Criteri di appropriatezza clinica, tecnologica
e strutturale nell'assistenza all'anziano
n. 6, Novembre-Dicembre 2010
Ministro della Salute: Ferruccio Fazio
Direttore Scientifico: Giovanni Simonetti
Direttore Responsabile: Paolo Casolari
Direttore Editoriale: Daniela Rodorigo
Vicedirettore esecutivo: Ennio Di Paolo
Comitato di Direzione
Francesca Basilico (con funzioni di coordinamento); Massimo Aquili (Direttore Ufficio V Direzione Generale Comunicazione e Relazioni Istituzionali); Silvio Borrello (Direttore Generale Sicurezza degli Alimenti e della Nutrizione); Massimo Casciello (Direttore Generale Ricerca Scientifica e Tecnologica); Giuseppe Celotto (Direttore Generale Personale, Organizzazione e Bilancio); Gaetana Ferri (Direttore Generale Sanità Animale e del Farmaco Veterinario); Giovanni Leonardi (Direttore Generale Risorse Umane e Professioni Sanitarie); Romano Marabelli (Capo Dipartimento Sanità Pubblica Veterinaria, Nutrizione e Sicurezza degli Alimenti ); Concetta Mirisola (Segretario Generale del Consiglio Superiore di Sanità); Fabrizio Oleari (Capo Dipartimento Prevenzione e Comunicazione ); Filippo Palumbo (Capo Dipartimento Qualità); Daniela Rodorigo (Direttore Generale della Comunicazione e Relazioni Istituzionali); Giuseppe Ruocco (Direzione Generale Farmaci e Dispositivi Medici); Francesco Schiavone (Direttore Ufficio II Direzione Generale Comunicazione e Relazioni Istituzionali); Rossana Ugenti (Direttore Generale Sistema Informativo); Giuseppe Viggiano (Direttore Generale Rappresentante del Ministero presso la SISAC
Comitato Scientifico
Giampaolo Biti (Direttore del Dipartimento di Oncologia e Radioterapia dell'Università di Firenze); Alessandro Boccanelli (Direttore del Dipartimento dell'Apparato Cardiocircolatorio dell'Azienda Ospedaliera S. Giovanni Addolorata – Roma); Lucio Capurso (Presidente del Consiglio di Indirizzo e Verifica degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri – Roma); Francesco Cognetti (Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena Irccs – Roma); Alessandro Del Maschio (Direttore del Dipartimento di Radiologia delI'Ospedale San Raffaele Irccs – Milano); Vincenzo Denaro (Preside delIa Facoltà di Medicina e Chirurgia e Responsabile delI'Unità Operativa Ortopedia e Traumatologia del Policlinico Universitario Campus Biomedico – Roma); Massimo Fini (Direttore Scientifico delI'Irccs S. Raffaele Pisana – Roma); Enrico Garaci (Presidente delI'Istituto Superiore di Sanità – Roma); Enrico Gherlone (Direttore del Servizio di Odontoiatria delI'Ospedale San Raffaele Irccs – Milano); Maria Carla Gilardi (Ordinario di Bioingegneria Elettronica e Informatica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia delI'Università di Milano – Bicocca); Renato Lauro (Rettore dell'Università Tor Vergata – Roma); Gian Luigi Lenzi (Ordinario di Clinica Neurologica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia delI'Università la Sapienza – Roma); Francesco Antonio Manzoli (Direttore Scientifico delI'Istituto Ortopedico Rizzoli – Bologna); Attilio Maseri (Presidente delIa Fondazione "Per il Tuo cuore - Heart Care Foundation Onlus" per la Lotta alle Malattie Cardiovascolari – Firenze); Maria Cristina Messa (Ordinario del Dipartimento di Scienze Chirurgiche presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia delI'Università di Milano – Bicocca); Sergio Ortolani (Coordinatore dell'Unità di Malattie del Metabolismo Osseo e Reumatologia – Irccs Istituto Auxologico Italiano – Milano); Roberto Passariello (Direttore dell'Istituto di Radiologia – Università La Sapienza – Roma); Antonio Rotondo (Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini – 2a Università di Napoli); Armando Santoro (Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica ed Ematologia – Irccs Istituto Clinico Humanitas – Rozzano, Mi); Antonio Emilio Scala (Preside delIa Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Vita/Salute San Raffaele – Milano); Giovanni Simonetti (Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Imaging Molecolare, Radioterapia e Radiologia Interventistica del Policlinico Universitario Tor Vergata – Roma); Alberto Zangrillo (Ordinario di Anestesiologia e Rianimazione dell'Università Vita/Salute San Raffaele e Direttore dell'Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Cardiochirurgica dell'Ospedale San Raffaele Irccs – Milano)
