture ospedaliere dotate di
DEA di 2° livello).
6. Rapporto costo-efficacia
Il rapporto costo-efficacia è uno strumento utile
per valutare il costo di un intervento sanitario in
rapporto alla sua efficacia.
Nell'ambito della RI vascolare sono riportate tre
tipologie di attività oggetto di pubblicazioni scientifiche.
- Confronto fra i trattamenti standard e i campi
di applicazione delle procedure di RI. Nei campi
ove esiste "competizione" tra RI e Chirurgia
Vascolare un posto di rilievo è occupato dall'arteriopatia
obliterante degli arti inferiori. Il
trattamento endovascolare, grazie al continuo
perfezionamento dei device e agli indiscutibili
vantaggi legati alla minore invasività, ha perdi
Confronto fra i trattamenti standard e i campi
di applicazione delle procedure di RI. Nei campi
ove esiste "competizione" tra RI e Chirurgia
Vascolare un posto di rilievo è occupato dall'arteriopatia
obliterante degli arti inferiori. Il
trattamento endovascolare, grazie al continuo
perfezionamento dei device e agli indiscutibili
vantaggi legati alla minore invasività, ha permesso di trattare un numero sempre maggiore
di pazienti con risultati sovrapponibili e talvolta
superiori a quelli della chirurgia. Ciò ha fatto
sì che si sviluppasse anche l'interesse per l'analisi
dei costi di queste procedure, a confronto
con il classico trattamento chirurgico, a breve
e lungo termine.
Gli studi hanno evidenziato che i fattori predittivi dei risultati clinici erano differenti da quelli che influenzano i costi e che la decisione terapeutica andrebbe assunta in base a un preciso bilancio tra entrambi i fattori.
- Confronto tra le differenti soluzioni organizzative
in ambito clinico-economico. In quest'ambito
sono prese in considerazione le spese concernenti
le procedure effettuate in sala operatoria
rispetto a quelle effettuate in sala angiografica.
Dagli studi emerge un migliore rapporto costo-
efficacia associato a una minore percentuale
di complicanze in favore delle procedure eseguite
in sala angiografica.
Sebbene i trattamenti endovascolari siano tuttora eseguiti in pazienti in regime di ricovero ospedaliero, si è iniziato a eseguire tali procedure anche in regime ambulatoriale con percentuali di mortalità postoperatoria e di morbilità sovrapponibili.
Nuovi studi evidenziano come l'accurata selezione di pazienti per procedure endovascolari eseguite in regime ambulatoriale comporti un accorciamento delle liste d'attesa, dei tempi di ospedalizzazione e delle risorse economiche.
- Confronto per la valutazione del rapporto costoefficacia
tra le differenti tecniche interventistiche
per il trattamento di una stessa evenienza morbosa.
La scelta di tecniche, materiali e farmaci
differenti per l'esecuzione di una stessa procedura
può influire non solo sui risultati, ma anche
sui costi.
Nell'ambito della RI extravascolare è stato valutato il rapporto della vertebroplastica (VTP) vs la terapia medica e secondo tale studio l'incidenza di nuovi crolli vertebrali non aumenta nei pazienti trattati con VTP rispetto ai pazienti trattati con terapia conservativa. Sulla base di tali evidenze cliniche la VTP mostra un rapporto costo-efficacia a breve termine nettamente a favore della stessa quando posta a paragone con la terapia medica convenzionale. Il rapporto costo-efficacia delle due modalità di trattamento tuttavia si dimostra comparabile nel follow-up a lungo termine.
7. Il magazzino: approvvigionamento e gestione
La gestione dei processi di approvvigionamento
si concretizza nella corretta definizione di: fabbisogno
dei materiali sanitari, individuazione delle
fonti, modalità di approvvigionamento. In particolare,
l'istituzione di un sistema centralizzato di
gestione dell'approvvigionamento e distribuzione
dei materiali permette di razionalizzare l'acquisizione
dei prodotti che saranno necessari alle attività
svolte. A tal fine saranno necessarie una precisa
programmazione dei fabbisogni dei materiali necessari,
un'efficace procedura centralizzata di acquisto
e una gestione che consenta di contenere i
costi e garantire disponibilità e qualità dei materiali
per tutte le attività connesse alle procedure
interventistiche.
Un unico magazzino centralizzato che fornisce
più reparti comporta una riduzione complessiva
delle scorte con notevoli economie nella gestione
dei magazzini, un risparmio negli spazi a essi dedicati
e, infine, una semplificazione delle procedure
amministrativo-contabili. Gli obiettivi di
tale gestione sono la garanzia di disponibilità, una
buona gestione delle scorte, la tracciabilità degli
ordini, i miglioramenti economici e, infine, l'abbattimento
dei costi gestionali.
8. La codifica delle prestazioni di Radiologia Interventistica
In questo Capitolo è stata raccolta e sistematizzata
la descrizione dei codici di diagnosi e di intervento/
procedura, come mostrato nell'Allegato 1.
9. I modelli: l'esperienza del Lazio
L'impossibilità per i pazienti che necessitano di
procedure interventistiche terapeutiche di ricoverarsi
direttamente nelle Unità Operative (UO) e
nei Dipartimenti di Diagnostica per Immagini e
Radiologia Interventistica determina l'incremento
dei tempi medi di degenza, l'allungamento delle
liste d'attesa per l'ammissione a un reparto di degenza
medica o chirurgica, oltre che un dispendio
di risorse economiche e un disagio per il paziente.
Nella Regione Lazio, presso il Policlinico Universitario
"Tor Vergata", sono stati forniti dati precisi
circa i tempi di degenza e costi delle procedure
interventistiche, che sono stati posti, poi, a confronto
con quelli dei pazienti ricoverati nei reparti
di degenza medica o chirurgica.
Da tale modello organizzativo si evince che la corretta
gestione del paziente durante l'intervento e
una corretta diagnostica pre-procedurale contribuiscono
a ridurre i giorni di degenza.
Tale problematica potrà essere affrontata nell'ambito
del progetto inter-regionale promosso dal
Ministero della Salute IT-DRG per lo sviluppo
del sistema italiano di classificazione e valorizzazione
dei prodotti ospedalieri.
10. I controlli e le verifiche
La finalità dei controlli e delle verifiche è la riduzione
dell'errore medico e la gestione del rischio
clinico; bisogna puntare a un miglioramento continuo
della pratica clinica per renderla sempre più
sicura. Per fare ciò, si deve partire dall'identificazione
dei rischi per arrivare alla loro riduzione. È
necessario controllare tutti i processi e schedularli,
programmare le verifiche di tutte le procedure,
contribuendo così a gestire il rischio procedurale
e clinico con il fine di ridurre le possibilità di errore.
Occorre, quindi, creare un sistema che sappia
prevenire gli errori, ma anche incentivare i comportamenti
positivi dei singoli e dei team nella
costruzione della sicurezza.
Nel controllo delle procedure intervengono varie
figure le cui competenze specifiche variano anche
in funzione del livello del CRI: medico radiologo
interventista, infermiere di sala, TSRM, caposala/capotecnico,
ausiliario di sala.
Per quanto riguarda le procedure in equipe congiunta
radiologico-chirurgica, queste necessitano
di moderne sale multifunzionali, chiamate "suite
endovascolari" o sale ibride, che integrino le caratteristiche
strutturali, tecnologiche, impiantistiche
e organizzative dalla sala operatoria al CRI,
con lo scopo di consentire istantaneamente la
conversione di una procedura percutanea in una
chirurgica.
Infine, il controllo di qualità delle apparecchiature
ha la finalità di mantenere le esposizioni del paziente
a livello più basso ottenibile, compatibilmente
con l'ottenimento dell'informazione diagnostica
richiesta.
Il comportamento degli operatori è uniformato
in modo da ridurre quelle variabili che possono
inficiare la qualità e costituire una fonte di errore
tecnico e metodologico. Tali comportamenti sono
poi soggetti a periodiche verifiche per dimostrare
l'efficacia degli interventi.
11. La formazione del personale
La preparazione professionale di tutto il personale
che opera in sala di RI (radiologo interventista,
infermieri, tecnici) non può prescindere da alcuni
elementi fondamentali quali la cura del paziente,
la conoscenza dei rischi per il paziente e per lo
staff, la correlazione della RI alla pratica clinica,
l'impiego di farmaci, la conoscenza delle tecniche
e dei materiali. La formazione in RI per i medici
in formazione specialistica avviene all'interno dell'iter
educativo della Scuola di Specializzazione in
Radiodiagnostica, durante il quale il medico specializzando
deve acquisire una serie di conoscenze
teoriche e di abilità pratiche, come indicato dalla
European Society of Radiology (ESR) nel 2005. Per
la formazione post-specialistica dei medici radiologi,
la Cardiovascular and Interventional Radiological
Society of Europe (CIRSE) ha istituito una
Scuola Europea di Radiologia Interventistica
(ESIR) che, mediante l'organizzazione di corsi
monotematici, consente di raggiungere un livello
di conoscenze soddisfacente in un periodo di
tempo limitato.
Infine, per quanto riguarda gli infermieri e i tecnici,
non sono previsti attualmente in Italia master
o corsi post-laurea.
12. Indagine Nazionale sui Centri di Radiologia Interventistica (in collaborazione con AgeNaS)
Il Consiglio Superiore di Sanità ha incaricato l'Age-
NaS di effettuare la rilevazione a campione sui
CRI. In seno all'Agenzia si è costituito, quindi,
un team multidisciplinare di esperti specificamente
dedicato (Dott. Giovanni Caracci, Dott. Basilio
Calcò, Dott.ssa Giorgia Duranti, Dott. Quinto
Tozzi), che ha provveduto a inviare il questionario,
con una lettera informativa, rivolta agli Assessorati
alla Sanità, oltre che alle Direzioni Generali e Sanitarie
delle ASL, dei Policlinici, degli IRCCS e
delle rispettive strutture regionali coinvolte. La
compilazione ha avuto conclusione nell'ultima settimana
di settembre 2011, con una percentuale di
rispondenza pari al 100% dei CRI censiti.
Il questionario si compone di quattro schede: Attività
dedicate; Personale dedicato; Strutture dedicate;
Tecnologie. L'analisi dei questionari ha fornito una
fotografia dello stato attuale dei Centri di Radiologia
Interventistica, tale da poter rispondere ai presupposti
che sono alla base di questo documento. Valutati
i requisiti tecnologici e strutturali, il personale
utilizzato e la sua qualificazione, l'attività svolta in
ogni Centro sia diagnostica sia vascolare, è stato
possibile definire che il 56% dei Centri è risultato
riferibile al II livello e il 44% al III livello.
13. Considerazioni finali
Questo documento rappresenta la prima iniziativa
svolta in Italia per verificare lo stato e il ruolo dei
CRI nell'ambito del SSN. Dai dati rilevati e analizzati
dall'indagine, che ha coinvolto su tutto
l'ambito nazionale un campione significativo di
strutture sanitarie, emerge come le dotazioni strumentali,
le competenze del personale e in alcuni
casi l'organizzazione siano riconducibili in molti
Centri ai modelli indicati nel presente documento.
Dall'indagine risulta che la disponibilità della tecnologia
è già in grado di sopperire, nelle strutture
sanitarie censite, alle attività diagnostiche e terapeutiche
di RI. Il personale medico preso in esame,
inoltre, viene in gran parte dedicato anche ad altre
attività oltre a quelle di RI e si presume che con
l'attuazione dei modelli descritti nel documento
si possa raggiungere migliori risultati organizzativi
e gestionali. Infine, l'ambito che, attualmente, necessita
di maggiore sviluppo è quello della standardizzazione
della formazione e dell'aggiornamento
del personale, compito, oltre che delle Università,
anche delle strutture del SSN e SSR.
Tale documento offre quindi un'ampia disamina
della problematica e indica le soluzioni necessarie.
Abstract
1. Introduction
Interventional Radiology (IR) is a clinical subspecialisation
of Radiology that focuses on the
minimally-invasive diagnosis and imaging-guided
treatment of a number of medical conditions that,
thanks to the development of technology that has
taken place in recent years, is one of the most
rapidly evolving fields in medicine. The improvement
in imaging and IR techniques, combined
with modern medicine's need to treat medical
problems in a way that is increasingly non-invasive
for the patient, with the advantage of lower social
costs and shorter hospitalisation times, has allowed
the diffusion of these practices in medium-sized
and large hospitals. Over the past twenty years,
this evolution has led to the creation of a new
professional figure, the interventional radiologist.
Since the interventional radiologist interacts directly
with patients as regards their illnesses and
treatment options, they must be provided with
facilities that, apart from performing IR procedures,
also allow them to follow both in- and outpatients.
This calls for the need to identify and/or create
and institutionalise 1st, 2nd and 3rd level IR Centres
with different levels of complexity with regard to
clinical, organisational, technological and structural
requisites in order to establish quality standards
for both patients and the professionals involved,
in order to create a service committed to
offering a global healthcare service that goes beyond
the work performed in the Cath Lab and/or
diagnostic imaging room alone.
2. Interventional Radiology
In Italy, IR has a very vast scope. The applicative possibilities of the discipline range from invasive diagnostics to endo- and extravascular intervention. In addition, Interventional Radiology has an important field of application in oncology settings, for diagnostic and curative and palliative therapeutic purposes.
3. The demand for services
Today, the therapeutic potential of IR offers an
adequate curative response for a great many medical
conditions. Some examples of the fields of
application of IR are given below.
- In cerebrovascular disease, such as ischemic and
haemorrhagic stroke, the role of diagnostic imaging
(DI) and IR are of paramount importance
in both prevention and hyperacute phase treatment
(by means of thrombus aspiration and intracerebral
local fibrinolytic therapy). It has been
estimated that, on average, appropriate management
and treatment of stroke in the acute phase
in multidisciplinary Stroke Units leads to a reduction
in spending of about 90% of that required
to care for the invalidity of patients not
promptly treated in the acute phase. Many randomised,
controlled studies have shown the superiority
of the management of patients admitted
to Stroke Units in terms of clinical outcome
and cost-effectiveness, compared to those treated
in non-specialised departments.
- DI and IR play a key role in the evaluation
and therapeutic management of the vascular
complications of diabetes. Diabetes continues
to increase significantly in industrialised countries,
to the point that the WHO considers it
to be on a par with an epidemic. In any case,
the progress achieved in treating this condition
means that it no longer entails survival-related
problems, but at the same time it favours the
development of issues related to chronic microangiopathic
(retinopathy, nephropathy, neuropathy)
and macroangiopathic complications,
which is fertile ground for IR (ischaemic cardiomyopathy,
peripheral arterial disease of the
lower limbs and supraaortic arterial disease).
- One body system that undoubtedly suffers the
risks of a "wealthy society", particularly the
increase in life expectancy and sedentary
lifestyle, is the osteoarticular system. On average,
osteoporosis and osteoporotic fractures
affect one in two women and one in five men
over fifty. Osteoporotic fractures (often of the
vertebrae, wrist and neck of the femur) must
be treated immediately, in order to avoid a
gradual loss in the patient's self-sufficiency.
Given the high economic costs generated by the period of invalidity, the loss of self-sufficiency for some patients and the onset of subsequent complications in elderly patients, as for the treatment of stroke, specialised, multidisciplinary units, named "Fracture Units" have been set up in many European countries.
Indeed, in addition to the treatment of the condition in the acute phase, its prevention through initiatives focusing on the risk factors is fundamental. For this purpose, Radiology is of fundamental importance both in the prevention and in the diagnosis of paucisymptomatic fractures and in the planning of the most suitable treatment possibilities. Lastly, IR plays a role of primary importance in therapeutic treatment (vertebral fractures: vertebroplasty or kyphoplasty).
- IR has had a significant impact on the diagnostic
and therapeutic treatment of cancer patients.
IR offers patients with cancers that are not eligible for surgical treatment a number of treatment options, from transcatheter ablations (embolisation, chemoembolisation, local chemotherapy) to tumour thermoablations (for hepatic, pulmonary and vertebral cancers).
4. The organizational model in Interventional Radiology
The need to organise Interventional Radiology
centres is dictated by the ability of interventional
methods to successfully manage both critical
emergency and urgent situations and less urgent
cases with a daily frequency in small and mediumsized
hospitals, so as to reduce the use of surgical
treatments that are far more demanding from
both a biological and an economical point of
view. Due to the important role played by IR in
the management of emergencies and urgent cases,
a 24-hour active or call-out service is required,
depending on the complexity of the Centre. The
establishment of a nationwide network is therefore
required to perform this task. Both as regards the
availability of the equipment and the skill-sets of
the staff, the IRC set up in this way handle patients
referred by the surrounding hospital facilities
that are not adequately equipped. To do so, a
hub & spoke model has been chosen to provide
extensive, specific distribution of such centres.
In the IRCs in question, interventional radiologists
must interact both with the various specialists
and directly with patients, as regards their condition
and treatment choices, and must be able to
have access, not only to suitable equipment, but
also dedicated facilities and spaces.
It is appropriate to offer the full range of services
in Interventional Radiology, which is possible in
centers where there is cooperation and interest by
other specialists than radiologists. It is appropriate
to achieve organizational models that privilege the
effectiveness of the procedures and the highest
level of safety for operators and patients. For example,
the performance of endovascular interventional
procedures in the operating room, because
of the equipment used (mobile C-arms) and the
limitations of the operating table, can result in a
suboptimal vision from the radiological point of
view. In addition, exposure to ionizing radiation
for the team and the patient may be higher than
that obtained in angiographic X-ray room. When
necessary, tt would be desirable to have hybrid
area with angiographic room features and the sterile
environment of the operating room where to
perform these actions with a multidisciplinary approach.
Collaboration and integrated management
of diseases of common interest among specialists
is the way forward to ensure the safety and efficacy
of interventional services.
5. Interventional Radiology Centres: definitions; professional, structural and technological requisites; accreditation models and criteria; quality guarantee
Guidelines suggest a quality standard including
various components that regard: professional
requisites [see Cardiovascular and Interventional
Radiological Society of Europe (CIRSE-EBIR;
http://www.cirse.org/index.php?pid=473); structural
requisites (Tab 5.1); technological requisites
(Tab. 5.2, Tab. 5.3); and organisational requisites].
IRC recognition criteria have therefore been established
to guarantee patients making use of diagnostic
and therapeutic services using IR in Italy
a homogeneous level of care and the possibility
of access throughout the National Health Service.
Considering national, international and European
experiences, IRC recognition/accreditation could
take into account three functional levels:
- 1st level centres for basic interventional activities, with different features within the same area and in public health facilities with A&E departments;
- 2nd level centres in public health facilities with 1st and 2nd level A&E Departments (at least 1 per million inhabitants or at least 1 per province in hospital facilities with 2nd level A&E Depts.);
- 3rd level centres in public health facilities with 2nd level A&E Departments (at least 1 per region in hospital facilities with 2nd level A&E Depts.).
6. Cost-efficacy ratio
The cost-efficacy ratio is a useful tool for evaluating
the cost of a medical procedure in relation to
its efficacy.
For Vascular IR (VIR) settings, three types of activity
have been identified in scientific publications.
- Comparison between standard treatments and
the scope of IR procedures. In fields where there
is "competition" between IR and vascular surgery,
an important position is occupied by obstructive
arterial disease of the lower limbs.
Thanks to the on-going fine-tuning of the devices used and the undisputable advantage related to its lesser invasiveness, endovascular treatment has made it possible to treat an evergreater number of patients with results comparable to and even better than those of surgery.
This has led to the development of an interest in analysing the short- and long-term costs of these procedures, compared to conventional surgical treatment.
Studies have shown that the predictive factors of the clinical results were different from those that influence costs and that the therapeutic decision should be taken on the basis of a careful consideration of both factors. - Comparison between the various organisational
solutions from a clinical and economic standpoint.
In this context, the expenses relating to
procedures performed in the theatre compared
to those performed in the Cath Lab were taken
into consideration. Studies showed a better
cost-efficacy ratio associated with a lower complication
rate for Cath Lab procedures.
Although endovascular treatments are still mostly performed on inpatients, they have started to be offered also on an outpatient basis with similar postoperative mortality and morbidity rates.
Recent studies have demonstrated that careful patient selection for endovascular procedures formed in outpatient facilities cuts waiting lists, times to discharge and the economic resources required. - Comparison for cost-efficacy ratio assessment between the different intervention techniques for the treatment of the same condition. The choice of different techniques, materials and medicinal products for the performance of the same procedure can influence results, as well as costs. In the extravascular IR setting, the ratio for vertebroplasty (VTP) has been compared with medical therapy and according to this study, the incidence of subsequent vertebral collapses was no higher in patients treated with VTP than in those treated with conservative therapy. On the basis of clinical evidence, VTP shows a short-term cost-efficacy ratio that is significantly higher than that of conventional medical treatment. The cost-efficacy ratio for the two treatment options is in any case similar when considering long-term follow-up.
7.The warehouse: procurement and management
The management of procurement processes is essentially
represented by the correct definition of:
the quantities of the medical supplies required,
identification of the sources and procurement
methods. Specifically, the establishment of a centralised
material procurement and distribution
system makes it possible to rationalise the acquisition
of the supplies required for the activities to
be performed. It is therefore necessary to perform
detailed programming of the supplies required,
to implement an efficacious centralised purchasing
procedure and to adopt a managerial approach
that makes it possible to restrict costs and guarantee
the availability and quality of materials for
all the activities connected with interventional
procedures.
A single centralised warehouse that supplies various
units leads to an overall reduction in stocks,
with significant savings in warehouse management,
savings on the space required and, lastly, a
simplification of the administrative and accounting
procedures. The aims of this management are
the guarantee of availability, good stock management,
order traceability, economic improvements
and, last but not least a reduction in overheads.
8. The classification of Interventional Radiology services
This chapter brings together and standardises the description of diagnosis and intervention/procedure codes, as indicated in Attachment 1.
9. Models: The Lazio experience
The impossibility for patients requiring interventional
procedures to be hospitalised directly in
Diagnostic Imaging & Radiology Units and Departments
increases mean hospitalisation times,
lengthens waiting lists for admission to medical
or surgical wards and increases both the use of
economic resources and patient discomfort.
In the Lazio region, Tor Vergata University General
Hospital has processed specific data on hospitalisation
times and the costs of interventional
procedures, compared to those for patients admitted
to medical or surgery wards.
This organisational model shows that correct patient
management during the procedure and correct
pre-procedural diagnosis help to reduce hospitalisation
times.
This problem can be addressed in the inter-regional
project sponsored by the Ministry of
Health IT-DRG for the development of the Italian
system of classification and improvement of
hospital services.
10. Audits and monitoring
The purpose of audits and monitoring is to reduce
medical error and manage clinical risk, in view of
the need to strive for a continuous improvement
in clinical practice, in order to make it safer than
ever before. In order to achieve this, we have to
start with the identification of risks, in order to
reduce them. All processes must be checked and
recorded and monitoring must be scheduled for
all procedures, in order to help manage procedural
and clinical risk with a view to reducing the possibility
of errors. It is therefore necessary to create
a system able to prevent errors, but also able to
encourage positive behaviour by both individuals
and the team in order to build safety.
Procedure monitoring involves a number of different
professionals whose specific skill sets vary
according to the level of the IRC: interventional
radiologist, theatre nurse, radiology technician,
charge nurse/ head technician and theatre assistant.
The procedures performed by joint radiologysurgery
teams require modern multi-purpose facilities,
known as "intravascular suites" or "hybrid
suites", which adapt the structural, technological,
functional and organisational characteristics of an
operating theatre to the IRC, in order to permit
the instantaneous conversion of a percutaneous
procedure into a surgical one, if necessary.
Lastly, quality controls on equipment are performed
to keep patient exposure at the lowest
level possible, compatibly with the obtaining of
the diagnostic information required.
The practitioners' behaviour is standardised in
order to reduce those variables that may affect
quality and constitute a source of technical and
methodological error. This behaviour is subject
to routine checks to monitor the efficacy of procedures.
11. Staff training
The professional training of all the staff working
in an IR suite (interventional radiologist, nurses
and technicians) cannot exclude certain fundamental
elements such as caregiving, awareness of
the risks for the patient and staff, the relationship
between IR and clinical practice, the use of medicinal
products, and familiarity with techniques
and materials. IR training for specialising doctors
takes place within residencies in Radiodiagnostics,
during which residents are expected to acquire
certain theoretical knowledge and a set of practical
skills, as indicated by the European Society of Radiology
(ESR) in 2005. For the post-specialisation
of radiologists, the Cardiovascular and Interventional
Radiological Society of Europe (CIRSE) has
set up a European School of Interventional Radiology
(ESIR) that, through the organisation of
specific courses, makes it possible to achieve a
satisfactory level of knowledge over a limited period
of time.
Lastly, there are currently no masters or postgraduate
courses available in Italy for nurses and technicians
working in this field.