Comitato di Redazione
Massimo Ausanio, Carla Capitani, Amelia Frattali, Francesca Furiozzi, Milena Maccarini, Carmela Paolillo, Alida Pitzulu, Claudia Spicola (Direzione Generale della Comunicazione e Relazioni Istituzionali del Ministero della Salute), Antonietta Pensiero (Direzione Generale Personale, Organizzazione e Bilancio del Ministero della Salute)
Quaderni del Ministero della Salute
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ISSN 2038-5307
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Gruppo di lavoro
Roberto Bernabei, Pierugo Carbonin, Mauro Di Bari, Luigi Di Cioccio, Massimo Fini, Fabrizia Lattanzio, Niccolò Marchionni, Giulio Masotti, Fabrizio Oleari, Filippo Palumbo, Giuseppe Paolisso, Franco Rengo, Giovanni Simonetti, Marco Trabucchi, Stefano Maria Zuccaro
Si ringraziano gli Esperti:
Angela Abbatecola, Barbara Barbato, Claudia Bauco, Bruno Bernardini,
Stefano Bonassi, Enrico Brizioli, Silvia Bustacchini, Francesco Cacciatore,
Massimo Calabrò, Alberto Cester, Antonio Cherubini, Andrea Corsonello,
Walter De Alfieri, Walter Gianni, Matteo Grezzana, Iacopo Iacomelli,
Giovanni Lamura, Francesco Landi, Rosa M Lipsi, Stefano Magnolfi,
Alberto Pilotto, Maddalena Rimediotti, Renzo Rozzini, Cristiana Vitale
Le ragioni di una scelta e gli obiettivi
Perché nascono i Quaderni
Uniformare e fissare, nel tempo e nella memoria, i criteri di appropriatezza
del nostro Sistema salute.
È l’ambizioso progetto-obiettivo dei Quaderni del Ministero della Salute, la
nuova pubblicazione bimestrale edita dal dicastero e fortemente voluta dal
Ministro Ferruccio Fazio per promuovere un processo di armonizzazione
nella definizione degli indirizzi guida che nascono, si sviluppano e procedono
nelle diverse articolazioni del Ministero.
I temi trattati, numero per numero, con taglio monografico, affronteranno
i campi e le competenze più importanti, ove sia da ricercare e conseguire la
definizione di standard comuni di lavoro.
La novità è nel metodo, inclusivo e olistico, che addensa e unifica i diversi
contributi provenienti da organi distinti e consente quindi una verifica
unica del criterio, adattabile volta per volta alla communis res. La forma dunque
diventa sostanza, a beneficio di tutti e ciò che è sciolto ora coagula.
Ogni monografia della nuova collana è curata e stilata da un ristretto e identificato
Gruppo di Lavoro, responsabile della qualità e dell’efficacia degli
studi. Garante dell’elaborazione complessiva è, insieme al Ministro, il prestigio
dei Comitati di Direzione e Scientifico.
Alla pubblicazione è affiancata anche una versione telematica integrale sfogliabile
in rete ed edita sul portale internet del Ministero www.salute.gov.it;
qui è possibile il costante approfondimento dei temi trattati grazie alla semplicità
del sistema di ricerca e alla scaricabilità dei prodotti editoriali; tra
questi spiccano le risultanze dei pubblici convegni mirati che, volta per
volta, accompagnano l’uscita delle monografie nell’incontro con le articolazioni
territoriali del nostro qualificato Sistema salute.
Non ultimo, il profilo assegnato alla Rivista, riconoscibile dall’assenza di
paternità del singolo elaborato, che testimonia la volontà di privilegiare,
sempre e comunque, la sintesi di sistema.