12. National Interventional Radiology Centre Survey (performed in association with AgeNaS)
Consiglio Superiore di Sanità appointed AgeNaS to perform a survey on a sample of IRCs. A dedicated multidisciplinary team of experts (Dr. Giovanni Caracci, Dr. Basilio Calcò, Dr. Giorgia Duranti and Dr. Quinto Tozzi) was set up at the Agency and sent out the questionnaire, accompanied by an explanatory letter, to the Regional Departments of Health, as well as the General Directorates and Healthcare Directorates of Italy's Local Health Authorities, General Hospitals, Scientific Institutes of Research, Hospitalisation and Healthcare and the pertinent regional authority functions. Respondents had filled in the questionnaire by the last week in September 2011, with a 100% response rate from the IRCs contacted. The questionnaire consisted of four sheets: Dedicated activities, Dedicated personnel, Dedicated facilities and Technologies. An analysis of the questionnaire provided a snapshot of the current status of Italy's Interventional Radiology Centres, making it possible to fulfil the purposes for formulating the document. Having evaluated the technological and structural requisites, the personnel used and their qualifications and the diagnostic and vascular work performed in each centre, it established that 56% of the Centres involved were 2nd level facilities and 44% were 3rd level facilities.
13. Closing comments
This document is the first initiative undertaken in Italy to verify the status and role of IRCs within the Italian health service. The data recorded and analysed in this survey, which involved a significant sample of health facilities nationwide, shows that the equipment available, qualifications of staff and, in some cases, also the organisation of many Centres are in line with the models presented in this document. The results of the survey show that the availability of technology is already able to perform diagnostic and therapeutic IR activities in the facilities monitored. Furthermore, the medical staff involved are frequently also engaged in activities other than IR and it is presumed that with the implementation of the models described in the document, better organisational and managerial results can be obtained. Lastly, the setting that requires the greatest development is that of the standardisation of training and refresher courses for personnel, which, in addition to the Universities, is also the responsibility of the National and Regional Health Services. This document therefore provides an extensive examination of the issue and indicates the solutions to be adopted.
1. Introduzione
La Radiologia Interventistica (RI) è un'ultra-specialità
clinica della Radiologia, focalizzata sulla
diagnosi e sul trattamento mininvasivo, guidato
dall'imaging, di numerose patologie, che, grazie
allo sviluppo tecnologico avvenuto negli ultimi
anni, rappresenta uno dei campi più in evoluzione
della medicina.
La sua attività, grazie all'utilizzo di metodiche
d'imaging, permette la diagnosi e il trattamento
mininvasivo di numerose patologie, vascolari ed
extravascolari, benigne e maligne di molti distretti
corporei, cerebrale, toracico, addominale fino a
quello vascolare periferico. Spesso (in urgenza, in
emergenza o in elezione) le procedure radiologico-
interventistiche rivestono il ruolo di prima
o unica opportunità terapeutica; possono anche
costituire semplice palliazione o essere propedeutiche
alla chirurgia.
Il miglioramento delle tecniche di imaging e di
RI, insieme al bisogno della medicina moderna
di trattare le patologie in maniera sempre meno
invasiva per il paziente, con il vantaggio di minori
costi sociali e di ridotti tempi di degenza, ha fatto
sì che tali pratiche si diffondessero negli ospedali
di medie e grandi dimensioni.
Alla luce di tale processo, nel corso degli ultimi
vent'anni si è andata delineando una nuova figura
professionale, quella del radiologo interventista,
che negli anni Settanta e Ottanta era identificato
con il radiologo angiografista, cioè il radiologo
che utilizzava metodiche invasive per lo studio del
sistema vascolare. Nel corso del tempo il radiologo
interventista ha ampliato il campo d'azione su tecniche
terapeutiche mininvasive che vanno oltre il
settore vascolare, da cui si era partiti, includendo
oggi anche il settore extravascolare e oncologico.
Il medico radiologo interventista interagisce direttamente
con i pazienti per quanto riguarda le loro
patologie e le opzioni terapeutiche. Per raggiungere
questo fine è necessario che il radiologo interventista
disponga di strutture dove possa eseguire le varie
procedure, ma anche seguire i pazienti, sia ambulatorialmente
sia in regime di ricovero.
I Centri di Radiologia Interventistica (CRI) più
avanzati sono come gli ambienti di superspecialità
chirurgica e forniscono l'intero spettro di cura
clinica. La selezione dei pazienti da sottoporre a
procedure interventistiche può pertanto avvenire
sia tramite reclutamento dagli altri reparti ospedalieri
sia direttamente dagli ambulatori di RI.
Dopo la dimissione, i pazienti devono essere seguiti
dagli stessi specialisti che hanno effettuato
le terapie interventistiche, preferibilmente in ambulatori
dedicati, oppure attingendo dati da archivi
informatici costituiti ad hoc. In tali Centri
l'assistenza fornita ai pazienti è pertanto simile a
quella di altri reparti clinici compresa l'attività di
degenza ordinaria e diurna preferibilmente organizzata
in ambito dipartimentale.
Il radiologo interventista deve possedere requisiti
di competenza clinica, formazione e accreditamento
per l'esecuzione di procedure diagnostiche
e terapeutiche.
Si avverte quindi l'esigenza di individuare e/o
creare e istituzionalizzare Centri di I, II e III livello
di RI, aventi differenti livelli di complessità, in
relazione a requisiti clinici, organizzativi, tecnologici
e strutturali, allo scopo di stabilire standard
qualitativi nei confronti sia dei pazienti sia degli
operatori coinvolti e per la creazione di un servizio
impegnato a offrire assistenza sanitaria globale
che va al di là del lavoro effettuato nella sola sala
angiografica e/o di Diagnostica per Immagini.
In Italia esistono numerosi Centri che effettuano
prestazioni di RI, in maggioranza facenti parte o
collegati strettamente ai reparti di Diagnostica per
Immagini. La loro razionalizzazione strutturale, del
numero e della distribuzione territoriale porterebbe
al miglioramento della qualità e della sicurezza assistenziale
riducendo anche ridondanze e sprechi.
Si auspica, pertanto, l'istituzione di attività e servizi
clinici ospedalieri e ambulatoriali di RI.
È opportuno, inoltre, lo sviluppo di un sistema in
integrato
su base regionale, che si avvalga del cosiddetto
modello "Hub & Spoke" (mozzo e raggi) e
che preveda il collegamento tra una sede centrale
di riferimento regionale e più sedi periferiche, per
lo svolgimento di attività più complesse, della stessa
disciplina o della stessa area dipartimentale, e per
le attività formative e di aggiornamento specifiche.
In questo documento saranno indicati i requisiti
minimi in materia di spazi clinici, tempo dedicato
alle funzioni cliniche, necessità di attrezzature,
servizi tecnici di supporto e miglioramento continuo
dei programmi di qualità, allo scopo di individuare
gli standard qualitativi per i pazienti e
gli operatori. Inoltre s'intende:
- definire le basi teoriche e i percorsi più adeguati affinché la RI mantenga uno standard qualitativo elevato;
- fornire un modello per uniformare a livello nazionale le modalità operative sulla base di evidenze scientifiche;
- descrivere i requisiti comuni di processo.
Si ravvisa anche la necessità di definire un percorso formativo per il radiologo interventista universitario e postuniversitario, fornendo indicazioni per l'ordinamento delle Scuole di Specializzazione in Radiodiagnostica, per l'acquisizione delle competenze pratiche e il mantenimento delle abilità.
2. Interventi di Radiologia Interventistica
Come già accennato, il campo di applicazione della Radiologia Interventistica (RI) è ampio e comprende:
- le procedure di diagnostica invasiva, quali biopsie Eco, TC o RM guidate, le angiografie e il venous sampling;
- le procedure di interventistica vascolare, come angioplastiche percutanee transluminali, stenting transluminali, ricanalizzazioni percutanee, trombolisi e trombectomia percutanea, filtri cavali, scleroterapia, embolizzazioni, shunt porto-sistemico intraepatico transgiugulare (TIPS), endoprotesi percutanee, posizionamento di cateteri endovascolari a permanenza, ablazioni, impianti valvolari, valvuloplastiche, trattamento percutaneo shunt cardiaci, impianti di accessi vascolari centrali;
- le procedure di interventistica extravascolare, comprendenti drenaggi percutanei di raccolte liqui - de, drenaggi transepatici biliari, bilioplastica e stenting biliare, nefrostomie e stenting ureterale, vertebroplastiche, cifoplastiche, nucleoplastiche e discectomie percutanee, distanziatori vertebrali, rizotomie e terapia antalgica, pleurodesi, dilata- zioni transluminali, stenting transluminali, shunt peritoneo-venoso percutaneo, trattamento di invaginazioni intestinali e disostruzione tubarica;
- per quanto riguarda, infine, le procedure di interventistica oncologica, utilizzate con finalità sia terapeutica sia palliativa, troviamo: chemioembolizzazioni, termoablazioni, laserterapia, HIFU (high intensity focused ultrasound), alcolizzazioni, embolizzazioni antiangiogenetiche, chemioterapie locoregionali.
3. La domanda di prestazioni
L'incremento dei fattori di rischio generici tipici
della società del benessere e l'aumento dell'età media
della popolazione (nei prossimi 20 anni si prevede
un incremento del 25% della popolazione
italiana di età superiore ai 65 anni) hanno prodotto,
e ancor più produrranno in futuro, significative
variazioni del tasso d'incidenza e prevalenza
di numerose e variegate patologie, incluse quelle
vascolari, degenerative e oncologiche, tipiche delle
società avanzate.
Di tali patologie sono sempre più numerose quelle
che trovano adeguata risposta curativa nelle potenzialità
terapeutiche della Radiologia Interventistica
(RI) che, negli ultimi decenni della sua giovane
storia, ha trovato fertilissimo terreno di applicazione
nelle seguenti affezioni, tutte di grande rilevanza
clinica, oltre che epidemiologica e sociale:
- patologie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico);
- patologie oncologiche non chirurgiche (epatiche, polmonari, osteo-vertebrali ecc.);
- complicanze del diabete (piede diabetico);
- complicanze dell'osteoporosi (fratture vertebrali);
- discopatie vertebrali (protrusioni ed ernie non espulse);
- vasculopatie steno-occlusive (di pressoché ogni distretto);
- emorragie vascolari;
- patologie (benigne o maligne) causa d'ittero ostruttivo;
- varicocele (maschile e femminile);
- complicanze dell'ipertensione portale (emorragie da varici e ascite);
- aneurismi dell'aorta addominale (e di altri distretti);
- malfunzionamento di fistole artero-venose per emodialisi;
- raccolte fluide e ascessi (di molti distretti);
- fibromatosi uterina.
Nella Tabella 3.1 sono riportati i tassi d'incidenza
e prevalenza delle principali patologie d'interesse
interventistico.
Altri fattori, oltre a quelli legati alla particolare incidenza-
prevalenza delle suddette patologie, concorrono
a incentivare la richiesta di prestazioni di
RI. Da un lato, l'enorme progresso tecnologico
delle apparecchiature radiologiche e dello strumentario
dedicati alla RI, che ha favorito l'estensione
del campo di applicazione delle procedure terapeutiche
interventistiche; dall'altro, il crescente desiderio
e l'aumentata fiducia dei pazienti verso tecniche
terapeutiche poco invasive – quali sono per
definizione quelle offerte dalla RI – che, man mano,
hanno dimostrato pari efficacia e sicurezza rispetto
alle terapie tradizionali ma, al tempo stesso, riduzione
dei tempi di degenza ospedaliera e maggiore
accettabilità e gradimento da parte del paziente.
Sono di seguito riportate le valutazioni epidemiologiche
concernenti alcune fra le più importanti
patologie sopramenzionate, particolarmente significative
per il loro impatto sociale.
Ictus cerebrale
La malattia cardiovascolare è la causa più frequente
di mortalità e morbidità; in particolare, l'ictus cerebrale
rappresenta la prima causa di disabilità
nell'anziano, la seconda causa di morte nel mondo
e la terza nei Paesi industrializzati. L'ictus è una
patologia dell'età geriatrica, interessando in circa
il 75% dei casi individui di età superiore ai 65
anni e raggiungendo un'incidenza del 20-35%
nella popolazione di età superiore agli 85 anni. Si
calcola che entro il 2020 la mortalità per ictus
sarà duplicata.
Nella popolazione anziana italiana il tasso di prevalenza
è del 6,5% (7,4% nei maschi e 5,9% nelle
femmine). In Italia 760.000 persone ne sono affette;
i casi che si verificano ogni anno sono
185.000, di cui 150.000 sono dovuti a nuovi casi
e 35.000 alle recidive. Di questi 185.000 casi, la
mortalità a 30 giorni dopo ictus ischemico è pari
a circa il 20%, mentre 70.000 muoiono entro il
primo anno. La mortalità a 30 giorni dopo ictus
emorragico è pari al 50%. Di quelli che sopravvivono,
il 50% presenta un'invalidità grave. L'ictus
è la causa del 10-12% di tutti i decessi per anno,
rappresenta la prima causa d'invalidità e la seconda
causa di demenza con perdita dell'autosufficienza.
Entro il 2020 si prevede che la mortalità per ictus
sarà duplicata a causa dell'aumento dei soggetti
anziani e della persistenza dell'abitudine al fumo
di sigaretta. Si stima che la prevalenza nella popolazione
di cittadini sopravvissuti a un ictus cerebrale
sia di oltre 900.000 persone. La domanda assistenziale,
in base all'enorme mole di dati derivanti
da tali considerazioni, è difficilmente quantificabile
se non come assorbimento di risorse. La stima per
difetto si basa sui dati epidemiologici che fanno
riferimento meramente alla gestione della fase acuta
e al ricovero ospedaliero, quindi stime direttamente
valutabili e quantificabili. Tuttavia, pur in presenza
di fonti altamente affidabili, non sono compresi i
pazienti che non giungono in ospedale perché con
quadro clinico troppo lieve o troppo grave ed evidentemente
i deceduti al domicilio. Inoltre, non
sono comprese le diagnosi d'ictus (DRG 14) inserite
nella Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO)
come seconda o terza diagnosi. Sommando i dimessi
con gli appropriati DRG, il numero totale
pone il disturbo cerebrovascolare acuto al 4° posto
per frequenza di dimissione (191.194 dimessi per
il 2005, 172.045 per il 2008).
L'assistenza al paziente con ictus si può dividere
in tre macroaree: prevenzione primaria; assistenza
intraospedaliera (fase acuta-riabilitativa); assistenza
domiciliare (fase cronica-invalidità). Si calcola
che, in media, il trattamento appropriato dell'ictus
in fase acuta, pur non considerando gli oneri relativi
a ricovero-diagnosi-trattamento, comporti
una riduzione di spesa pari a 9/10 rispetto a quella
relativa all'assistenza per invalidità di pazienti non
prontamente trattati in acuto. Metanalisi di studi
randomizzati e controllati dimostrano la superiorità
in termini di outcome clinico e di economicità
di gestione del management dei pazienti accolti
nelle unità di terapia dedicate all'ictus (Stroke
Unit), rispetto a quelli gestiti nei reparti non specializzati.
I benefici ottenuti attraverso il ricovero
in Stroke Unit si realizzano a prescindere dall'introduzione
di terapie speciali e sono dovuti alla
competenza del personale sanitario, alla profilassi
delle complicanze, alle misure di prevenzione delle
recidive e alla programmazione precoce della riabilitazione.
Tali unità di interesse specifico, secondo
studi presenti in letteratura, sono state in
grado di ridurre del 18% il rischio relativo di
mortalità, del 29% il dato combinato morte/dipendenza
e del 25% il dato combinato morte/istituzionalizzazione.
Dai recenti dati analizzati risulta
che in tali unità si previene del 3% il rischio di
decesso nei pazienti trattati, con un incremento
del 6% di pazienti che tornano presso la propria
abitazione proseguendo le cure e abbandonando
strutture ospedaliere a lunga degenza e un 5%
dei pazienti che acquisisce nuovamente l'indipendenza.
Caratteristiche fondamentali di un'unità
specializzata, al fine di ottenere una corretta gestione
della terapia dell'ictus, sono rappresentate
dalla multiprofessionalità dell'equipe, dal continuo
aggiornamento del personale specializzato e settorializzato,
dall'approccio integrato tra le varie
figure professionali che entrano in gioco nel percorso
diagnostico-terapeutico, dall'istruzione del
paziente e dei familiari. Si dimostra, perciò, che
il beneficio, in termini di ridotta mortalità e invalidità,
è ampiamente superiore per il trattamento
in Stroke Unit, proprio perché il numero di pazienti
che possono beneficiarne è enormemente
più alto, anche se solo si valuta statisticamente il
numero di pazienti che giungono a un precoce e
migliore recupero clinico. Secondo tali riscontri,
le Linee guida emanate dalla Comunità Europea
in termini di corretta gestione sanitaria, sulla base
delle esperienze raccolte in tutta Europa, raccomandano
espressamente il ricovero in "Unità
ictus" per tutti i pazienti colpiti da ictus. Il risultato
finale da realizzare attraverso l'unità specializzata
è quello di elevare la qualità dell'assistenza,
attraverso interventi prevalentemente diretti alla
riorganizzazione dei percorsi assistenziali, senza
eccessivi costi aggiuntivi, ma anzi realizzando un
risparmio quantificabile in termini di riduzione
del periodo di degenza e quindi, direttamente,
dei posti letto necessari per assistere l'ictus cerebrale,
con riduzione della spesa riabilitativa, assistenziale
e sociale nel lungo termine. Al contrario,
non si rilevano differenze di risultati clinici nelle
analisi univariate divisi per età, sesso e caratteristiche
cliniche, benché alcuni autori riportino un
maggiore beneficio dall'accesso a unità dedicate
in caso di pazienti in età avanzata (> 75 anni) e
con maggiore gravità delle condizioni neurologiche
all'esordio. Il beneficio si protrae nel tempo e
risulta ancora più rilevante nel periodo riabilitativo,
persistendo a 2 anni, e persino a 10 anni,
dall'evento ictale. Il successo viene comunemente
attribuito più a fattori gestionali che a specifici
approcci terapeutici, farmacologici e non. In particolare,
è esaltata l'interdisciplinarietà, caratterizzata
dall'interazione continua di diverse figure
professionali che condividono e discutono regolarmente
gli obiettivi del trattamento, in contrapposizione
all'organizzazione multidisciplinare, che
caratterizza la gestione del paziente con ictus in
altri reparti per acuti in cui, solitamente, si giustappongono
semplicemente competenze professionali
diverse, senza continuità di dialogo necessario
all'implementazione del progetto assistenziale.
In seguito al trattamento della patologia durante
l'episodio acuto, è fondamentale il risultato
apportato dalle strutture a lungo degenza. Gli
obiettivi fondamentali delle strutture a lungo degenza
sono rappresentati da: inizio precoce della
riabilitazione entro 1-2 settimane dall'evento, per
l'ottimo outcome dei pazienti mobilizzati entro
24 ore dall'evento e per i rischi che comporta l'allettamento;
individuazione precoce e trattamento
delle funzioni compromesse; pianificazione del
percorso riabilitativo dopo la dimissione per assicurare
la continuità assistenziale nella riabilitazione
del paziente con ictus. Tutte le attività connesse
nel periodo successivo all'evento acuto sono caratterizzate
da spese economiche, tuttavia risultano
giustificate dall'indipendenza che il soggetto acquisisce
nuovamente nel lungo periodo, o quantomeno
dal miglioramento delle condizioni di dipendenza,
dai minori costi che il soggetto esercita
sulla società e dal minore impatto psicologico che
la patologia crea.
Il ruolo della diagnostica per immagini e della RI
è di assoluto rilievo nella prevenzione (screening
mediante eco-color-Doppler, valutazione emodinamica
panoramica del circolo carotideo vertebrale
mediante angio-TC e angio-RM; angioplastica-
stent delle lesioni stenosanti della carotide
interna, dell'arteria vertebrale e, in casi selezionati,
dei vasi intracranici), nel trattamento in fase iperacuta
dell'ictus (mediante tromboaspirazione, terapia
fibrinolitica locoregionale intracerebrale).
Diabete mellito
La patologia diabetica mostra una chiara tendenza,
in tutti i Paesi industrializzati, a un aumento dell'incidenza
e della prevalenza: l'Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) considera il diabete
mellito di tipo 2 al pari di un'epidemia. Stime e
proiezioni effettuate su scala mondiale indicano
la triplicazione dei casi di diabete mellito di tipo 2
nel periodo 1994-2010; in Europa Occidentale è
stato valutato un aumento dei casi di diabete mellito
di tipo 2 del 27,5% dal 1994 al 2000 e del
54,9% dal 1994 al 2010. Tra le complicanze del
diabete, l'ischemia conseguente all'interessamento
vascolare dei piccoli vasi arteriosi periferici, il cosiddetto
piede diabetico, ha rilevante importanza
sul piano epidemiologico, clinico e su quello dei
costi sociali. Secondo diverse fonti, rappresenta la
complicanza che causa il maggior numero di ricoveri
ospedalieri tra i pazienti diabetici, con costi
sanitari particolarmente ingenti, per l'ospedalizzazione
prolungata, la riabilitazione e l'aumentato
bisogno di servizi sociali e assistenza domiciliare.
Se si considerano le previsioni dell'OMS, che ha
stimato in 250 milioni il numero di diabetici nel
2025 (erano 120 milioni i casi stimati nel 1996),
si può più facilmente immaginare quale dimensione
stia assumendo questa patologia e quindi
quanto sia importante un corretto approccio preventivo.
L'OMS rileva che circa il 15% dei diabetici
va incontro a un'ulcera del piede che richiede cure
mediche. Sono, in genere, maggiormente colpiti i
soggetti di sesso maschile, quelli con maggiore durata
della malattia, con scarso controllo metabolico
e basso livello socioeconomico. Il problema più
rilevante legato a un'ulcera del piede nei soggetti
diabetici è il rischio di amputazione. Una percentuale
ancora troppo elevata di casi va incontro ad
amputazioni minori (parte del piede) e maggiori
(gamba, coscia). Circa il 50% di tutte le amputazioni
maggiori, sopra la caviglia, è eseguito in pazienti
diabetici; in circa l'84% dei casi l'amputazione
è eseguita per la presenza di un'ulcera del
piede che non guarisce e si aggrava. La prevenzione
primaria delle ulcere e delle amputazioni, attraverso
l'identificazione dei pazienti ad alto rischio, associata
all'educazione e al follow-up, è efficace tanto
quanto la prevenzione secondaria su pazienti che
abbiano già subito un'amputazione minore o abbiano
avuto un'ulcera.
I progressi nella cura della malattia diabetica hanno
condotto a un prolungamento dell'aspettativa di
vita di questi pazienti, che oggi non differisce sostanzialmente
dall'aspettativa di vita della popolazione
non diabetica. Attualmente i problemi principali
per i diabetici non sono più quelli legati alla
sopravvivenza, ma quelli legati alle complicanze
croniche del diabete, sia microangiopatiche (retinopatia,
nefropatia, neuropatia), sia macroangiopatiche
(cardiopatia ischemica, arteriopatia degli
arti inferiori, arteriopatia dei tronchi sovraortici).
Anche per il diabete, il ruolo della diagnostica per
immagini e della RI è di grande utilità e può favorevolmente
incidere nel processo evolutivo delle
complicanze vascolari del diabete nel distretto sottogenicolato:
nella prevenzione (screening mediante
eco-color-Doppler, valutazione emodinamica panoramica
del circolo periferico sotto-genicolato
mediante angio-TC e angio-RM), nel corretto e
preciso planning preterapeutico (mediante angio-
TC o angio-RM), nel trattamento in presenza di
lesioni trofiche o di ischemia acuta (mediante angioplastica,
che oggi è possibile estendere fino ai
territori vascolari più periferici del piede).
Osteoporosi e patologia osteo-fratturativa
L'osteoporosi, con una prevalenza stimata di circa
il 15% tra le donne di età compresa tra 50 e 59
anni, del 25% tra quelle di età compresa tra 60 e
69 anni, del 40% tra 70 e 79 anni e persino superiore
al 50% nelle donne di età superiore a 80
anni, è fra le patologie di maggiore impatto sociosanitario.
Si calcola che dopo i 50 anni di età una
donna su due e un uomo su cinque avranno una
frattura. Nella maggior parte dei Paesi europei le
fratture rappresentano la causa più frequente di
ospedalizzazione. Il progressivo allungamento della
speranza di vita della nostra popolazione (attualmente
superiore agli 80 anni) non potrà dunque
che ripercuotersi negativamente sul numero di
fratture, facendo dell'osteoporosi una malattia di
sempre maggiore rilevanza sociale. Oggi in Italia
si calcolano circa 3,5 milioni di donne e 1 milione
di uomini affetti da osteoporosi. A loro volta le
fratture sono frequentemente causa di complicanze
anche gravi: trombosi venosa profonda, embolia
polmonare (20-50%) ed elevata mortalità (5-20%
durante il primo anno dall'intervento chirurgico).