Paolo Casolari
Direttore Responsabile
Giovanni Simonetti
Direttore Scientifico
Prefazione
L'Italia è fra i Paesi con la più alta percentuale di anziani. Il rapporto annuale 2007 dell'ISTAT ha documentato che al gennaio 2007 vi erano, in totale, 59,1 milioni di persone, di cui 11,8 milioni le persone di età superiore a 65 anni, pari al 19,9% della popolazione totale. Tra il 1980 e il 2005 la percentuale di ultrasessantacinquenni è aumentata del 50%, mentre quella di ultraottantenni di oltre il 150%. All'inizio degli anni Ottanta la vita media era di circa 71 anni per gli uomini e di 77 anni per le donne.
Attualmente, la vita media ha raggiunto i 77 anni per gli uomini e gli 83 anni per le donne. Il rapporto dell'ISTAT mostra che, tra la popolazione degli ultrasessantacinquenni, il 40% è affetto da almeno una malattia cronica, il 18% ha limitazioni funzionali nelle attività della vita quotidiana (disabilità), il 68% delle persone con disabilità presenta almeno 3 malattie croniche, l'8% è confinato in casa. Gli ultrasessantacinquenni risultano, quindi, essere i maggiori utilizzatori delle risorse sanitarie; condizione che ha indotto il Servizio Sanitario a un'attenta riflessione circa la necessità di ripensare culturalmente e riconsiderare strutturalmente le prestazioni sanitarie erogabili.
Tale cambiamento demografico, unito all'incremento delle aspettative di vita, ha comportato, da una parte, il tramonto di quella visione ospedalocentrica dei servizi sanitari che ha caratterizzato il XX secolo e, dall'altra, ha visto emergere nuove problematiche sanitarie, sociali ed economiche che hanno indotto a ripensare le strategie sanitarie, soprattutto in merito alla gestione della cronicità e alla prevenzione della disabilità. Il cambiamento ha comportato, inoltre, il passaggio da un approccio esclusivamente d'organo a una visione olistica: il passaggio dalla cura della malattia al prendersi carico della persona nella sua interezza.
La persona anziana non è da considerare solo una persona da assistere, ma una persona con proprie esigenze, le cui peculiarità derivano dall'interazione dell'organismo con l'ambiente e con le esperienze vissute nel corso degli anni. Lo stato funzionale dell'individuo non coincide con le sue patologie, ma è il frutto dell'interazione tra queste, con altri fattori quali condizioni economiche, sociali (isolamento e povertà), ambientali, neuropsicologiche e oggettive.
Questo Quaderno manifesta l'impegno del Sistema Sanitario a favorire l'integrazione
tra prevenzione e cura, da una parte, e bisogni sociosanitari di questa
fascia della popolazione, dall'altra, con la consapevolezza che, per risultare ef-ficace, un intervento sanitario necessita di un'adeguata continuità di risposta
sul territorio.
All'avanzare dell'età si collega il concetto di fragilità, che, a sua volta, richiama le condizioni di disabilità, comorbilità e polipatologia.
La fragilità è intesa come maggiore vulnerabilità dell'individuo allo stress, comporta una limitazione delle attività quotidiane dovuta alla presenza di pluripatologie e un deterioramento della salute e dello stato funzionale, che predispone a esiti negativi con alcuni indicatori specifici illustrati all'interno del Quaderno.
Il Sistema Sociosanitario viene pertanto chiamato a rispondere in maniera adeguata a questi mutamenti nell'assetto demografico della popolazione, considerando che l'invecchiamento non è una malattia, non è prevedibile, né curabile, pertanto vi può essere un invecchiamento normale, così come un invecchiamento patologico (associato appunto alla presenza di più problematiche).
Con il paziente anziano si rende necessario il superamento del tradizionale approccio medico, concentrandosi su una valutazione multidimensionale centrata sulla persona, che consideri la totalità e la complessità del paziente geriatrico, valutandone lo stato cognitivo, la funzione fisica, il tono dell'umore e le condizioni socioeconomiche.
L'impegno che vede coinvolto il Sistema Sanitario riguarda, oltre la cura, anche gli interventi di prevenzione primaria nei confronti delle malattie cronico-degenerative che possono ritardare gli effetti negativi dell'invecchiamento e il decadimento funzionale, favorendo ciò che viene descritto come invecchiamento attivo.