In ambito vertebrale, le fratture sono spesso paucio
asintomatiche e identificate casualmente in corso
di esami radiografici occasionali. Tra le fratture
patologiche che devono essere annoverate nelle sequele
dell'osteoporosi vi sono anche le fratture del
polso. Il polso rappresenta la sede più comune di
frattura tra le donne di mezza età. Le fratture distali
del radio sono le fratture più comuni dell'arto superiore
in soggetti con età ≥ 65 anni e in particolare
tra gli uomini di età 70 anni. Nelle donne l'aumento
d'incidenza inizia subito dopo la menopausa
e si stima che nelle donne di oltre 65 anni circa
un terzo cade ogni anno e nell'1-2% dei casi si riscontra
una frattura di polso. Le fratture da ricondurre
direttamente all'osteoporosi devono essere
necessariamente trattate nell'immediato, al fine di
evitare una progressiva perdita di autosufficienza
da parte del paziente. Oltre, però, alla terapia della
patologia in fase acuta è fondamentale la prevenzione
della stessa mediante azioni svolte nei confronti
dei fattori di rischio. Questi sono rappresentati
da: età, terapia con glucocorticoidi, anamnesi
personale di fratture da fragilità, anamnesi familiare
di fratture da fragilità, fumo, basso peso
corporeo, eccessivo consumo di alcool. Il trattamento
può quindi essere offerto ai soggetti che
presentano una probabilità di frattura superiore
alla soglia d'intervento definita. Occorre però rilevare
che le soglie d'intervento sono soggette a
cambiare in modo significativo, a seconda della
disponibilità di nuovi farmaci, più efficaci o meno
costosi, e in funzione della sostenibilità dei costi
economici di intervento nei confronti di un particolare
fattore specifico. Ovviamente il trattamento
non prescinde dalla terapia dell'osteoporosi, nel
caso in cui essa sia stata diagnosticata. Finora la
diagnosi di osteoporosi si è basata principalmente
sulla misura della densità minerale ossea (bone mineral
density, BMD), espressa in T-score. A seguito
di un rapporto tecnico prodotto nel 1994 da un
gruppo di lavoro promosso dall'OMS, il valore di
–2,5 T-score è stato ampiamente accettato come
soglia diagnostica dell'osteoporosi e spesso adottato
anche come soglia per decidere la terapia. Tali cure
rientrano nel quadro di prevenzione primaria e
secondaria. Per quel che riguarda la prevenzione
terziaria, questa si rivolge ai pazienti che hanno
già subito una frattura e hanno pertanto manifestato
clinicamente i segni della fragilità scheletrica.
Tali malati devono essere seguiti sotto vari aspetti
(farmacologico, interventistico, riabilitativo) che
implicano un significativo impegno finanziario da
parte del Sistema Sanitario Nazionale. Il razionale
che impone il trattamento di tali malati risiede
nel rilievo scientifico che l'aver avuto una frattura
aumenta il rischio di andare incontro a successive
fratture, indipendentemente da altri fattori di rischio.
Le fratture a cui i pazienti anziani possono
andare incontro raramente richiedono un ricovero
ospedaliero, specialmente quelle che riguardano
l'arto superiore, ma tutte aumentano la morbilità
e la mortalità a lungo termine, principalmente per
malattie polmonari. In particolare, le fratture vertebrali
spesso sono seguite dal personale medico
con riposo come unico trattamento, associato a
quello farmacologico, ma determinano riduzione
dell'altezza (spesso di alcuni centimetri), cifosi e
dolore secondario all'alterata biomeccanica della
colonna vertebrale. Le fratture toraciche aumentano
il rischio di pneumopatia restrittiva, mentre
le fratture lombari si associano a sintomi addominali
compresi distensione, sazietà precoce e stipsi.
Sulla base degli elevati costi economici che derivano
dal periodo d'invalidità, dalla perdita di autosufficienza
per alcuni pazienti e per l'insorgere
di nuove complicanze in pazienti in età avanzata e
quindi più fragili, in molti Paesi europei, tra cui
l'Inghilterra, e occidentali, come Israele e Australia,
si è proceduto alla creazione di unità multidisciplinari
e specializzate, sulla scia della Stroke Unit,
che è stata denominata Fracture Unit. La Fracture
Unit è un nuovo modello di assetto organizzativo,
proposto per dare risposte avanzate ai bisogni di
salute del crescente numero di anziani che subiscono
un ricovero ospedaliero a causa di frattura
da fragilità. La Fracture Unit è finalizzata a una
gestione efficace ed efficiente degli eventi frattu-
rativi su base osteoporotica (soprattutto femorali
e vertebrali, ma anche costali radiali, tibiali o tarsali),
la cui incidenza è massima proprio nei soggetti
di età superiore ai 65 anni. Tali strutture svolgono
come attività principale quella di ottimizzare
in maniera collaborativa l'assetto organizzativo
delle diverse specialità potenzialmente coinvolte
nella gestione del paziente fratturato (anziano o
giovane con gravi fattori di rischio per osteoporosi),
semplicemente creando percorsi strutturati che facilitino
l'instaurarsi di sinergie stabili fra ortopedici,
reumatologi, geriatri, ginecologi, endocrinologi,
internisti, nefrologi, radiologi, psichiatri, neurologi,
oculisti, fisiatri. Si tratta, quindi, di un modello
che prevede una nuova organizzazione della struttura
ospedaliera senza la necessità di generare costi
aggiuntivi, ma in grado di ridurre i costi economici
dei ricoveri gestendo in maniera ottimale gli eventi
fratturativi. Nello specifico, l'adozione di un modello
di Fracture Unit ha consentito una riduzione
delle complicanze maggiori (come deterioramento
cognitivo, piaghe da decubito, trombosi venosa
profonda e sequele respiratorie o cardiocircolatorie)
compresa tra il 21% e il 45%, mentre la riammissione
in ospedale a 6 mesi era abbattuta del 20%
e la mortalità del 3%. In tale modello un ruolo
fondamentale è svolto anche dai medici di medicina
generale, ai quali competono necessariamente
la rivalutazione continua del paziente e il monitoraggio
della compliance alle terapie e ai successivi
controlli specialistici prestabiliti al momento della
dimissione ospedaliera. Oltre agli evidenti benefici
di salute legati alla diminuzione della mortalità, ci
si attendono positive ricadute economiche dalla
riduzione delle complicanze e delle ri-ospedalizzazioni,
in termini di consumo di risorse, con maggiore
disponibilità di posti letto al fine di ottenere
un maggiore numero di ospedalizzazioni. Alla Radiologia
è demandato il compito della prevenzione
(mediante identificazione delle vertebre a rischio
fratturativo con RM), della diagnosi di fratture
paucisintomatiche (mediante radiografia digitale,
esame TC), della pianificazione dell'opzione terapeutica
più idonea e, infine, il compito del trattamento
terapeutico (mediante vertebroplastica o
cifoplastica).
4.Il modello organizzativo per la Radiologia Interventistica
I primi interventi di Radiologia Interventistica (RI)
sono stati eseguiti nel distretto vascolare arterioso
e risalgono agli inizi degli anni Settanta quando,
utilizzando materiali poco sofisticati ma molto
duttili, furono eseguite le prime embolizzazioni
terapeutiche per il trattamento distrettuale di emorragie
gastrointestinali. Il termine italiano "Radiologia
Interventistica" è la traduzione dell'inglese
"Interventional Radiology" e in esso è insito il concetto
che tali procedure mininvasive per essere
espletate necessitano di un supporto radiologico.
In Italia il Centro che per primo ha realizzato interventi
di questo tipo è stato l'Istituto di Radiologia
del Policlinico Universitario di Roma "La
Sapienza", seguito da numerosi altri Centri, che
hanno contribuito nel tempo alla nascita, allo sviluppo
e alla diffusione di questa disciplina su tutto
il territorio nazionale.
Nel tempo la RI si è progressivamente sviluppata
ed è in continua evoluzione. Il suo campo di attività
è interspecialistico, spaziando dalla diagnostica
mininvasiva, con l'utilizzo delle apparecchiature
di diagnostica per immagini, ai trattamenti percutanei
sempre guidati dall'imaging e senza l'ausilio
degli accessi chirurgici in campo sia vascolare
sia extravascolare e oncologico.
L'evoluzione della specialità è avvenuta nel corso
degli ultimi anni grazie al miglioramento delle
tecniche d'esame e all'evoluzione delle apparecchiature
e dei materiali utilizzati. Contemporaneamente,
la necessità della medicina moderna di trattare le
patologie sempre in modo meno invasivo per il
paziente, con minori costi sociali e ridotto numero
di giornate di degenza, ha favorito il diffondersi
delle pratiche interventistiche, che anche grazie
alla medicina basata sull'evidenza (evidence-based
medicine, EBM) sono attualmente praticate negli
ospedali di medie e grandi dimensioni.
Si è reso quindi necessario formare una nuova figura
professionale, quella del radiologo interventista,
inizialmente quasi con formazione autodidatta,
ma successivamente a partire dagli inizi
degli anni Ottanta anche con insegnamenti obbligatori
sia teorici sia pratici durante il corso di
specializzazione in Radiodiagnostica.
Tale specialista ha inizialmente rappresentato l'evoluzione
naturale di radiologi dediti alla diagnostica
vascolare invasiva (angiografia) che in era antecedente
alle tecniche ultrasonografiche (ecografia) e
di tomografia computerizzata (TC) rappresentava
l'opzione diagnostica più sofisticata e indicata per
la definizione di un gran numero di patologie di
tipo sia vascolare sia parenchimale, quali per esempio
le lesioni neoplastiche. È stata proprio la tecnica
angiografica, con la sua capacità di documentare
in maniera molto definita le lesioni en-
è quello della patologia oncologica legato all'incremento
dell'età media e delle diagnosi e alla disponibilità
di nuovi device e farmaci specifici sempre
più performanti ed efficaci.
Considerando il vasto campo di applicazione della
RI non c'è da meravigliarsi che, come emerge dalla
letteratura nel decennio passato, è stato stimato
che oltre il 30% delle patologie che necessitavano
per il loro trattamento di metodiche chirurgiche è
stato trattato con i metodi meno invasivi della RI.
Inoltre, nel tempo, tale percentuale è aumentata
ed è in costante progressione. Infatti, i trattamenti
delle patologie steno-ostruttive in ambito vascolare
sono una valida alternativa all'endoarterectomia e
un'affermata realtà clinica, così come lo è il posizionamento
di endoprotesi transluminali nel trattamento
degli aneurismi dell'aorta.
Il 70% della patologia vascolare, soprattutto arteriosa,
può essere oggi trattato per via endovascolare.
Per la loro esecuzione tali procedure richiedono
un adeguato supporto tecnologico di apparecchiature
di diagnostica per immagini (amplificatore
di brillanza, ecografo, TC, angiografo) e ambientale
(sezioni dedicate all'interno delle UO di
Radiologia o UO dedicate).
La necessità di organizzare dei Centri di Radiologia
Interventistica è legata anche alla possibilità
delle metodiche interventistiche di gestire con
successo situazioni critiche di emergenza-urgenza,
non altrimenti gestibili se non con onerosi e rischiosi
interventi chirurgici che possono compromettere
la vita del paziente. A titolo esemplificativo
si consideri il ruolo ormai insostituibile della
RI nelle condizioni di sanguinamento dell'apparato
digerente, dove il posizionamento di microspirali
o la somministrazione di presidi embolizzanti
evita un demolitivo intervento chirurgico
con conseguenti elevati costi sociali, o il trattamento
di sanguinamenti irrefrenabili nelle epadovascolari
o parenchimali, a stimolare l'idea di
un possibile trattamento distrettuale: "… se il catetere
diagnostico è portato in vicinanza o addirittura
a contatto con la lesione target, potendo
disporre dello strumentario o di device specifici è
possibile portarli sotto guida radioscopica a livello
della lesione stessa correggendola o trattandola
definitivamente". Partendo da questo principio
sono state eseguite le prime embolizzazioni per
emorragie digestive arteriose utilizzando coaguli
autologhi, frammenti di gelatina sintetica utilizzata
come emostatico in chirurgia tradizionale o dispositivi
artigianali scelti dall'inventiva dei singoli
operatori, quali per esempio frammenti di guide
metalliche (precursori di quelle che oggi sono le
spirali metalliche utilizzate su diversi distretti arteriosi),
iniettate o posizionate selettivamente in
prossimità della lesione arteriosa. La prima angioplastica
percutanea fu eseguita da un radiologo
statunitense, Charles Dotter, nel 1964, che dilatò
una stenosi severa dell'arteria femorale superficiale
in una paziente diabetica eseguendo passaggi successivi
con cateteri di calibro crescente, in modo
da dilatare progressivamente la porzione di arteria
malata. Con il passare degli anni il radiologo interventista
ha ampliato notevolmente il suo campo
d'azione integrando le sue conoscenze, sempre più
accurate, nell'ambito dell'imaging con le nuove
tecniche proposte e i materiali sempre più sofisticati
forniti dall'industria dedicata e spesso realizzati
anche con il contributo di idee fornite dagli operatori
stessi. Ciò ha permesso di introdurre come
utilizzo routinario numerose procedure per il trattamento
di patologie sia vascolari sia a livello di
distretti extravascolari, alcune delle quali realizzate
anche in modo interdisciplinare con collaborazione
anche di altre figure professionali (chirurghi,
urologi, oncologi ecc.). In particolare, un campo
in evoluzione continua, con sviluppo che riguarda
sia il numero di casi sia la tipologia di interventi,
di RI sono quasi sempre quelle che meglio e più
rapidamente possono risolvere con radicalità il
problema clinico in atto. È pertanto necessaria la
copertura attiva o in reperibilità del servizio nelle
24 ore, a seconda della complessità del Centro. È
pertanto necessaria la realizzazione di una rete sul
territorio in grado di assolvere a tale compito. Le
procedure di RI, eseguite in urgenza, rappresentano
una soluzione con costo/beneficio biologico
nettamente favorevole per patologie numericamente
molto frequenti in reparti di chirurgia,
neurochirurgia, chirurgia vascolare, chirurgia urologica
e gastroenterologia o afferenti dai dipartimenti
di emergenza.
I Centri così abilitati, sia per disponibilità di apparecchiature
sia per competenza del personale
medico all'esecuzione dell'interventistica vascolare,
previa organizzazione preliminare, vanno eletti a
riferimento da parte delle strutture ospedaliere limitrofe,
non adeguatamente attrezzate, il che ne
giustifica la necessità con una distribuzione geografica
capillare e mirata, prevedendo una rete
territoriale secondo lo schema di Hub & Spoke
con uno o più Centri di riferimento regionali.
Per svolgere questa complessa attività il medico radiologo
interventista interagisce sia con i vari specialisti
sia direttamente con i pazienti, per quanto
riguarda le loro patologie e le scelte terapeutiche.
Per raggiungere questo fine è necessario che il radiologo
interventista disponga non solo di strutture
dove possa eseguire le varie procedure e di apparecchiature
correlate alla patologia da trattare, ma
anche di ambienti idonei dove seguire i pazienti in
regime sia ambulatoriale sia di ricovero.
Tali strutture devono essere Centri in cui l'invio
dei pazienti da sottoporre a procedure interventistiche
avvenga sia dalle indicazioni provenienti
dai dipartimenti di emergenza sia dalle proposte
dei reparti ospedalieri o degli ambulatori specialistici.
Va inoltre considerata l'opportunità di istitopatie
croniche non controllabili con metodiche
endoscopiche, il confezionamento di shunt portocavali,
il trattamento e la prevenzione delle embolie
polmonari, il trattamento in acuto di patologie
ischemiche periferiche e cerebrali, l'embolizzazione
delle lesioni vascolari post-traumatiche
e il trattamento di aneurismi cerebrali, le pielostomie
e i drenaggi biliari percutanei in urgenza.
Tuttavia, oltre alle urgenze maggiori sopra citate
ci sono molteplici condizioni di minore urgenza
che numericamente e statisticamente sono di frequenza
quotidiana anche in ospedali di piccole e
medie dimensioni, conseguenti a complicanze chirurgiche
o oncologiche. Si possono citare, per
esempio, il drenaggio degli ascessi addominali e
delle raccolte fluide, il trattamento delle stenoostruzioni
delle vie urinarie, i trattamenti degli
itteri ostruttivi neoplastici e non, le biopsie di organi
profondi e superficiali. Si tratta di procedure
con ruolo di prima scelta terapeutica, tutte di pertinenza
della RI. Inoltre, sempre utilizzando le
medesime apparecchiature in urgenza è possibile
gestire anche altre situazioni cliniche al limite tra
diagnostica e interventistica, come il drenaggio
delle raccolte toraciche, lo pneumotorace, il posizionamento
di cateteri venosi centrali (CVC), le
steno-ostruzioni di fistole dialitiche, gli approcci
combinati radiologici-endoscopici sia sulle vie biliari
sia sulle vie urinarie.
È evidente, pertanto, come per tali situazioni cliniche
sia auspicabile una soluzione che possa evitare
il ricorso a terapie chirurgiche molto più gravose
da un punto di vista biologico ed economico.
L'organizzazione dei Centri deve tenere conto, oltre
che della programmazione dell'elezione, anche
di tali condizioni di emergenza soprattutto per le
patologie vascolari acute (es. aneurismi in fase di
rottura o sanguinanti, traumi vascolari, emorragie
gastrointestinali). In tali casi, infatti, è fondamentale
la tempestività dell'intervento e le procedure
tuire direttamente degli ambulatori di RI sia per
la selezione dei pazienti sia per i controlli dei trattamenti
effettuati, poiché, per le specificità e complessità
dei trattamenti effettuati, i pazienti dopo
la dimissione devono potere essere seguiti, oltre
che dal clinico di riferimento, anche dagli stessi
interventisti che hanno eseguito il trattamento.
In Centri così concepiti l'assistenza fornita ai pazienti
è pertanto analoga a quella degli altri reparti
clinici.
Riassumendo, per ottemperare alle esigenze cliniche,
sia in urgenza sia in elezione d'interventi
di RI, sono necessarie:
- la presenza in ogni reparto di Radiologia o Diagnostica per Immagini di una o più figure professionali, con addestramento e competenze relative alle tecniche di RI;
- un'organizzazione che preveda l'utilizzo saltuario o routinario (in base al numero di pazienti da trattare) delle apparecchiature radiologiche;
- l'istituzione, dove necessario, di turni di reperibilità H24;
- la presenza di una rete di collegamento fra strutture di I e di II livello.
I rapporti con gli altri specialisti
Nell'ultimo decennio il campo d'azione della RI
è stato oggetto di interesse professionale da parte
di altri specialisti non radiologi che, in alcuni casi,
ha determinato una frammentazione dell'attività
complessiva di RI e delle sue potenzialità. Le attività
di RI sono possibili, nel loro complesso, in
Centri che continuano a offrire l'intero spettro
dell'attività e in particolare nei Centri dove non
c'è competizione, ma collaborazione o interesse
da parte degli altri specialisti. Il problema non è
solo "chi" deve fare tale attività, ma coinvolge
oltre che la formazione e le competenze anche
aspetti economici e l'ottimizzazione dei percorsi
clinico-assistenziali, evitando il moltiplicarsi di linee
di attività all'interno della stessa azienda con
aggravio dei costi al sistema sanitario e disomogeneità
nell'erogazione di assistenza.
Le cause che portano al verificarsi di tale fenomeno
sono note: le procedure RI, nate in ambiente
radiologico, quando validate, sono fatte
proprie anche dagli altri specialisti, grazie alla possibilità
dell'uso complementare delle apparecchiature
radiologiche. Cardiologi, chirurghi vascolari,
nefrologi e urologi divengono così "gestori" anch'essi
di tali procedure.
Questo processo è anche favorito dall'industria
per diverse ragioni: gli specialisti non radiologi
sono in numero maggiore rispetto ai radiologi interventisti
e diffusamente presenti sul territorio,
pertanto possono vedere un maggior numero di
pazienti e utilizzare più presidi rispetto a quanto
possano fare i soli radiologi; inoltre l'industria del
settore tende a promuovere la formazione di figure
non radiologiche. Peraltro, i radiologi stessi sono
in parte responsabili di tali avvenimenti per non
aver programmato un adeguamento del numero
di radiologi interventisti alle esigenze della moderna
medicina.
Il problema non è solo numerico, ma anche culturale.
Negli anni Ottanta in chirurgia vascolare
l'angioplastica era considerata una metodica sperimentale
e non vi era un diffuso interesse da
parte di altre branche specialistiche a essa. L'avvento
delle nuove tecnologie, di stent e cateteri
per angioplastica di nuova generazione ha di fatto
spostato la scelta terapeutica sul versante endovascolare
meno invasivo, facendo diminuire di fatto
il numero di interventi chirurgici. I chirurghi si
sono progressivamente interessati alla metodica
al punto che considerano attualmente l'angioplastica
e lo stenting la nuova chirurgia endovascolare.
Questo ha comportato in alcuni casi l'effettuazione
di interventi endovascolari in sala operatoria
con una visione non sempre ottimale dal punto
di vista radiologico, per caratteristiche delle apparecchiature
(archi a C) e le limitazioni del tavolo
operatorio, senza considerare poi la maggiore esposizione
a cui si sottopone l'intera equipe operatoria,
che fra operatori medici, anestesista, infermiere
di sala e tecnico può oscillare fra le 5 e 7 unità.
Mentre in idonee sale angiografiche radiologiche
e/o radiologico-chirurgiche sono coinvolti al massimo
3-4 operatori incluso l'infermiere di sala. Si
tratta, inoltre, di personale professionalmente
esposto e che rientra nei programmi di radioprotezione
con visite semestrali. C'è poi da considerare
che il percorso formativo non è breve e ha
bisogno di adeguata formazione universitaria e
post-specialistica e per le tipologie di prestazioni
da eseguire. Inoltre si userebbe in modo improprio
una sala operatoria, che ha maggiori costi di gestione
rispetto a una sala angiografica, distogliendola
dal proprio compito istituzionale.
Una migliore collaborazione e gestione integrata
su tali patologie sarebbe auspicabile fra gli specialisti
in modo che si arrivi a una collaborazione a interventi
congiunti per patologie vascolari maggiori.
Anche per questo motivo è auspicabile che siano
creati all'interno degli ospedali di medie e grandi
dimensioni, ove non già presenti, delle sale per
così dire ibride, che racchiudano le caratteristiche
della sala angiografica e l'ambientazione sterile
delle sale operatorie dove poter svolgere tali interventi,
quando necessario, con approccio multidisciplinare.
Va infine rilevato ancora una volta
come le procedure interventistiche per essere eseguite
abbiano bisogno del supporto di apparecchiature
radiologiche di alto livello tecnologico,
con un'utilizzazione ottimale sia diagnostica sia
procedurale e una corretta gestione radio-protezionistica
con l'applicazione di tutti gli accorgimenti
normativi necessari a ottimizzare l'esposizione
radiologica sia del paziente sia dell'operatore,
anche al fine di ottemperare a tutte le potenziali
implicazioni medico-legali connesse.
5. I Centri di Radiologia Interventistica: definizioni, requisiti professionali, requisiti strutturali, requisiti tecnologici, modelli e criteri di accreditamento, garanzia di qualità
La Radiologia Interventistica (RI), branca clinica
della Radiologia, riunisce in sé tutte quelle procedure
invasive o mininvasive, diagnostiche o terapeutiche,
attuate sotto la guida e il controllo
delle metodiche di diagnostica per immagini quali,
per esempio, biopsie guidate, interventistica vascolare,
extravascolare e oncologica.
Per le attività di RI s'individuano tre livelli:
- Centri di II livello in strutture sanitarie pubbliche dotate di Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione (DEA) di 1° o 2° livello (almeno 1 ogni milione di abitanti o almeno 1 per Provincia in strutture ospedaliere dotate di DEA di 2° livello);
- Centri di III livello in strutture sanitarie pubbliche dotate di DEA di 2° livello (almeno 1 per Regione in strutture ospedaliere dotate di DEA di 2° livello).
Le Linee guida suggeriscono uno standard di qualità cui concorrono più componenti che riguardano:
- requisiti professionali;
- requisiti strutturali;
- requisiti tecnologici;
- requisiti organizzativi.
Requisiti professionali
A norma del D.Lgs. 187/2000 e dell'art. 4 della
Legge 341 del 19 novembre 1990, viene definito
"radiologo" il medico che, successivamente alla
laurea in Medicina e Chirurgia, abbia conseguito
in una sede universitaria il diploma di specializzazione
che legittimi l'assunzione della qualifica
di Specialista in Radiologia o titolo equipollente
e che quindi autorizzi all'impiego delle radiazioni
ionizzanti a scopo diagnostico. Inoltre, il D.Lgs.
187/2000 art. 2, comma 2f, definisce lo Specialista
come "il medico chirurgo che ha titolo per
assumere la responsabilità clinica per le esposizioni
mediche individuali ai sensi dell'art. 7
comma 3".
Nell'ambito della RI si rende necessario individuare
personale dedicato e certificato per le diverse figure
professionali per consentire di sviluppare le competenze
e l'affiatamento richiesto per l'espletamento
delle procedure.
Devono essere disponibili idonei collegamenti
funzionali per eventuali complicanze (medico anestesista-
rianimatore e/o sala operatoria) [Centri
di II e III livello].
È necessario che il radiologo interventista che opera
in autonomia abbia partecipato come primo o secondo
operatore, nell'arco temporale di 24 mesi,
almeno a 150 procedure (di cui 25 come primo
operatore) e rispettivamente a 100 di tipo vascolare
e 50 extravascolari (Centri di I e II livello) [vedi
Cardiovascular and Interventional Radiological Society
of Europe (CIRSE-EBIR; http://www.cirse.
org/index.php?pid=473)] idoneamente registrate
e certificate.
Il mantenimento della clinical competence da parte
dello specialista che opera nella struttura di RI richiede
l'esecuzione di almeno 100 procedure complessive
nei due settori, invasivo diagnostico e invasivo
terapeutico-interventistico, con un casemix
percentuale orientativamente non inferiore
al 20% per l'attività terapeutico-interventistica,
ogni anno di effettivo periodo di presenza in servizio
(Centri di II e III livello). Tale attività va
idoneamente registrata e certificata.
Per l'attività interventistica di base è necessario
che l'interventista, per operare in autonomia, abbia
effettuato almeno 200 procedure guidate e per il
mantenimento della clinical competence è richiesta
l'esecuzione di almeno 100 procedure/anno. Anche
tali attività devono essere registrate e certificate in
modo idoneo.
Requisiti strutturali minimi
Requisiti strutturali minimi e tecnologici generali
Tutti i presidi che erogano prestazioni di carattere sanitario devono essere in possesso dei requisiti previsti dalle vigenti leggi (DPR 14 gennaio 1997) in materia di:
- protezione antisismica;
- protezione antincendio;
- protezione acustica;
- sicurezza elettrica e continuità elettrica;
- sicurezza antinfortunistica;
- igiene dei luoghi di lavoro;
- protezione dalle radiazioni ionizzanti;
- eliminazione delle barriere architettoniche;
- smaltimento dei rifiuti;
- condizioni microclimatiche;
- impianti di distribuzione dei gas;
- materiali esplodenti.
In merito a tali problematiche è opportuno fare riferimento alle specifiche norme nazionali, regionali, locali e, per la prevista parte di competenza, alle disponibilità internazionali.
Requisiti strutturali minimi per l'attività di Radiologia Interventistica
Per garantire criteri generali di buon funzionamento,
sicurezza, efficienza ed economicità, le
strutture dove vengono effettuate procedure di
RI devono ottemperare a specifici requisiti minimi
strutturali, impiantistici e tecnologici in base alla
tipologia e alla complessità delle procedure che
vengono effettuate.
Per quanto riguarda i requisiti strutturali più strettamente
riguardanti gli spazi in cui si svolgono le
procedure di RI, le strutture devono possedere 1
sala o 2 sale per esami angiografici e per le varie
procedure interventistiche, le quali, qualora la
preparazione e il risveglio del paziente dovessero
avvenire all'interno delle stesse, devono essere sufficientemente
ampie per poter svolgere tali processi;
in caso contrario, devono essere allestiti spazi
alternativi. In sala angiografica devono essere garantiti
gli opportuni rinforzi al fine di far fronte
ai sovraccarichi statici derivanti dall'installazione
dell'apparecchiatura angiografica. È necessario,
inoltre, assicurare le schermature contro le radiazioni
ionizzanti, mediante integrazione di pannelli
murali anti-X e porte anti-X; tutte le protezioni
devono essere oggetto di verifica e approvazione
da parte dell'esperto qualificato dell'Ente.
Per garantire la sicurezza dei pazienti e agevolare
l'attività nelle sale radiologiche, ottimizzare i percorsi,
le attività di diagnosi e cura e contenere i
costi, devono essere presenti posti letto per il ricovero
ordinario e diurno e ambulatori dedicati
utili per il monitoraggio dei pazienti pre- e post -
procedura in relazione al tipo di intervento.
L'intera area deve essere dotata di adeguata segnaletica,
che evidenzi i percorsi funzionali, le uscite,
le zone operative e le prescrizioni per le emergenze.
Nella Tabella 5.1 sono riassunti i requisiti strutturali
minimi da differenziare per le diverse tipologie
dei CRI.
Requisiti tecnologici minimi
Centri di I livello
I CRI di I livello devono disporre di requisiti tecnologici minimi, differenziati a seconda si tratti di strutture in ambito territoriale o dotate di pronto soccorso:
attività interventistica in ambito territoriale: - ecografo con eco-color-Doppler e con sonde dedicate alle biopsie;
attività interventistica in strutture dotate di pronto soccorso: - telecomandato (auspicabile digitale) anche condiviso all'interno della struttura, - ecografo con eco-color-Doppler e con sonde dedicate alle biopsie.
Centri di II livello
Oltre ai requisiti tecnologici di I livello, i Centri di II livello devono possedere un angiografo digitale con stativo ad arco a "C", ognuno con un iniettore angiografico automatico con comandi a distanza, un apparecchio per il monitoraggio elettrocardiografico, un defibrillatore semiautomatico, un respiratore automatico, un pulsi-ossimetro, una dotazione minima per il pronto soccorso medico- chirurgico, un armadio con farmaci, medicazioni, strumentario e presidi medico-chirurgici, utili per la gestione delle emergenze. Deve essere, inoltre, presente un'apparecchiatura TC multistrato per gli accessi programmati e secondo esigenze, così come è auspicabile vi sia un sistema di archiviazione informatizzato e di tele- trasmissione delle immagini. Nella Tabella 5.2 sono indicati i requisiti tecnologici dei CRI di II livello.
Centri di III livello
Rispetto ai requisiti tecnologici dei CRI di II livello, i CRI di III livello devono possedere due angiografi digitali corredati della strumentazione accessoria per l'effettuazione di tutte le procedure di RI: deve essere disponibile un'apparecchiatura di risonanza magnetica, con accessi programmati secondo le esigenze, con campo magnetico statico superiore a 1 tesla per indagini dell'encefalo e del tronco encefalico e indagini angiografiche. I CRI di III livello devono disporre di un sistema di archiviazione informatizzato e di teletrasmissione delle immagini. Nella Tabella 5.3 sono indicati i requisiti tecnologici dei CRI di III livello
Criteri di riconoscimento dei CRI
Il criterio guida è che il paziente che può avvalersi di prestazioni diagnostiche e terapeutiche mediante la RI in Italia si veda garantito un livello omogeneo di assistenza e di possibilità di accesso in tutto il Sistema Sanitario Nazionale (SSN). Al paziente dovrà essere garantita la possibilità di accesso e di ricovero, ove richiesto per patologia e tipologia di prestazioni, direttamente presso un presidio ospedaliero dotato di CRI. Si raccomanda di collocare i CRI, diretti da un radiologo interventista esperto, nell'ambito dei Dipartimenti di Diagnostica per Immagini, ovvero Dipartimenti integrati tra Diagnostica per Immagini e Radioterapia e/o dei Servizi Diagnostici. Ove sia istituito il CRI, gli interventi di cui al precedente paragrafo devono essere necessariamente effettuati all'interno di esso, garantendo in ogni caso la presenza e l'attività operativa del radiologo interventista esperto, e ciò anche in caso di procedure ibride che prevedano il coinvolgimento di altri specialisti. Considerando le esperienze nazionali, internazionali ed europee si ritiene sia formulabile un'ipotesi di riconoscimento/accreditamento dei CRI che consideri 3 livelli funzionali.
Centri di I livello
Devono garantire diffusamente, a livello territoriale,
le risposte al fabbisogno di prestazioni di
Radiologia Interventistica diagnostica (biopsie)
guidate e di interventi di I livello.
Riguardo alle necessità del territorio e ai requisiti
professionali, tecnologici e strutturali sono ipotizzabili
due tipologie: Attività interventistica in
ambito territoriale e Attività interventistica in strutture
dotate di pronto soccorso.
La prima tipologia si caratterizza per la presenza
in una struttura sanitaria a vocazione ambulatoriale
di:
- almeno un radiologo interventista esperto in procedure di I livello;
- personale infermieristico di supporto, formato, anche condiviso all'interno della struttura;
- possibilità di monitoraggio del paziente per il tempo necessario dopo la procedura;
- collegamento operativo con i CRI di II e III livello per consultazione e invio immagini e in caso di necessità per il ricovero;
- collegamento operativo con il territorio (Medicina Generale, Servizi Assistenziali);
- disponibilità di eco-color-Doppler con sonde e sistemi dedicati alla guida per gli accessi percutanei per le biopsie e le aspirazioni di raccolte superficiali per un numero di ore/turni diurni in relazione alle esigenze del territorio.
La seconda tipologia, oltre i requisiti precedenti, deve poter garantire in strutture ospedaliere dotate di pronto soccorso:
- personale tecnico-sanitario di radiologia medica, formato, anche condiviso all'interno della struttura;
- possibilità di monitoraggio del paziente dopo la procedura in un posto letto;
- disponibilità di una sala radiologica dotata di apparecchiatura con fluoroscopia (auspicabile digitale) anche condivisa all'interno della struttura per un numero di ore/turni diurni in relazione ai carichi di lavoro e alle esigenze del territorio;
- auspicabile disponibilità di una TC per accessi programmati all'interno della struttura per l'effettuazione di biopsie e drenaggi profondi guidati.
Centri di II e III livello
I CRI di II e III livello presentano alcune caratteristiche organizzative comuni. Allo scopo di garantire la massima sicurezza per i pazienti devono essere previsti, anche con attribuzione dipartimentale, posti letto per il ricovero ordinario (4-8) o diurno (4-6) in relazione alla tipologia e complessità degli interventi e alle condizioni del paziente a diretta gestione del CRI. Tale requisito è necessario per i CRI di III livello e in relazione alla tipologia degli interventi per i CRI di II livello. La gestione del paziente verrà di norma effettuata dall'equipe del CRI per assicurare anche l'ottimizzazione dei percorsi diagnostico-terapeutici e contenere i costi di gestione complessivi. Per il raggiungimento dei citati obiettivi è inoltre necessaria l'attivazione, a diretta gestione dei CRI, di ambulatori per la prima visita, diagnostici e per i controlli dopo le procedure dei pazienti. I CRI di II livello devono poter garantire, oltre quanto previsto per quelli di I livello:
- radiologi interventisti esperti in procedure di II livello in numero sufficiente in relazione al numero e alla complessità degli interventi, all'erogazione di servizi ambulatoriali prima delle procedure e per il controllo dei pazienti successivamente a esse, l'eventuale presenza di posti letto dedicati e tenendo conto delle assenze per ferie e malattie;
- personale infermieristico di supporto, specificamente formato e dedicato, in numero sufficiente;
- personale tecnico-sanitario di radiologia medica, formato e dedicato, in numero sufficiente;
- un anestesista per le procedure in sedazione;
- personale ausiliario e amministrativo di supporto anche condiviso all'interno della struttura;
- auspicabile la disponibilità di posti letto dedicati che possono variare in relazione alla numerosità delle procedure;
- il collegamento con i CRI di I livello per le esigenze di teleconsulto e supporto clinico-organizzativo;
- il collegamento operativo con i CRI di III livello per consultazione e invio immagini e in caso di necessità per il ricovero ove non possibile presso il CRI di II livello;
- la disponibilità di UO di Diagnostica per Immagini dotate di apparecchiature radiologiche tradizionali, ecografiche, TC e auspicabile RM;
- la disponibilità di almeno una sala radiologica con angiografo digitale, iniettore automatico, monitoraggio elettrocardiografico anche per procedure cardiologiche, pulsi-ossimetro, defibrillatore semiautomatico, respiratore automatico, armadio farmaci, medicazioni, stru- mentario, presidi medico-chirugici e la strutturazione impiantistica secondo le normative previste per gli ambienti chirurgici;
- la disponibilità di una TC, anche condivisa nella struttura, per procedure interventistiche e per i controlli a distanza;
- la disponibilità di spazi per le attività ambulatoriali diagnostiche e di controllo dei pazienti;
- l'attività in sala garantita su turni di 6-12 ore diurne e reperibilità secondo le esigenze.
Centri di III livello
Oltre ai requisiti dei CRI di I e II livello, quelli di III livello devono poter garantire:
- radiologi interventisti esperti in procedure di III livello in numero sufficiente (24 h/7 gg o reperibilità), in relazione al numero e alla complessità degli interventi, all'erogazione di servizi ambulatoriali, alla presenza di posti letto dedicati per il controllo post-procedura e tenendo conto delle assenze per ferie e malattie;
- personale infermieristico di supporto, specificamente formato e dedicato, in numero sufficiente (24 h/7 gg o reperibilità), coordinato da un infermiere professionale;
- personale tecnico-sanitario di radiologia medica, formato e dedicato, in numero sufficiente (24 h/7 gg o reperibilità), coordinato da un tecnico sanitario in radiologia medica (TSRM);
- un anestesista dedicato;
- personale ausiliario e amministrativo di supporto anche condiviso all'interno della struttura;
- la disponibilità di posti letto dedicati che possono variare, in relazione alla numerosità delle procedure, da 4 a 8;
- il collegamento con i CRI di I e II livello per le esigenze di teleconsulto e supporto clinicoorganizzativo;
- la disponibilità di UO di Diagnostica per Immagini dotate di apparecchiature radiologiche tradizionali, ecografiche, TC e RM;
- la disponibilità di almeno due sale radiologiche con angiografo digitale, iniettore automatico, monitoraggio elettrocardiografico anche per procedure cardiologiche, pulsi-ossimetro, defibrillatore semiautomatico, respiratore automatico, armadio farmaci, medicazioni, strumentario, presidi medico-chirugici e la strutturazione impiantistica secondo le normative previste per gli ambienti chirurgici;
- la disponibilità di almeno una TC, anche con accessi dedicati nella struttura, per procedure interventistiche e per i controlli a distanza;
- la disponibilità di almeno una RM, anche condivisa nella struttura, per procedure interventistiche RM guidate e per i controlli a distanza;
- spazi dedicati alle attività ambulatoriali diagnostiche, PAC (pacchetti assistenziali complessi) e di controllo dei pazienti. Possono essere previsti più di un CRI di III livello in sede regionale se sono già presenti sul territorio Centri di eccellenza in settori diversi della RI. Il Centro di III livello deve essere dotato dei massimi e più aggiornati requisiti tecnologici, delle professionalità, di strutture didattiche e/o collegamenti idonei per l'effettuazione dell'addestramento del personale medico e non medico nelle varie procedure interventistiche diagnostiche e terapeutiche.
Tipologie di attività dei Centri
I Centri di I livello territoriale sono adibiti a eseguire:
- agoaspirati e biopsie eco-guidate di organi superficiali;
- aspirazione di raccolte superficiali. I Centri di I livello in strutture sanitarie dotate di pronto soccorso eseguono:
- le precedenti;
- agoaspirati e biopsie eco- e TC-guidate di organi profondi;
- drenaggi profondi guidati con l'imaging;
- scleroembolizzazione varicocele;
- pleurodesi;
- venous sampling;
- disostruzioni tubariche. I Centri di II livello effettuano:
- le precedenti (Centri di I livello);
- drenaggi biliari;
- termoablazioni;
- termoablazioni;
- alcolizzazioni;
- HIFU;
- chemioembolizzazione;
- PTA e stenting e diagnostica vascolare angiografica;
- ricanalizzazioni;
- trombolisi e trobectomia periferica;
- filtri cavali;
- embolizzazione sanguinamenti;
- cateteri endovascolari a permanenza;
- nefrostomie percutanee;
- stenting ureterale;
- bilioplastica e stenting biliari;
- vertebroplastica;
- nucleoplastica e discectomie;
- dilatazioni transluminali;
- stenting transluminali;
- embolizzazioni antiangiogenetiche;
- chemioterapie locoregionali. E se certificate competenze clinico-specialistiche specifiche:
- endoprotesi aortiche;
- cifoplastica;
- TIPS;
- stent intracranici;
- embolizzazioni intracraniche;
- trombolisi intracranica;
- ablazioni;
- impianti valvolari;
- impianti di accessi vascolari centrali;
- rizotomie e terapia antalgica;
- shunt peritoneo-venoso percutaneo;
- trattamento invaginazione intestinale. I Centri di III livello effettuano:
- le precedenti (Centri di I e II livello);
- endoprotesi aortiche;
- cifoplastica;
- TIPS;
- stent intracranici;
- embolizzazioni intracraniche;
- trombolisi intracranica;
- ablazioni;
- impianti valvolari;
- valvuloplastiche;
- trattamento percutaneo shunt cardiaci;
- impianti di accessi vascolari centrali;
- rizotomie e terapia antalgica;
- shunt peritoneo-venoso percutaneo;
- trattamento invaginazione intestinale.
Garanzia di qualità
Tutte le informazioni raccolte durante l'iter assistenziale
devono essere registrate per poter assumere
tempestivamente le decisioni più opportune
per i pazienti.
Ogni Centro dovrà registrare, preferibilmente in
formato digitale, le procedure effettuate, compilare
le cartelle cliniche e le Schede di Dimissione Ospedaliera
(SDO) per i pazienti in ricovero ordinario
o diurno.
Dovrà essere tenuto, anche in formato digitale,
un registro operatorio delle procedure, allo stesso
modo del registro chirurgico di sala operatoria,
con la descrizione dell'intervento, dei risultati e
delle eventuali complicanze, degli operatori, la
durata, i codici ministeriali ecc.
Nel caso d'impiego di radiazioni ionizzanti do-
vranno essere registrati su apposito registro obbligatoriamente
per la fluoroscopia almeno durata,
mA, kV; per la grafia almeno il numero delle
esposizioni; il DAP (ove previsto); con indicazione
del nome del paziente, tipo della procedura e sua
durata complessiva.
Ogni CRI provvederà a stilare procedure scritte
per l'approvvigionamento, la disinfezione e/o sterilizzazione
secondo le norme vigenti per le attività
di chirurgia e le procedure svolte.
In particolare, i CRI dovranno assicurare che:
- i documenti siano e rimangano leggibili e facilmente identificabili;
- siano identificati i documenti esterni necessari e la loro distribuzione sia controllata;
- sia prevenuto l'utilizzo involontario di documenti obsoleti.
Elaborazione di una strategia per il monitoraggio della qualità e dei risultati
I CRI devono garantire e dimostrare che siano stabiliti obiettivi e requisiti del servizio erogato compresi quelli assistenziali. Gli obiettivi devono essere misurabili e coerenti con la politica dell'organizzazione. Ogni 6 mesi deve essere programmato il controllo dell'efficienza delle apparecchiature tramite:
- misura del rateo di dose allo IB;
- valutazione della risoluzione spaziale;
- valutazione della risoluzione a basso contrasto;
- misura della macchia focale;
- misura della tensione;
- misura della corrente;
misura del tempo di carico. Devono essere raccolti e analizzati almeno i seguenti indicatori:
- indicatore 1: tasso di complicanze;
- indicatore 2: tempi di attesa per i pazienti interni;
- indicatore 3: presenza di reclami;
- indicatore 4: gradimento del servizio mediante questionari a campione (customer satisfaction);
- indicatore 5: variazione del volume di attività in relazione allo storico dell'Unità Operativa.
Per ogni obiettivo devono essere predisposti opportuni
indicatori di monitoraggio; per ognuno
di questi devono essere definiti i valori di accettabilità,
modalità e tempi di verifica.
Almeno una volta l'anno l'Unità Operativa deve
redigere un documento di sintesi delle attività
svolte nell'anno che evidenzi anche le complicanze,
i reclami, la gestione delle anomalie nell'ambito
di governo dei processi e del rischio clinico.
È necessario, inoltre, dare evidenza della
progettualità e/o partecipazione a sperimentazioni
cliniche o azioni volte a migliorare l'attività del
servizio.
Il CRI deve assicurare che i reclami, i problemi
relativi alle forniture e gli scostamenti rispetto ai
parametri dello standard siano oggetto di indagini
documentate, comprendenti anche decisioni relative
a eventuali interventi correttivi e preventivi.
Allo scopo di garantire la massima professionalità
degli operatori, devono essere attivati programmi
di formazione permanenti per medici, tecnici di
radiologia, infermieri e personale addetto all'assistenza
sulla scorta di Linee guida con cadenza annuale
anche per la gestione delle emergenze.
6. Rapporto costo-efficacia
La metodologia dell'analisi costo-efficacia è riconosciuta a livello internazionale come uno strumento utilizzabile per valutare il costo di un intervento sanitario in rapporto alla sua efficacia (es. dispositivo medico, farmaco). Il disegno dell'analisi costo-efficacia è di tipo incrementale e consiste nel valutare il costo aggiuntivo (costo incrementale) e l'efficacia aggiuntiva (efficacia incrementale) che un intervento nuovo apporta in confronto con il precedente intervento riconosciuto come standard.
Radiologia Interventistica vascolare
La Radiologia Interventistica (RI) è una branca della radiologia in continua evoluzione, grazie all'incessante miglioramento dei materiali utilizzati e all'introduzione in commercio di nuovi device. Dall'analisi della letteratura emerge che, proprio a causa delle incalzanti novità tecnologiche che rivoluzionano di continuo l'approccio alle diverse problematiche cliniche e chirurgiche in cui la RI è chiamata in causa, i lavori disponibili assumono come primo outcome il risultato clinico e si limitano a una trattazione solo marginale del problema costo-efficacia. Solo pochi lavori, che trattano argomenti in cui il ruolo delle diverse discipline (Radiologia Interventistica, Chirurgia Vascolare ecc.) è abbastanza ben definito, hanno come scopo principale una valutazione cost-effectiveness. In letteratura è possibile individuare a grandi linee tre tipologie di lavori:
- quelli relativi ai campi di applicazione della RI versus il trattamento standard (arteriopatia obliterante degli arti inferiori, posizionamento di endoprotesi aortiche, stenting carotideo ecc.);
- quelli relativi a differenti soluzioni organizzative (procedure svolte in sala angiografica versus quelle svolte in sala operatoria ecc.);
- infine alcuni lavori che valutano il rapporto costo-efficacia tra differenti tecniche interventistiche per il trattamento di una stessa evenienza morbosa.
Per quanto riguarda i campi di applicazione ove
esiste "competizione" tra RI e chirurgia vascolare,
un posto di rilievo è occupato dall'arteriopatia
obliterante degli arti inferiori. Il trattamento endovascolare,
grazie al continuo perfezionamento
dei device e agli indiscutibili vantaggi legati alla
minore invasività, ha permesso di trattare un numero
sempre maggiore di pazienti con risultati
sovrapponibili e talvolta superiori a quelli della
chirurgia. Ciò ha fatto sì che si sviluppasse anche
l'interesse per l'analisi dei costi di queste procedure,
a confronto con il classico trattamento chirurgico
a breve e a lungo termine. Fermo restando
fronto. I pazienti in cui viene eseguita la fibrinolisi
transarteriosa sono spesso soggetti in cui la presenza
di co-morbidità rende non indicato il trattamento
chirurgico come prima scelta. In questi
pazienti andrebbe inquadrato il problema di costeffectiveness
in un'ottica più vasta, cioè considerando
la spesa della gestione postoperatoria di un
paziente che va incontro a un intervento chirurgico
spesso devastante (amputazione ecc.). In tal
senso è opinione comune che il tentativo endovascolare
va sempre tenuto in considerazione, in
quanto permetterebbe per lo meno di ritardare il
ricorso a trattamenti chirurgici estremi, che inficiano
la qualità di vita del paziente e determinano
un'impennata nel costo della gestione del malato.
L'approccio endovascolare ha rivoluzionato il trattamento
degli aneurismi dell'aorta addominale.
Il primo posizionamento di endoprotesi aortica
per via percutanea risale al 1991; da allora, sono
stati notevolmente perfezionati sia la tecnica sia i
device, così da ampliare le indicazioni alla terapia
mininvasiva, con un sempre maggior numero di
pazienti trattati e con risultati sempre migliori.
Nella gestione "economica" del paziente sottoposto
al posizionamento di un graft per aneurisma dell'aorta
addominale un posto di rilievo è occupato
dalla comparsa di complicanze peri- e postoperatorie,
che comportano una spesa non indifferente.
Il posizionamento di endoprotesi aortica ha sensibilmente
ridotto la percentuale di complicanze,
rispetto a quelle che si osservano durante e dopo
il trattamento chirurgico. Seiwert et al. hanno paragonato
i costi del trattamento endovascolare e
quelli del trattamento chirurgico classico: è stata
osservata una riduzione dei costi statisticamente
significativa con l'approccio endovascolare, grazie
a una minore permanenza del paziente nell'unità
di terapia intensiva e a un più breve periodo di
ospedalizzazione; anche Hayes et al., in una recente
metanalisi, hanno dimostrato che il trattamento
che il primo obiettivo di qualsiasi atto terapeutico
è quello dell'efficacia, alcuni studi in letteratura
hanno preso in considerazione anche il problema
economico. Janne d'Othée et al. hanno analizzato
quali erano le determinanti dei costi del trattamento
percutaneo versus quello chirurgico in pazienti
con claudicatio intermittens: si è visto che i
fattori predittivi dei risultati clinici erano differenti
da quelli che influenzano i costi e che la decisione
terapeutica andrebbe assunta in base a un preciso
bilancio tra entrambi i tipi di fattori.
Nel caso della claudicatio debilitante e dell'ischemia
critica, diversi studi riportano risultati clinici
migliori dopo il trattamento endovascolare; se
non altro esso ritarda il trattamento chirurgico
che – essendo generalmente già di per sé maggiormente
aggressivo – è spesso seguito da una
riabilitazione lunga ed estenuante, non sempre
risolutiva e con un peso economico maggiore.
Il trattamento fibrinolitico transcatetere dell'ischemia
acuta degli arti inferiori è oggi molto diffuso
e presenta alcuni vantaggi rispetto al trattamento
chirurgico: la possibilità di dissolvere trombi anche
nella microcircolazione e nei vasi collaterali determina
una più graduale riperfusione che, a sua
volta, comporta un minore rilascio di metaboliti
anaerobi nella circolazione sistemica, così da ridurre
i rischi da riperfusione o da sindrome compartimentale.
Inoltre, esso non preclude il trattamento
chirurgico che, grazie al precedente trattamento
fibrinolitico, può talvolta essere meno
esteso. Korn et al., confermando quello che era
stato affermato da studi precedenti, hanno dimostrato
che i costi di ospedalizzazione per trattamento
fibrinolitico dell'ischemia degli arti inferiori
sono equivalenti o maggiori rispetto a quelli del
bypass chirurgico femoro-popliteo o femoro-tibiale.
Peraltro, gli stessi autori sottolineano che si
trattava di uno studio retrospettivo non randomizzato,
senza un gruppo di pazienti per il con
controindicazioni alla chirurgia, sia del paziente
trattato chirurgicamente su indicazione "forzata".
Ciò è, inoltre, associato a un miglioramento della
qualità della vita.
In molti Centri di Radiologia Interventistica vengono
impiantati device di accesso venoso centrale
(Port a Cath, cateteri di Groshong, cateteri di
Tesio ecc.). Fra i lavori relativi a differenti soluzioni
organizzative, Hancock-Howard et al. hanno calcolato
la spesa dell'impianto in pazienti pediatrici
di tali device in sala angiografica a confronto con
quella relativa alle procedure effettuate in sala
operatoria e hanno concluso che per le procedure
eseguite in sala angiografica vi è un migliore rapporto
costo-efficacia associato a una minore percentuale
di complicanze.
Sebbene i trattamenti endovascolari vengano tuttora
eseguiti solitamente in pazienti in regime di
ricovero ospedaliero, si è iniziato a effettuare tali
procedure anche in regime ambulatoriale; le percentuali
di mortalità postoperatoria e di morbilità
sono risultate paragonabili a quelle dei pazienti
trattati in regime di ricovero (in particolare, la riospedalizzazione
30 giorni dopo trattamento endovascolare
ambulatoriale era solo del 6%). Tra i
pazienti ambulatoriali, solo il 26% veniva trattenuto
la notte in ospedale e solo il 5% di questi ultimi
per complicanze postprocedurali; il costo aggiuntivo
per i pazienti per cui è stata necessaria
l'osservazione in ospedale la notte successiva alla
procedura non è risultato statisticamente significativo.
O'Brien-Irr et al. hanno documentato una
spesa minore per le procedure endovascolari eseguite
in regime ambulatoriale rispetto a quelle eseguite
in regime di ricovero; inoltre, in tutti i casi
in cui il paziente può essere gestito in sala angiografica,
la procedura va effettuata in tale sede: ciò
giova sia in termini di impiego della sala operatoria,
che resta disponibile per procedure che non possono
essere svolte in altra sede, sia in termini di
con EVAR (Endovascular Aortic/Aneurysm Repair)
risulta meno costoso rispetto a quello chirurgico
in relazione al minor tempo di ospedalizzazione
richiesto, e in particolare alla più breve permanenza
del paziente in terapia intensiva e a una minore richiesta
di emoderivati. Inoltre, l'ormai provata riduzione
delle complicanze peri- e postoperatorie,
nei pazienti trattati con approccio endovascolare,
si traduce in un periodo di riabilitazione postoperatoria
più breve e meno dispendioso.
D'altra parte, Seiwert et al. sottolineano che le
endoprotesi aortiche hanno un costo elevato; tale
spesa può essere ammortizzata nel tempo con un
numero maggiore di pazienti che usufruiscono di
questo trattamento, rispetto a quelli che nello
stesso tempo sarebbero trattati con il classico approccio
chirurgico. Esistono studi che hanno tentato
di valutare se il costo del graft posizionato
per via endovascolare possa essere ammortizzato
da una qualità della vita migliore negli anni successivi
all'intervento, a confronto con il classico
approccio chirurgico: in relazione ai dati presenti
in letteratura, sembra esserci un rapporto costoefficacia
a favore dell'EVAR solo per i pazienti ad
alto rischio operatorio.
Per quanto riguarda lo stenting carotideo, Vogel
et al. hanno osservato che un risparmio significativo
nel costo della procedura era subordinato a
un'ottimale educazione del personale e a una conoscenza
ottimale dei device, sempre più confortevoli,
oggi disponibili sul mercato.
Considerando che i pazienti indirizzati al trattamento
endovascolare sono quelli ad alto rischio
chirurgico, un discorso simile a quello fatto per
l'EVAR si può fare per lo stenting carotideo: il
costo più elevato della procedura di stenting carotideo
rispetto all'endoarterectomia chirurgica
può essere ammortizzato con un minore costo sanitario
globale del paziente nel postoperatorio rispetto
a quelli sia del paziente non trattato per le
alla chirurgia, sia del paziente
trattato chirurgicamente su indicazione "forzata".
Ciò è, inoltre, associato a un miglioramento della
qualità della vita.
In molti Centri di Radiologia Interventistica vengono
impiantati device di accesso venoso centrale
(Port a Cath, cateteri di Groshong, cateteri di
Tesio ecc.). Fra i lavori relativi a differenti soluzioni
organizzative, Hancock-Howard et al. hanno calcolato
la spesa dell'impianto in pazienti pediatrici
di tali device in sala angiografica a confronto con
quella relativa alle procedure effettuate in sala
operatoria e hanno concluso che per le procedure
eseguite in sala angiografica vi è un migliore rapporto
costo-efficacia associato a una minore percentuale
di complicanze.
Sebbene i trattamenti endovascolari vengano tuttora
eseguiti solitamente in pazienti in regime di
ricovero ospedaliero, si è iniziato a effettuare tali
procedure anche in regime ambulatoriale; le percentuali
di mortalità postoperatoria e di morbilità
sono risultate paragonabili a quelle dei pazienti
trattati in regime di ricovero (in particolare, la riospedalizzazione
30 giorni dopo trattamento endovascolare
ambulatoriale era solo del 6%). Tra i
pazienti ambulatoriali, solo il 26% veniva trattenuto
la notte in ospedale e solo il 5% di questi ultimi
per complicanze postprocedurali; il costo aggiuntivo
per i pazienti per cui è stata necessaria
l'osservazione in ospedale la notte successiva alla
procedura non è risultato statisticamente significativo.
O'Brien-Irr et al. hanno documentato una
spesa minore per le procedure endovascolari eseguite
in regime ambulatoriale rispetto a quelle eseguite
in regime di ricovero; inoltre, in tutti i casi
in cui il paziente può essere gestito in sala angiografica,
la procedura va effettuata in tale sede: ciò
giova sia in termini di impiego della sala operatoria,
che resta disponibile per procedure che non possono
essere svolte in altra sede, sia in termini di
costo, che è infatti inferiore se la stessa procedura
viene eseguita in sala angiografica anziché in sala
operatoria. Da tali considerazioni si evince che è
necessaria un'accurata selezione dei pazienti, per
evitare in primo luogo insuccessi clinici e di conseguenza
anche sprechi delle risorse economiche.
Nel 2009, Simonetti et al. hanno pubblicato un
lavoro che dimostra un risparmio significativo in
termini di tempo di ospedalizzazione, accorciamento
delle liste di attesa e di risorse economiche
in seguito alla creazione di Unità Operative Complesse
di Radiologia Interventistica, vale a dire di
strutture che dispongono di posti letto propri per
il ricovero dei malati e di un day-hospital per l'appoggio
dei pazienti che, nell'arco di una stessa giornata,
vengono sottoposti alle procedure e, dopo
un adeguato periodo di osservazione, sono dimessi.
Questa soluzione organizzativa permette di by-passare
i Reparti di Medicina Interna o di Chirurgia,
il cui impiego, per il ricovero o l'appoggio dei pazienti,
comporta costi superiori.
Un cenno merita anche la possibilità di applicare
una valutazione costo-efficacia tra diverse tecniche
interventistiche per il trattamento di una stessa
condizione morbosa. La scelta di tecniche, ma
anche e soprattutto di materiali e farmaci differenti
per l'esecuzione di una stessa procedura, può influire
sui risultati e anche sui costi: in letteratura
sono presenti alcuni lavori a tale riguardo.
Grunwald et al. hanno paragonato retrospettivamente
efficacia, sicurezza e costi della trombolisi
transcatetere per il trattamento della trombosi venosa
profonda eseguita somministrando urochinasi
versus tPA (attivatore tissutale del plasminogeno):
in termini di efficacia e sicurezza, i due
agenti sembrano equivalenti; i nuovi agenti ricombinanti
(tPA), tuttavia, comporterebbero una
spesa globale inferiore.
Pellerin et al. hanno confrontato l'efficacia e il costo
dell'embolizzazione dell'arteria iliaca interna con
spirali metalliche versus i vascular plugs, in corso di
impianti di endoprotesi aortiche: in tale lavoro si
dimostra che l'utilizzo dei vascular plugs per l'embolizzazione
degli endoleaks di tipo IIA è efficace a
lungo termine, con una significativa riduzione della
spesa calcolata per paziente, rispetto alla stessa procedura
eseguita con le spirali metalliche.
Per quanto riguarda il trattamento delle stenosi
lunghe femoro-poplitee, è noto che l'angioplastica
è meno costosa rispetto allo stenting e all'aterotomia;
nei casi in cui la sola angioplastica non sia
risolutiva, è indicato il posizionamento di stent.
Poiché non si può stabilire con certezza quale sia
il trattamento migliore a lungo termine, di conseguenza
è dibattuto se il maggiore costo concernente
lo stenting primario sia giustificato da una
pervietà vasale più duratura, dal momento che la
maggiore efficacia clinica comporta una minore
spesa complessiva nella gestione a lungo termine
del paziente.
Va infine sottolineato che vi sono Linee guida aggiornate
solo per l'EVAR e lo stenting carotideo,
ma non per molte altre patologie vascolari. Risulta
quindi arduo trarre conclusioni in termini di spesa
economica, tanto più che queste, nella maggior
parte dei casi, vanno formulate facendo riferimento
a un periodo di tempo prolungato (comprensivo
di follow-up clinico-strumentale, valutazione
della qualità di vita del paziente ecc).
Radiologia Interventistica extravascolare
Vertebroplastica (VTP) vs terapia medica
L'efficacia della vertebroplastica (VTP) nei pazienti
con crollo vertebrale acuto in termini di funzionalità
e risoluzione del dolore è ormai ampiamente
descritta in letteratura.
In letteratura, attualmente, esistono diversi studi;
il più importante è il VERTOS II, che mette a
confronto pazienti trattati con VTP e pazienti trattati
con la sola terapia medica convenzionale. Secondo
tale studio l'incidenza di nuovi crolli vertebrali
non aumenta nei pazienti trattati con VTP
rispetto ai pazienti trattati con terapia conservativa.
La funzionalità nel compiere le normali attività
quotidiane secondaria alla riduzione del dolore
con miglioramento della deambulazione risulta
migliorata in maniera statisticamente significativa
dopo 24h solo nei pazienti sottoposti a procedura
di VTP, mentre gli effetti risultano sovrapponibili
a 6 settimane tra i pazienti sottoposti a terapia
medica e quelli sottoposti a VTP. Sulla base di tali
evidenze cliniche la VTP mostra un rapporto costo-
efficacia a breve termine nettamente a favore
della stessa quando posta a paragone con la terapia
medica convenzionale. Il rapporto costo-efficacia
delle due modalità di trattamento tuttavia si dimostra
comparabile nel follow-up a lungo termine.
Osteoma osteoide: ablazione laser guidata dall'imaging vs chirurgia
L'osteoma osteoide è un tumore benigno dell'osso,
di derivazione osteoblastica, solitamente molto
dolente, che interessa di preferenza maschi di giovane
età. La sede preferenziale è l'arto inferiore,
specialmente la sede meta-diafisaria del femore
prossimale; la lesione, di diametro spesso inferiore
ai 10 mm, è circondata da un'abbondante zona
di tessuto reattivo, di aspetto sclerotico.
Il trattamento è quasi sempre di tipo chirurgico e
consiste nell'asportazione del "nidus". Dopo tale
intervento il dolore regredisce pressoché immediatamente
e, se il "nidus" viene completamente
rimosso, non si verificano recidive della malattia.
La tecnica chirurgica tradizionale consiste nell'eseguire
un accesso chirurgico a cielo aperto,
esponendo la zona interessata dalla lesione con
asportazione dell'osso reattivo, identificazione del
nidus e sua rimozione. Trattandosi di un intervento
chirurgico spesso in sedi profonde o articolari,
la durata della degenza sarà piuttosto prolungata,
con necessità anche di terapia riabilitativa
successiva. È possibile evitare il trattamento chirurgico
servendosi della termoablazione del "nidus"
con speciale ago a radiofrequenza (RF) sotto
guida TC ovvero mediante impiego del laser sotto
guida RM. In anestesia locoregionale (talvolta generale
se la lesione interessa le ossa del tronco o i
cingoli degli arti, cioè spalla o anca) si esegue la
centratura del "nidus" mediante TC e, tramite accesso
percutaneo, si raggiunge la lesione. Dopo
averne prelevato una parte sulla quale effettuare
1'esame istologico, il "nidus" viene sottoposto a
necrosi coagulativa mediante applicazione locale
di RF con uno speciale ago collegato a un generatore
dedicato. La durata complessiva della procedura,
considerando tutte le sue fasi (anestesia,
centratura della lesione con la TC, biopsia, infissione
dell'ago-elettrodo ed emissione locale di radiofrequenza
ovvero laser), è di 45-60 minuti
circa, comunque generalmente inferiore al tempo
richiesto per la chirurgia tradizionale specialmente
se la lesione da trattare è profonda. Tale procedura
interventistica è stata validata come efficace alternativa
alla chirurgia tradizionale in numerose esperienze
riportate dalla letteratura. Come specificato
dall'articolo pubblicato nel 2006 da Ronkainen
et al. sull'ablazione laser dell'osteoma osteoide
mediante guida RM, i tempi medi di degenza per
tale procedura percutanea sono di circa 3 giorni.
Nell'articolo viene anche enfatizzato come il
tempo di degenza media dei pazienti trattati con
terapia chirurgica tradizionale sia notevolmente
superiore. La più lunga degenza nasce spesso dalla
necessità di rimuovere con tecniche chirurgiche
un'abbondante quota di tessuto osseo al fine di
determinare la completa escissione del tumore.
D'altro canto, l'approccio interventistico consente
una precisa localizzazione della lesione mediante
l'ausilio della guida TC/RM e la successiva ablazione
può essere meno estesa e più selettiva. Per
quanto riguarda i costi dell'equipaggiamento per
l'ablazione con RF o con il laser e i costi anestesiologici,
questi risultano superiori rispetto alle
spese di escissione chirurgica. In effetti, il costo
medio dell'ablazione laser con guida RM è pari a
2392 euro, mentre 1'escissione chirurgica di un
osteoma osteoide è di 1807 euro nel caso in cui
questo sia superficiale, fino ad arrivare a 4996
euro in caso di localizzazione profonda della lesione.
Tuttavia, quando nei costi vengono inclusi
i tempi di degenza media del paziente, nonché il
più breve periodo di convalescenza e il minore
disagio provocato al paziente dal più breve periodo
di allettamento, l'analisi comparativa del costoefficacia
dei due approcci dimostra un costo complessivo
inferiore della procedura interventistica
anche quando questa viene comparata al trattamento
chirurgico più economico (localizzazione
superficiale della lesione). Da quanto emerge dalla
letteratura, questa tecnica mininvasiva dovrebbe
rappresentare, dunque, il trattamento di elezione
ogniqualvolta ne esistano le corrette indicazioni.
Biopsia mammaria percutanea
Negli ultimi anni numerosi contributi scientifici
hanno ampiamente confermato la validità diagnostica
della biopsia percutanea mammaria vuoto assistita
(VAB) come alternativa alla biopsia chirurgica
per la caratterizzazione di lesioni mammarie sospette,
non solo con l'ausilio dell'imaging tradizionale,
mammografico ed ecografico, ma più recentemente
anche mediante l'impiego della guida RM.
Tra i sistemi bioptici vuoto assistiti attualmente disponibili
sul mercato vi sono il sistema Mammotome
® e il sistema Vacora®. Entrambi i sistemi consentono
di ottenere campioni tissutali adeguati al
fine di una diagnosi preoperatoria, permettendo di
conoscere i principali marker biologico-prognostici
(assetto recettoriale, indici di proliferazione e sovraespressione
di C-erb) indispensabili per la pianificazione
terapeutica delle lesioni mammarie maligne.
Pistolese et al. hanno riportato che i campioni
tissutali prelevati sono risultati adeguati al fine di
un corretto esame istologico con entrambi i dispositivi
utilizzati. In effetti, nonostante l'impiego del
sistema Vacora® determini il prelievo di campioni
istologici di dimensioni e peso maggiori a quelli
prelevati con il sistema Mammotome®, in nessun
caso vi sono stati problemi interpretativi da parte
dell'anatomopatologo per entrambi i sistemi. Pistolese
et al., sulla base della loro esperienza e sulla
successiva analisi dei costi delle due apparecchiature,
hanno evidenziato che sia i costi fissi sia i costi variabili,
e quindi i costi totali, sono superiori per le
procedure effettuate con Mammotome® piuttosto
che quelle effettuate con sistema Vacora®. Secondo
gli autori, questa differenza trova origine, per quanto
concerne i costi fissi, nel maggior costo di acquisto
delle apparecchiature e nella necessità di una dotazione
strumentale maggiore nel caso del Mammotome
® e nel maggiore utilizzo di materiale di consumo
per quanto riguarda i costi variabili. Mentre
per assicurare la linea di attività nella sua completezza
(biopsia ecografica, stereotassica e RM) con il
sistema Vacora® è sufficiente l'acquisizione di
un'unica apparecchiatura utilizzabile indifferentemente
sotto guida ecografica, stereotassica e RM
(costo stimato 13.080 euro), con il sistema Mammotome
® è necessario acquisire una dotazione strumentale
di base (42.217,20 euro) a cui devono essere
aggiunti il manipolo da utilizzare sotto guida
ecografica (5028,00 euro), il driver necessario per
la guida stereotassica (9733,20 euro) e l'aggiornamento
in RM (27.231,60 euro).
7. Il magazzino: approvvigionamento e gestione
Data l'estrema differenziazione delle caratteristiche
delle procedure interventistiche e dei materiali
necessari alla loro effettuazione, anche per garantire
la qualità e uniformità degli interventi, devono
essere affrontate le problematiche di acquisto dei
prodotti specialistici ad alta tecnologia. Tale esigenza
soprattutto nell'ambito dei dispositivi medici
o del materiale protesico, dove i fabbisogni e
le caratteristiche dei materiali sono strettamente
correlati alla tipologia dei pazienti trattati e variabili
con il case-mix delle singole strutture sanitarie,
può portare alla parcellizzazione dell'acquisto e
distribuzione del materiale con risvolti negativi
sia per la disponibilità delle diverse tipologie di
materiale sia sui costi di acquisizione e gestione.
La gestione dei processi di approvvigionamento
si concretizza nella corretta definizione dei fabbisogni
dei materiali sanitari (farmaci, presidi, medicazione,
protesi ecc.), nell'individuazione delle
fonti e delle modalità di approvvigionamento dei
fornitori e nella scelta della tipologia di relazione
da instaurare con loro e le modalità di monitoraggio
del rapporto con loro nel tempo.
Il D.Lgs. 229/1999 consente significativi margini
di autonomia nel prendere queste decisioni e di
rispondere della bontà delle proprie scelte in funzione
dei risultati ottenuti.
Nei Centri di Radiologia Interventistica (CRI),
in particolare, l'istituzione di un sistema centralizzato
di gestione dell'approvvigionamento e distribuzione
del materiale sanitario permette di razionalizzare
e qualificare l'acquisizione dei prodotti
necessari alle attività svolte nell'Azienda sanitaria
in modo da finalizzare gli approvvigionamenti e
ottenere significativi risultati sulla qualificazione
delle attività e risparmi complessivi.
Al fine di ottenere questi risultati è necessaria:
- la precisa programmazione dei fabbisogni dei materiali sanitari necessari;
- un'efficiente ed efficace procedura centralizzata di acquisto e gestione di tali prodotti che consenta di contenere i costi e garantire la disponibilità e la qualità dei prodotti per tutte le attività connesse alle procedure interventistiche.
Il principale problema da affrontare è quello della
localizzazione del magazzino tenendo conto del
posizionamento dei punti di attività (in funzione
del volume delle prestazioni) e del costo di distribuzione.
Un unico magazzino centralizzato dei prodotti
sanitari, che fornisce più reparti, comporta una
riduzione complessiva delle scorte, previa standardizzazione
degli articoli, con notevoli economie
nella gestione dei magazzini, un risparmio negli
spazi a essi dedicati e una semplificazione delle
procedure amministrativo-contabili.
La gestione di un unico magazzino deve prevedere
la piena responsabilità della sua gestione in termini
di approvvigionamento. La distribuzione
del materiale necessario alle procedure deve essere
garantita con frequenza distributiva correlata alle
necessità delle singole attività lavorative. La richiesta
di materiale sanitario in urgenza deve essere
garantita con risorse e modalità operative stabilite
e deve esservi la precisa definizione delle
responsabilità. Dovrà essere formulata, con il contributo
del responsabile del magazzino, una procedura
per le varie fasi operative e in particolare
per l'approvvigionamento e la distribuzione. Gli
obiettivi che si possono raggiungere con tale organizzazione
sono collegati al servizio offerto con
garanzia della disponibilità, gestione delle scorte,
tracciabilità ai fini amministrativi e allestimento
degli ordini. Si ritiene possibile il miglioramento
organizzativo mediante l'ottimizzazione delle procedure
e l'impiego efficiente delle risorse umane.
Di conseguenza si determineranno miglioramenti
economici con risparmi dovuti al contenimento
delle scorte e mediante l'abbattimento dei costi
gestionali.
8. La codifica delle prestazioni di Radiologia Interventistica
Nell'Allegato 1 vengono riportate le procedure,
con i relativi codici ICD-9-CM, per agevolare la
codifica ai fini della determinazione del DRG.
La descrizione dei codici di diagnosi e intervento/
procedura è stata raccolta e sistematizzata in questo
Capitolo in base alla tipologia: diagnostica vascolare/
extravascolare e interventistica vascolare/
extravascolare. Per ogni tipologia sono state riportate
le recenti introduzioni dei codici proposti
nell'ICD-9-CM versione 2007.
9. I modelli: l'esperienza del Lazio
In tutto il territorio nazionale, per l'assenza di una
figura di riferimento consolidata nel personale medico,
la maggior parte dei pazienti che richie dono
un trattamento mediante procedure interventistiche
afferisce al medico radiologo interventista tramite
ricovero in un'Unità di Medicina Interna o di Chirurgia
e, solo in un secondo momento, valutati e
trattati nelle Unità Operative (UO) e nei Dipartimenti
di Diagnostica per Immagini e Radiologia
Interventistica. Tale processo determina un incremento
dei tempi medi di degenza con l'allungamento
delle liste d'attesa per l'ammissione a un reparto di
degenza, sia esso di pertinenza medica o chirurgica.
Questi aspetti producono un aumento nel consumo
delle risorse economiche e rappresentano un disagio
per il paziente, che incontra difficoltà nell'affrontare
un complicato processo diagnostico-terapeutico.
D'altro canto, affinché le procedure interventistiche
continuino a diffondersi e ad amplificarsi è necessario
che esse si dimostrino vantaggiose sia da un punto
di vista clinico sia da un punto di vista economico.
Nella Regione Lazio, a tale proposito, sono stati
analizzati risultati ottenuti dallo studio eseguito
presso il "Policlinico Universitario Tor Vergata", in
cui grazie all'esperienza ormai decennale sono state
fornite indicazioni precise riguardo tempi di degenza
e costi delle procedure interventistiche effettuate
in pazienti ricoverati presso l'Unità Complessa
di Radiologia Interventistica e messi a confronto
con quelli ricoverati nei reparti di degenza medica
o chirurgica.
In via sperimentale, presso il "Policlinico Universitario
Tor Vergata", è stata autorizzata dal 2006 al
2008 un'Unità Operativa Complessa (UOC) di
Radiologia Interventistica che prevedeva un servizio
di visita ambulatoriale, un reparto di degenza con
quattro posti letto e un servizio di day-hospital con
quattro posti letto. Lo studio condotto con questo
tipo di organizzazione per una durata di circa tre
anni ha visto un numero totale di pazienti trattati
ricoverati nel reparto di RI pari a circa il doppio rispetto
ai pazienti ricoverati nei reparti medici e
chirurgici. Dalla valutazione delle cartelle cliniche
è emerso che i tempi di ricovero presso l'UOC di
Radiologia Interventistica sono stati da un minimo
di 2,25 giorni per una nucleoplastica (ora eseguita
in regime di day-hospital) a un massimo di 4,00
giorni per l'embolizzazione del fibroma uterino,
con una media di giorni di degenza complessiva
corrispondente a 2,47 giorni; viceversa, il tempo
medio di degenza ottenuto nei reparti medici o
chirurgici si attesta a 6,12 giorni.
I punti a favore di questo modello organizzativo
risiedono soprattutto nella riduzione dei giorni di
degenza che il reparto di RI consente a confronto
con gli altri reparti medici e chirurgici. L'elevato
turnover di ospedalizzazione e dimissione comporta
un miglioramento del rapporto costo-beneficio
nella maggior parte delle procedure effettuate, con
conseguente miglioramento economico del bilancio
della struttura ospedaliera. La riduzione dei giorni
di degenza è ottenuta sia mediante una corretta
gestione del paziente durante il processo di assistenza
all'intervento, sia attraverso una corretta diagnostica
pre-procedurale e delle consulenze specialistiche
necessarie prima del ricovero ospedaliero.
Tuttavia, bisogna evidenziare che la creazione di
Dipartimenti di Radiologia (oppure di Diagnostica
per Immagini) che presentino strutture tecnologicamente
adeguate per effettuare le procedure interventistiche
risulta fortemente onerosa, data l'entità
dell'investimento richiesto in attrezzature per
l'Azienda Sanitaria, e comunque deve accompagnarsi
all'esistenza del necessario bagaglio medico
culturale e professionale. Questi elementi suggeriscono
la convenienza nell'identificare dei Centri
di riferimento, sia a livello regionale sia interregionale,
che possano soddisfare la domanda di
tali procedure permettendo un più veloce rientro
dell'investimento e contemporaneamente svolgendo
anche la funzione di "Centri Pilota" al fine
di una verifica della coerenza delle tariffe di rimborso
con i costi complessivi sostenuti.
In conclusione, l'analisi effettuata presso il Policlinico
Universitario Tor Vergata ha dimostrato che in molti
casi il rimborso dei DRG è superiore ai costi effettivi
sostenuti per la degenza e l'effettuazione delle procedure
di RI. Per alcune procedure [es. stenting carotideo,
PTA/stenting dell'arteria femorale superficiale
(AFS), stenting per aneurisma dell'arteria iliaca,
endoprotesi aortica, stenting esofageo], il rimborso
DRG è insufficiente a coprire le spese anche quando
si ottimizza il tempo di ricovero.
La problematica che qui viene segnalata potrà essere
affrontata nell'ambito del progetto inter-regionale
promosso dal Ministero della Salute ITDRG
per lo sviluppo del sistema italiano di classificazione
e valorizzazione dei prodotti ospedalieri
10. I controlli e le verifiche
Il Centro di Radiologia Interventistica (CRI) è un sistema complesso e i fattori che lo rendono tale sono molteplici: l'attività multidisciplinare, il coinvolgimento di più professionisti che operano sul paziente, l'esecuzione di processi a elevata variabilità e alto grado d'innovazione, l'elevata frequenza di trattamenti da eseguire in emergenza o urgenza che si svolgono al suo interno e vulnerabilità dei pazienti. In quanto sistema complesso, è esposto a un numero elevato di possibili errori procedurali e organizzativi. Non è peraltro facilmente riconducibile a sistema semplice attraverso scelte metodologiche; la metodologia ha il solo scopo di aiutare a ridurre l'errore quale costante dell'attività umana, ma non consente di eliminarlo totalmente. È auspicabile e opportuno predisporre un sistema di procedure che sia adeguato alle esigenze dell'attività: un sistema ragionevolmente schematico, ma non rigido, migliorabile in base alle esigenze dell'attività e alle norme della Medicina e della Radiologia basata sulle evidenze (EBM-EBR). Un sistema che organizzi i controlli e le verifiche di tutte le procedure e che quindi includa non solo le componenti strutturali e tecnologiche, quali le attrezzature e dispositivi presenti nel Centro, ma tutti i processi che al suo interno si effettuano dal momento della richiesta della prestazione fino alla dimissione del paziente, includendo i controlli postprocedurali.
Gestione del rischio
La finalità di tali controlli è la riduzione dell'errore
medico e la gestione del rischio clinico. Bisogna
strutturare e formalizzare un processo che miri a
un miglioramento continuo della pratica clinica
per renderla sempre più sicura, partendo dall'identificazione
dei rischi per arrivare alla loro riduzione,
ove possibile.
Ricordando quanto affermato da J. Reason in "La
gestione del rischio clinico" 2004 "Per mia esperienza
so che la preoccupazione per la sicurezza
non dura a lungo". Le pressioni quotidiane alla
produzione riguadagnano presto il loro posto dominante.
La sanità ha solo quest'opportunità per
"sistemare le cose". È quindi necessario che i professionisti
siano supportati il più possibile in questo
processo di attenzione alla sicurezza e alla gestione
del rischio.
Controllare tutti i processi e schedularli e programmare
le verifiche di tutte le procedure che si
eseguono all'interno di un CRI contribuiscono,
quindi, a gestire il rischio procedurale e clinico e a
ridurre le possibilità di errore. L'errore che può
avvenire all'interno di un CRI è un errore specificamente
tecnico o professionale, ovvero quello che
deriva dalla trasgressione delle norme riconosciute
valide dall'attività scientifico-sanitaria e che può
derivare da azioni improprie o omissioni. L'errore
può riguardare tutto l'iter professionale, dalla diagnosi
alla terapia, alla prognosi o alla profilassi.
È necessario creare un sistema di gestione del rischio
che sappia prevenire gli errori, ma anche
cogliere e favorire i comportamenti positivi dei
singoli e dei team nella costruzione della sicurezza.
I team sicuri non sono quelli che non commettono
errori, sono quelli che li intercettano e li
correggono.
A tale scopo risulta determinante specificare tutti
i passi della procedura da eseguire, in modo da
standardizzare le pratiche e i comportamenti.
Per "procedura", come specificato dal DPR 14
gennaio 1997, si intende: "l'insieme di azioni professionali
finalizzate a un obiettivo". In generale:
"Modo specificato per svolgere un'attività o un
processo" [UNI ENISO 9000:2000 P.to 3.4.5].
La predisposizione di procedure è fondamentale
per rendere il più possibile oggettivo, sistematico
e verificabile lo svolgimento delle attività, soprattutto
quando la complessità della struttura e l'importanza
lo richiedono.
Il numero di procedure documentate da predisporre
dipende:
- dal modello di organizzazione;
- dalla complessità delle attività;
- dalle caratteristiche dei processi e dei servizi forniti;
- dalla capacità e dall'addestramento richiesto al personale che svolge l'attività.
Avendo proposto la suddivisione dei CRI riguardo
alla complessità tecnologica, strutturale e organizzativa
in cui essi si trovano a operare, anche la
complessità delle procedure segue questa suddivisione.
Si propone di suddividere procedure diversificate
a seconda del modello organizzativo con criteri
minimi differenziati per CRI territoriali, di I, II e
III livello.
Controllo delle procedure
L'attività svolta all'interno di una Struttura di Radiologia Diagnostica e Interventistica può essere rappresentata attraverso una mappa dei processi, ove s'identifica un processo principale orizzontale, che definisce il percorso del paziente all'interno dell'organizzazione. Questo processo organizza il passaggio dalla prenotazione all'accoglienza del paziente, all'esecuzione della procedura interventistica, al controllo delle apparecchiature, dei farmaci e presidi per poi passare all'elaborazione delle immagini, alla refertazione e infine all'archiviazione e consegna dei referti.
Centri di II e III livello
Nel controllo delle procedure si possono schedulare
le competenze specifiche di tutti gli operatori
che concorrono con la loro professione all'esecuzione
dell'attività. È pertanto costituita una lista
di lavoro sequenziale che, se inizialmente può risultare
schematica e rigida, diverrà con la pratica
una linea di comportamento condiviso fra gli operatori
con la funzione di delineare le competenze,
ridurre il rischio procedurale e concorrere a creare
un clima lavorativo armonioso, non conflittuale
e sicuro per il paziente e per gli operatori.
Nella Tabella 10.1 sono riportate schematicamente
le competenze dei singoli operatori coinvolti nelle
attività di RI.
Spetta all'infermiere, su invito del medico, chiamare
il reparto di appartenenza del paziente affinché
lo stesso venga preparato e inviato presso
il CRI, ovvero, ove il CRI ne sia dotato, inviare il
personale ausiliario a prelevare il paziente. Giunto
negli ambienti del CRI l'infermiere identifica il
paziente, verifica che abbia un ago in vena perife-
rica funzionante e qualora non lo avesse o non
fosse funzionante provvede a posizionarne uno.
Verifica che il paziente abbia ricevuto dal reparto
un'idonea preparazione con tricotomia della sede
di accesso da utilizzare per la procedura e successivamente
lo fa entrare negli ambienti sterili della
sala angiografica, lo posiziona sul lettino operatorio
o nella idonea sezione di RI. Lo stesso infermiere
o il secondo infermiere di sala, ove presente,
prepara il campo sterile e lo strumentario.
Terminata questa fase di assistenza al paziente uno
degli infermieri si veste in modo sterile per partecipare
alla procedura interventistica e coopera assistendo
il radiologo durante la procedura. Al termine,
ove delegato dal radiologo, esegue la compressione,
mentre il secondo infermiere si premunisce
di scaricare su apposito registro i materiali e
presidi utilizzati nel corso dell'intervento, prepara
eventuali protocolli da inviare al reparto relativi
alla procedura eseguita. A termine, dopo che il
medico radiologo ha controllato la compressione
e l'emostasi, invia il paziente al reparto tramite
l'ausiliario o qualora fosse necessario e su indicazione
del medico radiologo o dell'anestesista accompagna
nel percorso l'ausiliario per l'idonea
assistenza del paziente. Uno degli infermieri
chiama la squadra di pulizia per la preparazione
dell'ambiente sterile della sala operatoria.
Spetta al tecnico sanitario di radiologia medica
(TSRM) verificare sul sistema RIS (Radiological
Information System), ovvero nelle liste di lavoro
ove l'ospedale sia privo del servizio informatizzato
della richiesta della procedura, della corrispondenza
del paziente alla richiesta emessa e rendere disponibili
online le eventuali indagini precedenti effettuate
dal paziente o avere cura di reperire eventuali
indagini nell'archivio dell'ospedale e/o della
documentazione personale del paziente stesso.
Coadiuva l'infermiere e il restante personale di sala
al posizionamento del paziente sul tavolo dell'apparecchiatura
radiologica o sul lettino operatorio e controlla
il suo corretto posizionamento in relazione all'esame
da eseguire; colloca l'arco angiografico e il
tubo radiogeno in idonea posizione, colloca i monitor
per la visualizzazione delle immagini in posizione
idonea alla visualizzazione da parte dell'operatore,
seguendo le indicazioni del radiologo interventista.
Nel corso della procedura segue le indicazioni del
medico radiologo e memorizza eventuali immagini
della scopia. Verifica il corretto funzionamento
dell'apparecchiatura di diagnostica per immagini
e varia i dati espositivi sull'angiografo nel corso
di procedure endovascolari.
A termine della procedura registra sul registro di
sala i dati del paziente, i valori di esposizione
espressi in kV, mA e tempo di esposizione, nonché
gli operatori coinvolti nell'intervento.
Coadiuva nella selezione ed elaborazione delle
immagini o qualora sia delegato compie tale operazione
personalmente con verifica finale del radiologo
e archivia le immagini selezionate sul sistema
PACS o su pellicola o CD qualora l'ospedale
non sia ancora fornito di sistema di digitalizzazione
delle immagini.
Il radiologo interventista verifica l'identificazione
del paziente, controlla la documentazione clinica
e radiologica, verifica l'appropriatezza della richiesta
e che siano state rispettate le norme protezionistiche
in relazione ai principi di giustificazione,
ottimizzazione e responsabilità come previsto dal
D.Lgs. 187/2000.
Ove necessario, esegue prima dell'indagine invasiva
un controllo mediante imaging specifico. Se
l'indicazione clinica all'indagine viene confermata,
informa il paziente spiegando la procedura a cui
verrà sottoposto e ottiene il consenso informato.
Dà indicazione al personale di sala di posizionare
il paziente sul tavolo dell'apparecchiatura radiologica
per procedere all'intervento. Qualora la valutazione
clinica controindichi l'intervento o richieda
ulteriori indagini non invasive, comunica
tale indicazione al reparto e compila la consulenza
da collocare in cartella in modo che sia tracciabile
la sua consulenza anche ai fini medico-legali.
Esegue il trattamento da solo o con altro operatore
medico o infermieristico in relazione alla complessità
della procedura. Al termine, valuta il risultato dell'esame
o trattamento, elabora le immagini o delega
tale funzione al TSRM, con controllo e verifica
finale del suo operato. Con elaborazione delle immagini
ottenute formula il referto e/o compila il
registro operatorio e inserisce eventuali annotazioni
o prescrizioni sulla cartella clinica e informa il paziente
degli interventi eseguiti. Programma eventuali
controlli postprocedurali e, di concerto con il clinico
del reparto di cura, il follow-up a distanza.
Ha la responsabilità della gestione e controllo del
magazzino dei presidi sanitari e dei farmaci. Devono
essere tenuti sotto controllo la scorta minima
e le scadenze di presidi e farmaci e il loro smaltimento
e sostituzione, la disponibilità di device
"salva-vita", la disponibilità di device atti al trattamento
in urgenza delle possibili complicanze
connesse alla specifica attività di ciascun Centro.
Con cadenza periodica (almeno mensile) comunica
al radiologo responsabile del CRI le eventuali
carenze e le scorte dei materiali per programmare
il loro approvvigionamento.
Si occupa delle competenze amministrative, quali
i rapporti con il CUP per la riconsegna e contabilizzazione
delle richieste ambulatoriali, organizza e
verifica l'operato del personale non medico di sala.
Qualora presente, su indicazione del medico radiologo o dell'infermiere di sala, cura il trasporto del paziente e della sua documentazione clinica, consegna i liquidi o materiali biologici prelevati dal paziente agli appositi servizi diagnostici, è incaricato di consegnare le richieste dei presidi e dei farmaci nei servizi farmaceutici ed economali e trasporta da tali servizi i farmaci e dispositivi medici presso il magazzino del CRI. Svolge, inoltre, tutte le competenze non cliniche attribuite dal caposala/capotecnico.
Centri di I livello e centri territoriali
Pur essendo anche tali Centri dei sistemi complessi, l'attività che viene svolta è meno complessa rispetto ai Centri maggiori, sia per tipologia di prestazioni erogabili, sia per complessità delle apparecchiature, dei presidi e dei pazienti che a essi afferiscono. La metodologia da eseguire per ridurre la possibilità di errore, tecnico o professionale, è analoga e deve mirare a programmare e schedulare l'attività evitando la trasgressione delle norme di sicurezza e il compiersi di azioni improprie o omissioni. Anche per queste procedure più semplici l'errore può riguardare tutto l'iter professionale, dalla diagnosi alla terapia, alla prognosi o alla profilassi.
Attività del medico radiologo interventistaIl radiologo interventista verifica l'identità del paziente, controlla la documentazione clinica e radiologica, verifica l'appropriatezza della richiesta e che siano state rispettate le norme protezionistiche in relazione ai principi di giustificazione, ottimizzazione e responsabilità come previsto dal D.Lgs. 187/2000 se richiesto. Ottiene il consenso informato alla procedura. Dà indicazione al personale di sala di posizionare il paziente sul tavolo/lettino ed effettua la procedura coadiuvato dall'infermiere. Al termine, valuta il risultato dell'esame, seleziona le immagini ottenute, emette un referto e compila eventuali annotazioni o prescrizioni sulla cartella clinica, se prevista, e informa il paziente della procedura eseguita. Programma eventuali controlli postprocedurali.
Procedure in equipe congiunta radiologico-chirurgica
Rappresentano procedure che si eseguono congiuntamente
al chirurgo, nelle sale angiografiche
opportunamente adeguate a sale operatorie o nelle
sale operatorie dotate di idonea attrezzatura radiologica
che consente interventi endovascolari.
Le più moderne sale configurate in modo da essere
contemporaneamente sale chirurgiche e sale di RI
vengono definite "suite endovascolari" o sale ibride,
intendendosi con tali termini una sala operatoria
multifunzionale che integra le caratteristiche strutturali,
tecnologiche, impiantistiche e organizzative
dalla sala operatoria con il CRI con lo scopo di
consentire istantaneamente la conversione di una
procedura percutanea in una chirurgica.
I destinatari delle suite endovascolari sono i pazienti
con patologie cardiovascolari che necessitano
di chirurgia transcatetere a rischio di riconversione
chirurgica immediata.
La sala operatoria multifunzionale o suite endovascolare
è una tecnologia sanitaria emergente
(AgeNaS, Tecnologie sanitarie emergenti, progetto
COTE dic. 2008) e pertanto al momento non
esistono requisiti organizzativi ex DPR 11 gennaio
1997, né particolari requisiti relativi all'accreditamento
istituzionale delle strutture sanitarie.
Da quanto riportato nella letteratura internazionale
si evince che una suite endovascolare deve
rispecchiare tutti i requisiti di sterilità previsti per
una sala operatoria convenzionale e disporre delle
tecnologie per affrontare le emergenze.
Pertanto, sulla base del principio che la sala operatoria
ibrida multifunzionale deve rendere possibile
la conversione di procedura percutanea in
intervento chirurgico, sono da applicare i requisiti
relativi ai reparti operatori.
Requisiti strutturali delle sale ibride
La sala ibrida deve essere strutturata come una
sala operatoria; in particolare, il gruppo operatorio
deve essere articolato in zone progressivamente
meno contaminate dall'ingresso del complesso
operatorio fino alle sale chirurgiche e devono essere
garantiti flussi separati funzionalmente per
"sporco" e "pulito" e zone filtrate d'ingresso.
La dotazione minima di ambienti adibiti a sale
operatorie è la seguente:
- spazio filtro di entrata degli operandi;
- zona filtro personale addetto;
- zona preparazione personale addetto;
- zona preparazione utenti;
- zona risveglio utenti;
- servizi igienici del personale;
- spazio per armamentario e materiale di medicazione;
- spazio attrezzature e materiale pulito;
- deposito materiale sporco o suo immediato allontanamento tramite percorso dedicato;
- locale/spazio per il lavaggio e la sterilizzazione del materiale chirurgico.
Requisiti impiantistici
La sala ibrida, come quella operatoria, deve essere dotata di condizionamento ambientale che assicuri le seguenti caratteristiche igrotermiche:
- temperatura interna invernale ed estiva compresa tra 20 e 24 °C;
- umidità relativa estiva e invernale compresa tra 40% e 60%;
- ricambi aria/ora (aria esterna senza ricircolo) 15 v/h;
- filtraggio aria > 99%;
- impianto di gas medicali e impianto di aspirazione gas anestetici direttamente collegato alle apparecchiatura di anestesia;
- disponibilità di acqua di raffreddamento per apparecchi laser, quando necessario;
- stazioni di riduzione della pressione per il reparto operatorio devono essere doppie per ogni gas medicale tecnico tali da garantire un adeguato livello di affidabilità;
- impianto rilevazione incendi;
- impianto allarmi di segnalazione esaurimento gas medicali;
- devono essere garantiti sistemi alternativi di generazione dell'energia elettrica.
Requisiti tecnologici
Per ogni sala ibrida sono necessari:
- tavolo radiologico-operatorio;
- apparecchio per anestesia con sistema di evacuazione dei gas dotato anche di spirometro e di monitoraggio della concentrazione di ossigeno e di protossido di azoto erogato, respiratore automatico dotato di tutti gli allarmi per deconnessione paziente;
- monitor per la rilevazione dei parametri vitali;
- monitor per la rilevazione dei parametri vitali;
- elettrobisturi;
- aspiratori distinti chirurgici e per broncoaspirazione;
- lampada scialitica;
- diafanoscopio a parete;
- strumentazione adeguata per gli interventi di chirurgia generale e delle specialità chirurgiche;
- un'autoclave a vapore per sala operatoria e/o per gruppo operatorio per la sterilizzazione di strumentario, teleria, in mancanza di servizio centralizzato e/o esterno di sterilizzazione;
monitor defibrillatore. Per la zona risveglio sono necessari:
- gruppo per ossigenoterapia;
- cardiomonitor e defibrillatore;
- aspiratore per broncoaspirazione;
- ventilatore automatico.
La corretta identificazione del paziente e del sito chirurgico è determinante per evitare procedure di RI su un paziente diverso da quello destinatario della prestazione o su un distretto corporeo diverso da quello d'interesse, eventualità che potrebbe ingenerare un grave danno alla persona. In questi casi è opportuno rifarsi alla Raccomandazione n. 3, luglio 2006, per la corretta identificazione dei pazienti, del sito chirurgico e della procedura del Ministero della Salute Dipartimento della qualità Direzione Generale della programmazione sanitaria sanitaria, dei livelli di assistenza e dei principi etici di sistema, ufficio III.
Controllo delle apparecchiature
Riferimenti normativi: DM del Ministero della Sanità
del 29 dicembre 1997 [GU n. 108 del 12 maggio
1998 relativi all'art. 113 del D.Lgs. 230/1995 e
negli allegati 1 e 2 del DM del Ministero della
Sanità del 29 dicembre 1997 (GU n. 78 del 3 aprile
1998) che ha modificato il DM 14 febbraio 1997],
relativi all'art. 112 del D.Lgs. 230/1995.
I controlli di qualità delle apparecchiature radiologiche
hanno la finalità di mantenere le esposizioni
del paziente a livello più basso ragionevolmente
ottenibile, compatibilmente con l'ottenimento
dell'informazione diagnostica richiesta (art.
4 DM 14 febbraio 1997 modificato dal DM 29
dicembre 1997).
Il perseguimento di tale obiettivo garantisce che
l'apparecchiatura radiologica sottoposta a tale controllo
corrisponda anche ai criteri minimi di accettabilità
fissati dalle norme che stabiliscono le
condizioni indispensabili per permettere le funzioni
per cui ogni apparecchiatura radiologica è
stata progettata, costruita e per le quali viene utilizzata
(art. 2 comma 1 DM 14 febbraio 1997
modificato dal DM 29 dicembre 1997).
Le verifiche
La stesura delle procedure ha la finalità di uniformare
il comportamento degli operatori e ridurre le
variabili quale elemento di destabilizzazione del
processo di qualità e possibile fonte di errore tecnico
o metodologico. Periodicamente tali comportamenti
devono essere verificati, monitorando le
azioni svolte per dimostrare l'efficacia sia delle azioni
intraprese dal CRI sia delle prestazioni eseguite.
Tali verifiche devono mirare alla soddisfazione dei
pazienti utenti e dei reparti per i quali il Centro
esegue la sua attività e vanno oltre il normale controllo
statistico e di budget programmato dagli
uffici del Controllo Gestione. Tali verifiche rientrano
nel sistema di qualità e avvengono sotto la
responsabilità del Responsabile di Unità Operativa.
È un processo che richiede la collaborazione
delle unità di Risk management presenti all'interno
delle aziende e con cui il CRI elabora questionari
di verifica che periodicamente vengono
distribuiti ai reperti afferenti e al personale del
CRI con la finalità di riscontrare il grado di soddisfazione
degli utenti e operatori, identificare
eventuali elementi conflittuali o di criticità, così
da poter attuare eventuali elementi correttivi che
dai questionari possano scaturire.
La documentazione ottenuta e le verbalizzazioni
degli eventuali correttivi devono essere mantenute
a cura delle UO di Radiologia Interventistica o
dei Dipartimenti in cui esse sono inserite.
11. La formazione del personale
Competenze
La preparazione professionale, non solo del radiologo interventista ma anche di tutto il personale che opera in sala di Radiologia Interventistica (RI) [infermieri, tecnici], deve essere ampia e adeguata e non può prescindere da alcuni elementi fondamentali, di seguito elencati e illustrati:
- cura del paziente;
- conoscenza dei rischi per il paziente e per lo staff;
- RI correlata alla pratica clinica;
- uso di farmaci;
- conoscenza delle tecniche e dei materiali.
Cura del paziente
Un'appropriata cura del paziente è elemento centrale per la sua sicurezza e per la sua soddisfazione. A tale scopo il medico radiologo deve farsi carico di alcune incombenze, che vengono di seguito sintetizzate.
- Selezionare il paziente idoneo alla procedura interventistica, cioè decidere quali pazienti possono beneficiare del trattamento con procedura interventistica e quali no; l'eleggibilità del paziente si basa sulla valutazione dell'anamnesi, delle immagini pre-procedurali e dei dati di laboratorio.
- Rivalutare il paziente prima di una procedura interventistica basandosi sulla storia clinica e sulle immagini preprocedurali, per scegliere la più vantaggiosa strategia operativa.
- Identificare i fattori di rischio del paziente inserendolo all'interno di una classe ASA.
- Ottenere il consenso informato dopo aver spiegato al paziente la procedura e i suoi rischi.
- Assicurare un'appropriata cura al paziente prima, durante e dopo la procedura. Il paziente deve essere costantemente tenuto sotto controllo dal radiologo interventista, il quale dovrà descrivere quanto eseguito durante la procedura in uno specifico report e accertarsi che non vi siano complicanze postprocedurali (ematomi, sanguinamenti, pneumotorace ecc.). Il radiologo interventista deve in particolare seguire con attenzione il periodo postprocedurale, soprattutto per la gestione di cateteri allocati a livello toracico e addominale; è stata infatti dimostrata l'opportunità di visite quotidiane da parte dello staff medico di RI ai pazienti trattati, allo scopo di garantire il corretto funzionamento dei cateteri.
Conoscenza dei rischi per il paziente e per lo staff
Rischi da radiazioni ionizzantiL'utilizzo di radiazioni ionizzanti nelle procedure
interventistiche impone un'educazione del personale
medico, infermieristico e tecnico, che non sempre
è garantita dalla normale formazione accademica.
Secondo la raccomandazione 85 dell'International
Consensus on Radiological Protection (ICRP), l'esposizione
a radiazioni ionizzanti deve essere giustificata
(il criterio di giustificazione in Italia è sancito anche
dall'art. 3 del D.Lgs. 187/2000), proprio perché le
elevate dosi radianti impiegate in RI possono indurre
danni al paziente, così come agli operatori. Pertanto,
l'educazione alla limitazione della dose è indispensabile
nella formazione del medico radiologo che esercita
attività di RI e del tecnico che con lui collabora.
Inoltre, secondo la raccomandazione 85 dell'ICRP,
per contenere la dose radiante vanno adottati vari
accorgimenti (ottimizzazione dell'esposizione):
- radioscopia con il minore "milliamperaggio" possibile;
- posizionamento del tubo radiogeno il più lontano possibile dal paziente; amplificatore il più vicino possibile al paziente;
- massima collimazione sull'area di interesse;
- cambiamento dell'angolazione del fascio radiante durante le procedure di lunga durata;
- minimizzare il tempo di scopia e il numero di acquisizioni di grafia.
La raccomandazione 85 dell'ICRP prevede, inoltre, direttive specifiche circa la protezione del lavoratore in sezione di RI:
- indossare camice e occhiali protettivi;
- collocarsi correttamente rispetto al tubo radiogeno: - se l'emissione di radiazioni è verticale, posizionare il tubo radiogeno al di sotto del paziente, - se l'emissione di radiazioni è orizzontale, l'operatore deve collocarsi dalla parte dell'intensificatore di immagine.
Il radiologo interventista deve conoscere le complicanze delle procedure (es. pneumotorace post - biopsia polmonare; ematoma epatico postposizionamento postposizionamento di drenaggio biliare ecc.) e le possibilità di trattamento con manovre di RI (nei casi specifici: drenaggio percutaneo dello pneumotorace; controllo del sanguinamento epatico con embolizzazione arteriosa transcatetere).
Radiologia Interventistica correlata alla pratica clinica
La RI è inserita in un complesso network che deve tenere in conto:
- la relazione tra il servizio di RI e i vari medici referenti;
- la stretta relazione tra il servizio di RI e il clinico, in modo da valutare il paziente in fase pre- e postprocedurale;
- la relazione diretta tra Radiologia Diagnostica e RI;
- Healthcare Coding System, in modo da garantire l'interazione con i servizi finanziari;
- il record medico adeguato per il servizio informativo dell'ospedale;
- l'informativa sulla privacy, che deve rispettare gli standard dell'Istituzione e quelli nazionali.
Uso di farmaci in Radiologia Interventistica
È necessario che il medico radiologo interventista conosca le indicazioni, le controindicazioni e gli effetti collaterali dei farmaci più comunemente utilizzati in RI, oltre i mezzi di contrasto: analgesici, sedativi, farmaci vasoattivi, farmaci anticoagulanti, antibiotici, antiemetici. Inoltre, è opportuno che lo staff di RI sappia gestire (anche in termini farmacologici) l'emergenza cardiocircolatoria.
Conoscenza delle tecniche e dei materiali
Tutto il personale deve possedere una piena conoscenza delle procedure svolte e dei materiali impiegati (dispositivi medico-chirurgici). Questo requisito, fondamentale per il corretto svolgimento delle procedure e per il raggiungimento del successo terapeutico, diventa ancora più importante in caso di procedure eseguite in regime di urgenza o in caso di complicanze intraprocedurali.
Formazione
Medici
Formazione specialisticaSebbene l'attività di RI sia assai complessa e necessiti,
quindi, di una preparazione specifica, oggi non
esiste una specializzazione in tale branca e la formazione
avviene all'interno dell'iter educativo della
Scuola di Specializzazione in Radiodiagnostica.
La mancanza di una regolamentazione dell'insegnamento
della RI, che in Italia – secondo il vecchio
Ordinamento delle Scuole di Specializzazione
(articolato in quattro anni) – deve essere di almeno
sei mesi, fa sì che spesso l'aspirante radiologo
arrivi al termine del corso di specializzazione senza
avere maturato una sufficiente esperienza. Durante
il periodo di formazione lo specializzando è infatti
obbligato a ruotare nelle varie sezioni (Radiologia
convenzionale non contrastografica; Radiologia
convenzionale contrastografica, Senologia, Ecografia,
TC, RM, Angiografia ecc.) per acquisire la
complessiva conoscenza della disciplina radiologica.
Inoltre, non sono previste materie di insegnamento
specifiche relative alla clinica e alla gestione
del malato. L'ultima "tornata" di specializzazioni
articolate secondo il vecchio Ordinamento
è prevista per il 2012.
Peraltro, il nuovo Ordinamento didattico, attivato
a partire dall'anno accademico 2008-2009 a seguito
del prolungamento delle Scuole Mediche da quattro
a cinque anni, permette di riservare maggiore spazio
complessivo all'insegnamento della RI.
Nel nuovo Ordinamento delle Scuole di Specializzazione
nazionali, nel corso degli anni "centrali" (dal
2° al 4°), è infatti previsto l'insegnamento della Radiologia
Cardiovascolare per un totale di circa 30
CFU (sul totale annuo di 60 CFU), che è auspicabile
includa – oltre agli insegnamenti specifici (MED/36)
– anche insegnamenti di Cardiologia (MED/11),
Chirurgia (MED/18) e Anatomia Patologica
(MED/08). In questa fase della formazione viene
curata in particolare la preparazione nella diagnostica
vascolare non invasiva (eco-color-Doppler; angio-
TC; angio-RM) e invasiva (angiografia dei vasi arteriosi
e venosi), pur venendo impartite anche le nozioni
essenziali relative all'interventistica vascolare.
Altre nozioni relative all'interventistica (vascolare ed
extravascolare) vengono impartite agli specializzandi,
entro la fine del 4° anno, nel contesto di altri corsi
integrati (relativi alla diagnostica dell'apparato muscoloscheletrico,
digestivo, urogenitale e nervoso).
Per gli specializzandi interessati alla RI (vascolare
ed extravascolare) è prevista in alcune sedi nazionali
una "sub-specialità" specifica al 5° anno, attualmente
non ancora attivata, per un totale di
45 CFU, a cui si aggiungono 15 CFU dedicati
alla tesi, che riguarderà un argomento di RI.
La frequenza in Radiologia Vascolare e Interventistica,
con svolgimento di attività pratiche, deve
avere una durata complessiva di 18 mesi, preferibilmente
suddivisi in un primo periodo di 6 mesi
(entro la fine del 4° anno) e un secondo periodo
di 12 mesi (al 5° anno): tale durata si ritiene sufficiente
per preparare da un punto di vista tecnico-
operativo i medici radiologi che intendono
dedicarsi, concluso il Corso di specializzazione, a
questa complessa attività lavorativa.
Lo specializzando è formato innanzitutto nella diagnostica
vascolare non invasiva (eco-color-Doppler;
angio-TC; angio-RM); prende inoltre parte alla
totalità delle attività di Radiologia Vascolare invasiva
e Interventistica (vascolare ed extravascolare), che
comprendono: la programmazione; la raccolta delle
anamnesi; il colloquio con il paziente; la firma del
consenso informato; la pianificazione delle procedure;
la partecipazione attiva alle procedure stesse;
la stesura dei referti, sempre sotto la supervisione
del personale strutturato, ma con autonomia crescente
durante il periodo di formazione.
In particolare, durante i 18 mesi di formazione è
previsto che lo specializzando esegua come I operatore
le procedure riportate nella Tabella 11.1.
È previsto, inoltre, che lo specializzando esegua
con assistenza "attiva" da parte del personale strutturato
le procedure riportate nella Tabella 11.2.
Nel complesso è previsto che lo specializzando
effettui, come I operatore, circa 80 procedure di
varia complessità (range 73-91), prescindendo da
quelle più semplici (controllo di nefrostomie, drenaggi
ed eventuale rimozione).
Lo specializzando partecipa altresì alle restanti
procedure di diagnostica vascolare invasiva e di
interventistica, comprese quelle di maggiore complessità
(es. posizionamento di endoprotesi aortiche;
angioplastica viscerale e carotidea; posizionamento
di stent in arterie viscerali o carotidi;
TIPS (transjugular intrahepatic portosystemic
shunts) in qualità di II operatore o strumentista
(preparazione cateteri, guide ecc.).
Durante il periodo di formazione, ciascuno specializzando
deve compilare un numero non inferiore
a 500-600 referti di Radiologia Vascolare e
Interventistica, con successivo controllo da parte
dei medici strutturati.
È auspicabile che lo specializzando, durante il periodo
di formazione, sia introdotto alla ricerca
scientifica in Radiologia Vascolare e Interventistica
e partecipi, come co-autore, alla realizzazione mediamente
di 3-5 pubblicazioni scientifiche a stampa.
Tale schema di formazione non si discosta sostanzialmente
da quello suggerito dalla European Society
of Radiology (ESR) che, in un documento pubblicato
alla fine del 2005 relativo alla formazione del
medico specialista in Radiologia, raccomanda un
primo approccio alla RI nel primo triennio del
percorso formativo (per un periodo di 4-6 mesi),
comune per tutti i "residents": in tale periodo vanno
acquisite conoscenze di imaging vascolare non in-
vasivo (eco-color-Doppler; angio-TC; angio-RM),
imaging vascolare invasivo (arteriografia, flebografia)
e conoscenze essenziali di interventistica vascolare
(arteriosa e venosa) ed extravascolare (biopsie;
drenaggi di raccolte; interventistica epatobiliare;
interventistica urogenitale). Talune nozioni di interventistica
nel primo triennio sono impartite anche
con altri insegnamenti (Neuroradiologia; Radiologia
Toracica; Radiologia Urogenitale; Radiologia
Addominale e Gastroenterologia).
I due anni successivi del percorso formativo sono
interamente dedicati alla RI (intesa come specifica
"sub-specialità"). Durante questo periodo lo specializzando
deve approfondire le sue conoscenze
nella radiodiagnostica degli apparati oggetto dell'attività
interventistica, deve acquisire un'adeguata
preparazione tecnica che gli consenta di trattare
pazienti sia in elezione sia in urgenza, deve inoltre
acquisire idonee conoscenze cliniche (a tale proposito
è raccomandato un training di circa quattro
mesi in reparti di Chirurgia Vascolare e/o di Medicina
Interna); deve inoltre essere coinvolto nello
svolgimento di attività scientifica o di ricerca.
Al termine del periodo di formazione, lo specializzando,
per quanto concerne le conoscenze teoriche,
deve essere esperto nelle tecniche di diagnostica
vascolare (invasive e non), di anatomia (specie
anatomia vascolare), di fisiologia, fisiopatologia e
farmacoterapia del sistema cardiovascolare, nonché
in tutta la patologia che può essere oggetto di
trattamento con manovre di RI. Inoltre lo specializzando
deve essere a conoscenza delle indicazioni
e delle principali tecniche procedurali di RI
vascolare ed extravascolare.
D'altro canto lo specializzando, per quanto concerne
le conoscenze pratiche, deve aver eseguito un
numero sufficiente di procedure, di diagnostica vascolare
non invasiva (circa 200) e invasiva (circa
200) e di interventistica vascolare (circa 240) ed
extravascolare (circa 125). Peraltro
il documento precisa che non si può definire il numero
esatto di prestazioni che attestino l'acquisita
competenza in RI alla fine del periodo di training.
Il contenuto del suddetto documento dell'ESR è
riaffermato sia dal Syllabus della Cardiovascular
and Interventional Radiological Society of Europe
(CIRSE), sia dalla versione aggiornata
del documento dell'ESR del febbraio 2011;
va sottolineato che, in entrambi questi documenti,
pur essendovi una minuziosa descrizione delle
competenze che devono essere acquisite nel biennio
della "sub-specialità", non vi sono indicazioni sul
numero delle procedure che lo specializzando dovrebbe
espletare per ottenere l'idoneità a svolgere
attività di RI in totale autonomia. Il documento
aggiornato dell'ESR indica, inoltre, la necessità
che siano acquisite conoscenze riguardanti i principi
dell'imaging molecolare applicato alla RI.
Un recente documento, pubblicato dal Royal College
of Radiologists (RCR, 2010), presenta un programma
specifico di addestramento in RI della
durata complessiva di 6 anni, in quanto i suoi
estensori ritengono che, al termine dei 5 anni richiesti
per il conseguimento della specializzazione
in "Clinical Radiology", sia necessario un anno
integrativo per acquisire tutte le competenze previste
dal curriculum specifico concernente la RI;
il documento prevede, inoltre, una serie di rigorose
verifiche della progressiva assunzione delle competenze
professionali, che devono essere attuate
nel corso degli anni della specializzazione, ma non
fa cenno a un numero "minimo" di procedure
che devono essere eseguite per il conseguimento
della "sub-specialità" in RI.
Negli Stati Uniti, nel corso della specializzazione
in Radiologia (durata: 5 anni), il training in Radiologia
Vascolare e Interventistica consiste in un
primo periodo (3 mesi) al 2° o 3° anno, seguito
da un periodo più lungo (9 mesi) al 4° anno.
Inoltre, per chi intende dedicarsi alla RI, è previsto
un anno integrativo (6° anno) di "fellowship" in
questo specifico settore. Il programma del "fel-
lowship" è simile a quello del Syllabus
della CIRSE, pur distinguendo le competenze
che vanno acquisite nella diagnostica vascolare
da quelle che vanno acquisite nell'Interventistica
vascolare ed extravascolare.
Per facilitare la formazione postspecialistica in RI,
la CIRSE ha istituito, dal 2006, una Scuola Europea
di Radiologia Interventistica (European School
of Interventional Radiology, ESIR) che, mediante
l'organizzazione di corsi monotematici, consente
di raggiungere un livello di conoscenze soddisfacente
in un periodo di tempo piuttosto limitato.
Inoltre, la CIRSE ha introdotto nel 2011 un diploma
europeo per i radiologi che vogliono esercitare
l'attività interventistica (a cura dello European
Board of Interventional Radiology, EBIR); la certificazione
si basa su un esame teorico e uno pratico;
per partecipare al concorso, i candidati devono essere
in possesso della specializzazione in Radiologia
e devono certificare di aver maturato negli ultimi
24 mesi un'esperienza in RI, consistente in almeno
150 procedure (100 in ambito vascolare; 50 in
ambito extravascolare), espletate come I operatore
o I assistente (almeno 25/50 procedure come I
operatore). L'obiettivo è creare un certificato che
attesti uno standard qualitativo uguale per tutte le
Nazioni e soprattutto dare ai pazienti la possibilità
di valutare la preparazione dei diversi specialisti.
L'EBIR attinge ai contenuti del CanMEDS project
e tiene conto dei suggerimenti della European
Union of Medical Specialists (UEMS).
In Italia non sono previsti ubiquitariamente corsi
universitari di formazione postspecialistica. A nostra
conoscenza, attualmente presso l'Università
degli Studi di Roma "Tor Vergata" è attivo da alcuni
anni un Master di II livello di RI in "Tecniche
Endovascolari" con accesso programmato ogni
due anni per dieci studenti. Il Master, rivolto a
specialisti sia in Radiologia sia in Chirurgia Vascolare,
ha la durata di 2 anni; l'attività formativa
prevede 60 CFU, pari a 1500 ore di attività didattica,
distribuite in 375 ore di didattica frontale
e interattiva e 1125 ore di attività di tirocinio,
preparazione individuale e redazione di progetti.
A prescindere da tale iniziativa, i radiologi che in
Italia vogliono acquisire specifiche conoscenze in
RI chiedono di essere ammessi a frequentare, come
visitatori, un Centro di eccellenza nazionale o
estero per un determinato periodo, anche se non
sempre è possibile essere accettati.
I CRI, in particolare quelli di III livello, dovranno
provvedere all'istituzione e realizzazione di programmi
di aggiornamento continuo teorico-pratici
nei vari settori della RI, tenendo conto delle esigenze
formative e delle attività svolte. I docenti
saranno coinvolti sulle loro specifiche competenze
e il raggiungimento/mantenimento delle conoscenze
da parte dei discenti deve essere opportunamente
certificato. Tali Centri potrebbero essere
dotati di simulatori a disposizione dei discenti, il
cui impiego – come strumento didattico – è tuttora
in corso di validazione.
Infermieri
Anche per gli infermieri addetti alla sala angiografica
non esiste in questo momento in Italia
una specializzazione o una preparazione ad hoc.
L'attuale percorso formativo per diventare infermieri
e per proseguire gli studi – una volta conseguito
il titolo che abilita all'esercizio professionale
– si sviluppa secondo le disposizioni del decreto
del Ministero dell'Università del 3 novembre
1999, n. 509, successivamente modificato dal
DM 22 ottobre 2004, n. 270.
Nella maggior parte delle strutture ospedaliere gli
infermieri svolgono a rotazione il loro lavoro nelle
diverse sezioni dei reparti radiologici (TC, RM,
Radiologia tradizionale, Angiografia) e solo in pochi
Centri di eccellenza esiste personale infermieristico
dedicato alla RI, che ha un superiore bagaglio
di conoscenze tecniche. Non essendo presente
in Italia alcun corso specifico per l'attività
infermieristica in RI, ogni "nuovo" operatore apprende
le conoscenze necessarie allo svolgimento
della sua attività dai colleghi più anziani.
Sarà compito dei CRI – in particolare di quelli di
III livello – organizzare periodicamente, in relazione
alle esigenze regionali e alla tipologia di attività,
corsi teorico-pratici che prevedano il rilascio
di attestati in seguito alla verifica del raggiungimento/
mantenimento delle competenze acquisite.
In Inghilterra il Royal College of Nursing, in associazione
con il Royal College of Radiologists, ha
istituito nel 2006 un iter addestrativo per l'attività
di RI: questo si basa su un training specifico oltre
che sull'affiancamento con un elemento "senior",
che deve provvedere al controllo dell'attività svolta
soprattutto nel periodo lavorativo iniziale.
Tecnici
Il tecnico sanitario di radiologia medica (TSRM)
è un professionista dell'area tecnico-sanitaria che
opera in collaborazione con il medico radiologo
nelle indagini che comportano l'impiego delle radiazioni
ionizzanti. In sala angiografica il tecnico
deve saper utilizzare le apparecchiature e controllarne
l'efficienza, deve supportare, quando necessario,
il radiologo interventista, deve conoscere e
rispettare le norme di radioprotezione previste
dalla legislazione italiana.
Il passaggio dal vecchio al nuovo Ordinamento del
Corso di Laurea triennale in "Tecniche di Radiologia
Medica, per Immagini e Radioterapia" (secondo
il DM 270/2004 e s.m.) ha consentito in
talune sedi di potenziare l'insegnamento della RI.
Per esempio, il nuovo ordinamento didattico (che
entrerà in vigore nell'anno accademico 2011-2012)
prevede al 3° anno, nel corso integrato di Diagnostica
per Immagini 4, un insegnamento di RI
(MED/36: 1 CFU) affiancato da un insegnamento
di tecniche di RI (MED/50: 1 CFU), così che la
didattica teorica dedicata alla RI, passando dal vecchio
al nuovo Ordinamento, verrà raddoppiata.
Analogamente, mentre nel vecchio Ordinamento
sono previsti solo 4 CFU di tirocinio di Radiologia
vascolare e interventistica – peraltro pari al 13%
del totale (30 CFU) dell'attività di tirocinio in
radiodiagnostica (tale valore percentuale è sovrapponibile
a quello previsto per la Radiologia scheletrica,
la TC e la RM e di poco superiore a quello
previsto in Pronto Soccorso) – , nel nuovo Ordinamento
l'incremento complessivo dell'attività di
tirocinio (che per la radiodiagnostica passerà da
30 a 35 CFU) farà sì che al tirocinio in Radiologia
vascolare e interventistica verranno attribuiti almeno
7 CFU. L'incremento complessivo delle attività
didattiche (teorica e di tirocinio) dedicate
alla RI consentirà di migliorare la preparazione
degli studenti in questo settore, che richiede specifiche
conoscenze.
Per quanto riguarda la formazione postuniversitaria
in RI, anche per i tecnici, come per gli infermieri,
non sono previsti attualmente in Italia
master o corsi post-laurea.
Tali attività dovranno essere svolte di norma dai
CRI di III livello con cadenza periodica e modulate
riguardo alle esigenze di formazione regionale
e alla tipologia d'interventi. L'impostazione dei
corsi dovrà prevedere una parte teorica, una pratica
e il rilascio di attestati di conseguimento/mantenimento
delle competenze specifiche.
Negli Stati Uniti esistono circa 1000 programmi
di formazione specifica, di durata diversa secondo
le scelte dei richiedenti. Nel Regno Unito, nel
1998, è stato istituito un corso specifico per tecnici
di radiologia che svolgono prevalentemente la loro
attività lavorativa in ambito interventistico, con
lo scopo, in particolare, di approfondire le conoscenze
di anatomia, di ottimizzare l'impiego delle
apparecchiature e di migliorare le conoscenze delle
tecniche radiografiche.
Il Congresso della CIRSE prevede, da qualche
anno, alcune sessioni dedicate ai tecnici di radiologia,
allo scopo di accrescerne le competenze, così
che essi possano svolgere un'attività sempre più
proficua di collaborazione con i medici radiologi.
Va segnalato, inoltre, che presso l'Università degli
Studi di Roma "Tor Vergata" annualmente è organizzato
un corso teorico-pratico (International
Course of Endovascular Procedures, ICEP), a cui
possono accedere i tecnici di radiologia e gli infermieri,
nel quale è prevista una sessione didattica
specifica.
12. Indagine nazionale sui Centri di Radiologia Interventistica
Metodologia
Recepito da parte di AgeNaS il mandato di effettuare
la rilevazione a campione sui CRI, si è costituito
un team multidisciplinare di esperti specificamente
dedicato in seno all'Agenzia (Dott. Giovanni
Caracci, Dott. Basilio Calcò, Dott.ssa Giorgia
Duranti, Dott. Quinto Tozzi), che ha provveduto
a inviare il questionario predisposto dal Consiglio
Superiore di Sanità (CSS) ai Centri individuati
dal CSS stesso, con una lettera informativa
a firma del Direttore di AgeNaA e rivolta agli Assessorati
alla Sanità oltre che alle Direzioni Generali
e Sanitarie delle ASL, dei Policlinici, degli IRCCS
e delle rispettive strutture regionali coinvolte.
La somministrazione del questionario ha avuto
inizio nell'ultima settimana di luglio 2011 e, a
seguito di attività di supporto telefonico alla compilazione
e a ripetuti solleciti, ha avuto conclusione
nell'ultima settimana di settembre 2011.
Dai 54 Centri individuati (di varia tipologia e
collocazione geografica), vi sono stati due dropout
giustificati per cui sono stati raccolti 52 questionari
cartacei, con una percentuale di rispondenza
pari al 100%. Il timing della rilevazione è
riportato nella Tabella 12.1.
Il questionario si compone di 4 schede (corrispondenti
a 4 macroaree di analisi):
- attività dedicate;
- personale dedicato;
- strutture dedicate;
- tecnologie.
Ogni macroarea si suddivide in sottocategorie (ognuna delle quali definita da un numero variabile di domande), nello specifico:
- attività dedicate:
- ore/settimana,
- n. esami/anno,
- n. procedure sala operatoria/anno,
- durata media degenza;
- personale dedicato:
- personale medico,
- n. esami/anno,
- n. procedure sala operatoria/anno,
- durata media degenza;
- strutture dedicate:
- spazi attività amministrative,
- spazi magazzino,
- posti letto dedicati,
- ambulatori dedicati e gestiti direttamente,
- tipo struttura,
- bacino d'utenza;
- tecnologie dedicate:
- angiografo,
- eco-color-Doppler,
- telecomandate,
- TN (numero silice),
- RM (intensità campo magnetico),
- apparecchio per fluoroscopia con arco a "C" portatile.
Terminata la fase di raccolta dei questionari cartacei, si sono seguite le seguenti fasi preliminari all'elaborazione dei dati:
- strutturazione del database;
- inserimento e controllo della qualità del dato.
Fase di strutturazione del database
La strutturazione del database, in base al questionario proposto dal CSS (insieme al controllo della qualità dei dati inseriti), costituisce la fase preliminare per l'elaborazione dei dati. Il database strutturato ricalca fedelmente le 4 macroaree (e le relative sottoschede):
- attività dedicate;
- personale dedicato;
- strutture dedicate;
- tecnologie.
Ogni macroarea si compone di tante schede quante sono le sottoaree (come sopra riportato); ciò permette, in effetti, l'inserimento del dato in maniera puntuale e consente, inoltre, l'effettuazione delle analisi descrittive di base:
- per le variabili quantitative e ordinali: medie, mediane, varianza, massimi/minimi, sommatorie (qualora possibili);
- per le variabili qualitative: moda, tabelle di contingenza e di frequenze (qualora possibili).
Fase d'inserimento e di controllo della qualità dei dati
La fase d'inserimento ha previsto un controllo da
parte di un "supervisore" sul lavoro d'inserimento
dei dati da parte del singolo personale dedicato,
per verificare in prima istanza la correttezza del
dato inserito e ridurre al minimo l'incidenza degli
errori di imputazione.
È prevista la possibilità di inserire commenti/osservazioni,
qualora il dato non fosse esplicitamente
dichiarato (o non permetta la corretta "imputazione").
In seguito a tale controllo, si è effettuato un ulte-
riore controllo da parte di personale non dedicato
all'inserimento (nello specifico statistico e medico).
È stata eseguita una preselezione di tutti i dati
palesemente errati e non congruenti, e, per i campi
a risposta libera, si è provveduto a elencarli e, ove
possibile, a suddividerli per classi.
Inoltre, per la complessità del questionario e delle
risposte fornite, in alcuni casi non è stato possibile
distinguere le mancate risposte dalla "non applicabilità".
Il 13 ottobre 2011 è stato inoltre effettuato un
incontro con la committenza per risolvere alcuni
quesiti eminentemente tecnici.
I dati, forniti come semplici elaborazioni per
ognuna delle 4 macroaree componenti il questionario,
sono stati aggregati a livello nazionale e presentati
in forma di tabella (cfr. pagine successive).
L'indagine ha consentito di raccogliere una considerevole
quantità di dati, con un elevato contenuto
informativo, sulle strutture di Radiologia
Interventistica interessate, e, qualora se ne ravvisi
la necessità, potrebbero essere sottoposti ad analisi
ulteriori e più approfondite che rispondano a sovvenuti
obiettivi specifici di conoscenza.
I Centri censiti sono distribuiti sul territorio nazionale
come segue:
- in Valle d'Aosta 1;
- in Piemonte 6;
- in Lombardia 9;
- in Trentino Alto Adige 2;
- in Veneto 3;
- in Friuli Venezia Giulia 3;
- in Liguria 1;
- in Emilia Romagna 2;
- in Toscana 1;
- in Umbria 1;
- nel Lazio 7;
- in Abruzzo 3;
- in Campania 4;
- in Puglia 4;
- in Sicilia 3;
- in Sardegna 2.
Risultati
L'analisi dei questionari ha fornito una fotografia
dello stato attuale dei CRI, tale da poter rispondere
ai presupposti che sono alla base di questo
documento. L'80% dei Centri censiti ha fornito i
dati in maniera completa tale da poter garantire
lo sviluppo di un'analisi ottimale.
Dall'analisi dei dati inseriti nel questionario dei
singoli Centri e dal confronto con i requisiti del
presente documento, tutti i Centri sono risultati
essere di II e/o III livello.
Valutati i requisiti tecnologici e strutturali, il personale
utilizzato e la sua qualificazione, l'attività svolta
in ogni Centro sia diagnostica sia vascolare, è stato
possibile definire che 29 (56%) Centri sono risultati
riferibili al II livello e 23 (44%) al III livello.
I CRI censiti con caratteristiche di II livello sono così distribuiti nelle Regioni italiane:
- in Piemonte 2;
- in Lombardia 6;
- in Trentino Alto Adige 2;
- in Veneto 1;
- in Friuli Venezia Giulia 2;
- in Emilia Romagna 2;
- in Umbria 1;
- nel Lazio 3;
- in Abruzzo 2;
- in Campania 3;
- in Puglia 1;
- in Sicilia 2;
- in Sardegna 2.
I CRI censiti con caratteristiche di III livello sono invece distribuiti (Figura 12.3) nelle Regioni italiane come segue:
- in Valle d'Aosta 1;
- in Piemonte 4;
- in Lombardia 3;
- in Veneto 2;
- in Friuli Venezia Giulia 1;
- in Liguria 1;
- in Toscana 1;
- nel Lazio 4;
- in Abruzzo 1;
- in Campania 1;
- in Puglia 3;
- in Sicilia 1.
Attività dedicate
Per quanto riguarda l'attività e il numero di esami
di RI distinti in diagnostici, vascolari ed extravascolari,
e terapeutici, vascolari ed extravascolari, è
stato possibile raccogliere i dati riportati nella Tabella
12.2.
Si può notare come a livello nazionale l'attività di
RI sia rivolta per il 52,6% ad attività diagnostica
e per il 47,4% ad attività terapeutica (Figura 12.4).
Per quanto riguarda le procedure di RI terapeutiche,
in media una procedura vascolare dura 125
minuti, mentre una extravascolare dura in media
81,1 minuti.
Per quanto riguarda l'attività di RI, distinta in terapeutica
vascolare ed extravascolare, è stato possibile
valutare questo ulteriore aspetto Regione
per Regione, dove vi erano dati sufficienti.
Nell'Italia settentrionale, per quanto riguarda le
attività terapeutiche, dai dati raccolti si può valutare
come il 45,37% sia svolto in ambito vascolare,
mentre il 54,63% in ambito extravascolare.
Inoltre, è stato possibile definire i dati Regione
per Regione come segue:
- in Piemonte il 38,2% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 67,8% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Valle d'Aosta il 24,9% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 75,1% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Lombardia il 34,7% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 63,3% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Trentino il 72,9% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 27,1% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Veneto il 75,3% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 24,7% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Friuli Venezia Giulia il 48,8% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 51,2% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Emilia Romagna il 52,9% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 47,1% è rivolto all'ambito extravascolare.
Nelle Regioni dell'Italia centrale, per le stesse procedure
interventistiche terapeutiche, dai dati raccolti
si può valutare come il 43,53% sia svolto in
ambito vascolare, mentre il 56,47% in ambito
extravascolare.
Nell'Italia centrale la distribuzione di tale attività
rilevata nei Centri censiti e distribuita per Regione
è stata:
- in Toscana l'84,6% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 15,4% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Abruzzo il 43,6% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 56,4% è rivolto all'ambito extravascolare;
- nel Lazio il 22,3% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 77,7% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Umbria il 25,4% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 74,6% è rivolto all'ambito extravascolare.
Al Sud il dato medio, rilevato nei Centri censiti,
sull'attività interventistica ha evidenziato come il
59,26% sia svolto in ambito vascolare, mentre il
40,74% in ambito extravascolare.
Anche al Sud, inoltre, è stato possibile valutare la
distribuzione dei dati acquisiti per ogni Regione:
- in Campania il 65,3% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 34,7 % è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Puglia l'85,4% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 14,6% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Sicilia il 32,5% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 67,5% è rivolto all'ambito extravascolare;
- in Sardegna il 76,6% dell'attività terapeutica è di tipo vascolare, mentre il 24,4% è rivolto all'ambito extravascolare.
Il totale delle procedure di RI sia diagnostiche sia
terapeutiche svolte nei Centri censiti ogni anno
in sala operatoria è di 7561 esami.
In particolare, le procedure interventistiche terapeutiche
nel 50,03% dei casi sono di tipo vascolare,
mentre nel 49,07% sono in ambito extravascolare.
Dal dato emerge che solo in minima percentuale
tali procedure interventistiche sono effettuate
in sala operatoria.
Attività ambulatoriali e di ricovero dedicate
Tra i CRI censiti è risultato che il 63,6% possiede
ambulatori dedicati alle attività di RI.
Il 32,7% dei CRI possiede posti letto dedicati per
l'effettuazione delle procedure di RI, di cui il 30,3%
dedicato ai ricoveri ordinari e il 69,7% ai ricoveri
diurni. I posti letto dedicati sono utilizzati in modo
esclusivo dai Centri censiti nel 55% dei casi.
La durata media dei ricoveri diurni è risultata di
8-12 ore e di 72 ore (3 giorni) per i ricoveri ordinari
Tecnologie dedicate
Per quanto riguarda le tecnologie dedicate, è risultato
come vi siano in media 1,54 angiografi
per struttura censita, con un range da 1 a 4
L'utilizzo di tali apparecchiature è
esclusivo per la RI nel 67% dei casi e condiviso
con altre specialità nel 32,5% dei casi. In media
ogni angiografo è utilizzato 35 ore/settimana.
Gli angiografi a utilizzo esclusivo vengono utilizzati
in media 38,44 ore/settimana, mentre quelli
condivisi vengono utilizzati per attività di RI
27,65 ore/settimana.
Le apparecchiature di eco-color-Doppler vengono
utilizzate per le attività connesse alla RI in media
12,29 ore/settimana.
Gli ecografi a utilizzo esclusivo vengono utilizzati
in media 15,65 ore/settimana, mentre quelli a
utilizzo condiviso 7,05 ore/settimana
Le apparecchiature di TC vengono utilizzate per
le attività di RI in media 9,28 ore/settimana.
Le TC a utilizzo esclusivo vengono utilizzate in
media 15,38 ore/settimana, mentre quelle a uti-
lizzo condiviso 6,49 ore/settimana
La RM è utilizzata per le attività di RI in media
13,3 ore/settimana.
Le RM a utilizzo esclusivo vengono utilizzate in
media 30,09 ore/settimana, mentre quelle a utilizzo
condiviso 7,02 ore/settimana
13. Considerazioni finali
Pur con i limiti legati a un'indagine campione rispetto
a un censimento nazionale, a conoscenza
del nostro Gruppo di lavoro si può asserire che
questa è stata la prima iniziativa per verificare
quanto e come in Italia venga svolto nell'ambito
della Radiologia Interventistica (RI).
Dai dati rilevati e analizzati dall'indagine, che ha
coinvolto su tutto l'ambito nazionale un campione
significativo di strutture sanitarie, emerge che le
dotazioni strumentali, le competenze del personale
e in alcuni casi l'organizzazione sono riconducibili
in molti Centri ai modelli indicati nel presente
documento.
La componente maggiormente deficitaria è la disponibilità
di strutture fisiche e organizzative per
i ricoveri diurni e ordinari a diretta gestione o più
opportunamente inseriti in ambito dipartimentale
per l'effettuazione delle attività di RI. Considerando
che dai dati raccolti emerge una bassa degenza
media, dove tale organizzazione è esistente,
si ravvisa in tale ambito la necessità di maggiore
diffusione dei criteri organizzativi indicati nel documento
per ottimizzare e uniformare sul territorio
nazionale i modelli individuati e proposti.
In particolare, dall'indagine è evidente come la disponibilità
della tecnologia sia già in grado di sopperire,
nelle strutture sanitarie censite, alle attività
diagnostiche e terapeutiche di RI, pur con i limiti
in alcuni casi di vetustà delle apparecchiature.
Il personale medico preso in esame viene in gran
parte dedicato anche ad altre attività oltre quelle
di RI e si presume che con l'attuazione dei modelli
descritti nel documento si possa raggiungere migliori
risultati organizzativi e gestionali.
Anche per il personale sanitario non medico dedicato
alle attività di RI (dati non riportati) valgono
le stesse considerazioni fatte per il personale
medico.
Infine, l'ambito che ora ha bisogno di maggiore
sviluppo è quello della standardizzazione della
formazione e dell'aggiornamento del personale,
compito, oltre che delle Università, anche delle
strutture del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)
e del Servizio Sanitario Regionale (SSR). Il documento
offre un'ampia disamina della problematica
e indica le soluzioni.
Allegato 1
Nomenclatore delle procedure di Radiologia Interventistica
Codici ICD-9-CM
| CONSULENZA PER TRATTAM. RADIOLOGICO-INTERVENTISTICO | 89.06 |
|---|
| EMBOLIZZAZIONE ENDOARTERIOSA ADDOMINALE | 39.79 |
|---|---|
| EMBOLIZZAZIONE ANEURISMA ADDOMINALE | 39.71 |
| EMBOLIZZAZIONE MALFORMAZIONE A.V. | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE ANEURISMA CEREBRALE | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE ARTERIE BRONCHIALI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE ARTERIE POLMONARI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLE A. V. POLMONARI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE SANGUINAMENTO FEGATO –VIE BILIARI- PANCREAS | 44.44 |
|---|---|
| EMBOLIZZAZIONE ARTERIA SPLENICA | 44.44 |
| EMBOLIZZAZIONE VASI SPLANCNICI | 44.44 |
| EMBOLIZZAZIONE FEGATO ARTERIOSA | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE FEGATO VENOSA | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE FEGATO VENOSA | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE PORTALE | 44.44 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORE RENALE | 44.44 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLE AV RENALI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE VARICI GASTROESOFAGEE | 44.44 |
| EMBOLIZZAZIONE VARICI GASTROESOFAGEE (ENDOVASCOLARE) | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE FIBROMA UTERINO | 68.29 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORI OVAIO | 65.29 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORI UTERO | 68.29 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORE APPARATO GENITALE FEM. | 68.29 + 99.29 |
| EMBOLIZZAZIONE TESSUTI MOLLI | 83.98 |
| EMBOLIZZAZIONE CAROTIDE ESTERNA | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLA A. V. CAROTIDE ESTERNA | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLA CAROTIDO-CAVERNOSA | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLA CAROTIDO-CAVERNOSA | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE MENINGIOMA | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLA DURALE CEREBRALE | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE MALFORMAZIONE A. V. CEREBRALE | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE VASCOLARE INTRACRANICA | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORE SPLANCNOCRANIO | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE ANGIOMA SPLANCNOCRANIO | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORE ENDOCRANIO | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE VASI INTRACRANICI | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE ARTI SUPERIORI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE ARTI INFERIORI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORI CERVICALI | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE TUMORI MIDOLLARI | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLE DURALI SPINALI | 39.79 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLE DURALI COLLO | 39.72 |
| EMBOLIZZAZIONE FISTOLE DURALI COLLO | 39.72 |
| SCLEROEMBOLIZZAZIONE VARICOCELE SCROTALE | 63.1 + 99.29 |
| SCLEROEMBOLIZZAZIONE VARICOCELE PELVICO | 65.29 + 99.29 |
| OCCLUSIONE VASI INTRACRANICI | 39.72 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIE DIGESTIVE | 39.50 |
|---|---|
| ANGIOPLASTICA ARTERIE RENALI | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA VASI SPLANCNICI | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA SUCCLAVIA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA VERTEBRALE | 00.61 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA ANONIMA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA BASILARE | 00.64 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIE ESOCRANICHE | 00.64 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIE INTRACRANICHE | 00.62 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA ARTO SUPERIORE | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA FISTOLA DIALITICA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA FISTOLA AV CHIRURGICA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA CAROTIDE | 00.61 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA ILIACA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA FEMORALE | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA POPLITEA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA ARTERIA SOTTOGENICOLATA | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA VENOSA COLLO | 00.61 |
| ANGIOPLASTICA VENOSA ARTI SUPERIORI | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA VENOSA ARTI INFERIORI | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA VENOSA TORACE | 39.50 |
| ANGIOPLASTICA VENOSA ADDOME | 39.50 |
| RIVASCOLARIZZAZIONE PERIFERICA CON DEVICE DI TROMBOASPIRAZIONE | 39.59 |
| RIVASCOLARIZZAZIONE PERIFERICA CON LASER | 39.59 |
| DILATAZIONE STENOSI ESOGAGEA | 42.92 |
| DILATAZIONE STENOSI INTESTINALE | 46.85 |
| DILATAZIONE URETRA | 58.6 |
| CHEMIOEMBOLIZZAZIONE HCC (EPATOCARCINOMA) | 99.25 + 50.94 |
|---|---|
| CHEMIOEMBOLIZZAZIONE METASTASI EPATICHE | 99.25 + 50.94 |
| TRATTAMENTO COMBINATO LESIONI EPATICHE RF E STOP FLOW | 50.29 + 38.919 |
| TRATTAMENTO PERCUTANEO CON RF LESIONI FEGATO | 50.24 |
| TRATTAMENTO PERCUTANEO CON RF LESIONI RENE | 55.39 |
| TRATTAMENTO PERCUTANEO CON RF LESIONI PROSTATA | 60.61 |
| TRATTAMENTO PERCUTANEO CON RF LESIONI OSSO | 77.60 |
| TRATTAMENTO PERCUTANEO CON RF LESIONI POLMONE | 32.29 +87.41(TC) |
| TRATTAMENTO PERCUTANEO CISTI MAMMARIE | 85.91 +88.73(eco) |
| TERMOABLAZIONE NEOPLASIE EPATICHE | 50.24 + 99.85 |
| RADIOEMBOLIZZAZIONE TUMORI EPATICI | 92.29 + 50.94 |
| ALCOLIZZAZIONE PERCUTANEA FEGATO | 50.94 |
| ALCOLIZZAZIONE NODULO TIROIDEO | 99.29 + 06.98 |
| ALCOLIZZAZIONE NODULO PARATIROIDEO | 99.29 + 06.99 |
| AGOASPIRATO CISTI TIROIDE | 06.01 |
| AGOASPIRATO PARTI MOLLI ECOGUIDATO | 83.95 + 88.79 |
| ASPIRAZIONE PERCUTANEA CISTI RENALE | 55.92+ 87.75 ECO 87.71 TC |
| SCLEROTIZZAZIONE CISTI RENALE | 55.96 |
| CHEMIOINFUSIONE ARTERIE PUDENDE | 99.25 |
| CHEMIOINFUSIONE SCHELETRO | 99.25 |
| CHEMIOINFUSIONE TESSUTI MOLLI | 99.25 |
| CHEMIOINFUSIONE SELETTIVA TUMORI CEREBRALI | 99.25 |
| POSIZIONAMENTO CATETERE PER CHEMIOINFUSIONE | 38.91 |
| POSIZIONAMENTO CATETERE DI DENVER | 54.91 |
| SCLEROSI VENOSA | 39.92 |
| POSIZIONAMENTO CATETERE PER FIBRINOLISI | 38.91 |
|---|---|
| FIBRINOLISI ARTERIOSA ARTI INFERIORI | 99.10 |
| FIBRINOLISI ARTERIOSA ARTI SUPERIORI | 99.10 |
| FIBRINOLISI ARTERIOSA POLMONARE | 99.10 |
| FIBRINOLISI ARTERIOSA RENALE | 99.10 |
| FIBRINOLISI ARTERIOSA VASI SPLANCNICI | 99.10 |
| FIBRINOLISI ARTERIOSA INTRACRANICA | 99.10 |
| FIBRINOLISI ARTERIOSA SUPERSELETTIVA | 99.19 |
| FIBRINOLISI ARTERIE CEREBRALI | 99.10 + 38.91 |
| FIBRINOLISI VENE CEREBRALI | 99.10 + 38.93 |
| VERTEBROPLASTICA | 81.65 |
|---|---|
| CIFOPLASTICA | 81.66 |
| BIOPSIA OSSEA O VERTEBRALE | 77.49 |
| OZONO TERAPIA INTRADISCALE | 80.59 |
| CHEMIONUCLEOLISI | 80.52 |
| NUCLEOTOMIA PERCUTANEA (TC – RX) | 80.59 |
| COLANGIOGRAFIA PERCUTANEA | 87.51 |
|---|---|
| DRENAGGIO ASCESSO POLMONARE | 33.93 |
| DRENAGGIO ASCESSO POLMONARE ECOGUIDATO/TC | 33.93 + 88.73/87.41 |
| CONTROLLO DRENAGGIO ASCESSO POLMONARE | 96.58 |
| DRENAGGIO ASCESSO MEDIASTINICO | 34.1 |
| DRENAGGIO ASCESSO MEDIASTINICO ECOGUIDATO/TC | 88.73/87.41 |
| CONTROLLO DRENAGGIO ASCESSO MEDIASTINICO | 96.58 |
| DRENAGGIO PERCUTANEO ADDOMINALE TC-GUIDATO | 54.91/88.01 |
| DRENAGGIO PERCUTANEO ADDOMINALE ECO-GUIDATO | 54.91/88.76 |
| CONTROLLO DRENAGGIO ADDOMINALE | 54.99 |
| DRENAGGIO FEGATO - VIE BILIARI - PANCREAS - MILZA | 54.91 |
| DRENAGGIO FEGATO - VIE BILIARI - PANCREAS - MILZA - ECO/TC | 88.76/88.01 |
| CONTROLLO DRENAGGIO ADDOME SUPERIORE | 54.99 |
| DRENAGGIO FISTOLE ENTERICHE | 54.91 |
| DRENAGGIO BILIARE TRANSEPATICO | 51.98 |
| CONTROLLO DRENAGGIO BILIARE | 51.98 |
| BILIOPLASTICA – PAPILLOPLASTICA | 51.81 |
| DRENAGGIO BILIARE CON RIMOZIONE CALCOLI | 51.98 + 51.96 |
| DRENAGGIO CISTI PANCREATICA | 52.01 |
| CONTROLLO DRENAGGIO PSEUDOCISTI | 96.58 |
| DRENAGGIO RETROPERITONEALE TC GUIDATO | 54/88.01 |
| CONTROLLO DRENAGGIO CISTI RENALE | 96.58 |
| DRENAGGIO ASCESSI PERIRENALI | 59.92 |
| DRENAGGIO ASCESSI PERIRENALI ECO/TC | 88.75/88.71 |
| CONTROLLO ASCESSI PERIRENALI | 96.58 |
| DIGIUNOSTOMIA PERCUTANEA | 46.32 |
| COLECISTOSTOMIA PERCUTANEA | 51.03 |
| GASTROSTOMIA PERCUTANEA | 43.19 |
| GASTROSTOMIA PERCUTANEA ( PEG) | 43.11 |
| PER DECOMPRESSIONE O ALIMENT | 46.10 |
| PER DRENAGGIO PERCUTANEO | 54.91 |
| PIELOGRAFIA PERCUTANEA | 87.75 |
| PIELOGRAFIA TRANSPIELOSTOMICA | 87.75 |
| PIELOSTOMIA | 55.03 |
| CONTROLLO NEFROSTOMIA | 96.45 |
| SOSTITUZIONE NEFROSTOMIA | 55.93 |
| ENDOPROTESI PLASTICHE URINARIE | 59.8 |
| URETEROPLASTICA PERCUTANEA E TRANSLUMINALE | 56.91 |
| URETROPLASTICA TRANSLUMINALE | 58.6 |
| ENDOPROTESI RICOPERTA AORTA ADDOMINALE | 39.71 |
|---|---|
| ENDOPROTESI RICOPERTA AORTA TORACICA | 39.73 |
| ENDOPROTESI RICOPERTOARTERIE PERIFERICHE | 39.79 |
| ENDOPROTESI NASOLACRIMALE | 09.44 |
| RIMOZIONE ENDOPROTESI NASOLACRIMALE | 09.99 |
| ENDOPROTESI VENA CAVA | 00.45 |
| ENDOPROTESI URETERALE | 59.8 |
| ENDOPROTESI BILIARE PLASTICO | 51.99 |
| ENDOPROTESI BILIARE METALLICO | 51.99 |
| ENDOPROTESI ARTERIA RENALE | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIA MESENTERICA | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIA ILIACA | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIA FEMORALE | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIE PERIFERICHE ARTI INTERIORI | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIE PERIFERICHE ARTI SUPERIORI | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIA VERTEBRALE | 00.64 |
| ENDOPROTESI ARTERIA SUCCLAVIA | 39.90 |
| ENDOPROTESI ARTERIA CAROTIDE | 00.63 |
| ENDOPROTESI ARTERIA BASILARE | 00.64 |
| ENDOPROTESI ARTERIA INTRACRANICA | 00.64 |
| ENDOPROTESI VENOSO ARTI SUPERIORI | 39.90 |
| ENDOPROTESI VENOSO ARTI INFERIORI | 39.90 |
| ENDOPROTESI VENOSO TORACE | 39.90 |
| ENDOPROTESI VENOSO ADDOME | 39.90 |
| ENDOPROTESI METALLICHE ESOFAGEE | 42.99 |
| POSIZIONAMENTO CATETERE VENOSO CENTRALE | 38.93 |
|---|---|
| RECUPERO CORPO ESTRANEO ENDOVASALE VENOSO | 39.99 |
| RECUPERO CORPO ESTRANEO ENDOVASALE ARTERIOSO | 39.99 |
| RECUPERO CATETERI VENOSI E ARTERIOSI | 39.99 |
| POSIZIONAMENTO PORTH | 86.06 |
| RIMOZIONE PORTH O ALTRO CATETERE TUNNELLIZZATO | 86.07 |
| CAVOGRAFIA CON POSIZ. FILTRO CAVALE | 38.7 + 88.51 |
| RIMOZIONE FILTRO CAVALE | 39.99 |
| PRELIEVO VENOSO RENALE E CAVALE | 88.65 + 38.93 |
| TIPS | 39.1 |
| REVISIONE TIPS | 39.49 |
| RIMOZIONE CATETERE O INTRODUTTORE | 97.89 |
| CATETERISMO ARTERIOSO | 38.91 |
| CATETERISMO VENOSO | 38.93 |
| BIOPSIA PERCUTANEA EPATICA | 50.11 |
|---|---|
| BIOPSIA PERCUTANEA POLMONARE | 33.26 |
| BIOPSIA TESSUTI MOLLI | 83.21 |
| BIOPSIA MASSA ENDOADDOMINALE | 54.24 |
| BIOPSIA PANCREATICA | 52.11 |
| BIOPSIA RENALE | 55.23 |
| BIOPSIA RETROPERITONEALE | 55.23 |
| IMAGING INTRAVASCOLARE (IVUS) DEI VASI PERIFERICI | 00.23 |
|---|---|
| IMAGING INTRAVASCOLARE (IVUS) DEI VASI RENALI | 00.25 |
| IMAGING INTRAVASCOLARE (IVUS) DI ALTRI VASI SPECIFICATI | 00.28 |
| PUNTURA PERCUTANEA CUTE E SOTTOCUTE | 86.01 |
| MISURAZIONE PRESSIONE INTRAARTERIOSA | 89.61 |
| MISURAZIONE PRESSIONE ENDOVENOSA | 89.62 |
| DISOSTRUZIONE TUBARICA | 66.99 |
Bibliografia
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