L'elaborazione di specifici percorsi assistenziali e terapeutici adeguati, controllati e validati consente di individuare l'anziano fragile, per migliorare la qualità della vita, ridurre la disabilità fisica, cognitiva e comportamentale e, al tempo stesso, diminuire i ricoveri impropri, con una conseguente riduzione della spesa sociosanitaria.
L'obiettivo primario della medicina geriatrica è ridurre al minimo gli esiti negativi delle malattie croniche ottimizzando il funzionamento delle capacità residue, per far raggiungere alla persona la migliore qualità di vita possibile.
Il nuovo approccio nei confronti della cura dell'anziano e la flessibilità degli strumenti di valutazione consentono di affrontare il concetto di continuità delle cure per questa popolazione, che prevede la possibilità di seguire il paziente anche in luoghi di cura diversi.
La politica sanitaria si muove, pertanto, nella direzione di un'assistenza continuativa che, basandosi su un'adeguata integrazione funzionale tra le componenti sanitarie ospedaliere e territoriali e tra i servizi sociali, assicuri la continuità dei servizi per gli anziani.
Compatibilmente con le condizioni sanitarie, sociali e abitative della persona anziana, l'impegno del SSN è volto all'incremento delle cure domiciliari per mantenere l'anziano al proprio domicilio, privilegiando, ove possibile, le cure domiciliari all'istituzionalizzazione.
La presa in carico globale necessita di un'adeguata costruzione di una rete di servizi sul territorio per il paziente anziano, prevedendo anche il coinvolgimento di nuove figure professionali adeguatamente formate e specializzate. Pertanto, i servizi devono essere organizzati in rete con il coinvolgimento dei soggetti istituzionali e sociali impegnati nella promozione e nella tutela della salute degli anziani, realizzando una continuità fra ospedale, strutture residenziali e territorio e la predisposizione di percorsi assistenziali e riabilitativi personalizzati appropriati, in grado di fornire quelle risposte flessibili e differenziate delle quali le persone anziane hanno bisogno.
Prof. Ferruccio Fazio
Ministro della Salute
Foreword
Italy is a Country with a high number of elderly people. According to the 2007 ISTAT (National Institute for Statistics) report, of a total population of 59.1 million (January 2007); 11.8 million people were over 65 years (19.9% of the total population). Between 1980 and 2005, we saw a 50% increase in people aged over 65 years, and a 150% increase of the population above 80 years of age. The life expectancy was 71 years in men and 77 years in women in the early 1980s. This is now 77 years in men and 83 years in women.
The ISTAT report showed that 40% of people over 65 years of age suffer from at least one chronic disease, 18% are limited in their activities of daily living, 68% of whom suffer from at least three chronic conditions, and 8% are confined at home.
Since people over 65 years of age utilise a large part of health resources, the Italian National Health System (NHS) is reassessing the health services it can provide to the elderly, both from a cultural and structural point of view. This demographic change, together with the increased life expectancy, has led to a shift from the hospital-centric vision of the health services to new healthrelated socio-economic issues: these issues have in turn resulted in a reassessment of the NHS strategies, mainly with regard to the management of chronic health conditions and disability prevention. Further, the demographic change has caused a shift from a focus on specific organs to a holistic vision, which means a shift from curing the given disease to a more complete and comprehensive patient care.
The elderly must be viewed as people with specific needs, which originate from the interaction of the body with the environment, and with past life experience. The functional status of each elderly individual does not derive solely from ageassociated health issues, but also from the interaction of pathologies with other factors such as economic, social (isolation and poverty), environmental, neuropsychological and objective conditions.
This Quaderno shows how the Italian NHS aims to promote an improved integration between prevention and cure on the one hand, and social and health needs of this population on the other recognising that the efficacy of health interventions requires an adequate continuity and follow-up at local level. As age increases, fragility becomes apparent, and it correlates with disability and comorbidity.
Fragility can be described as an increased vulnerability to stress, and can limit daily activities due to a number of different concomitant conditions, also including a gradual decrease in health status and functional ability. This in turn increases the risk of negative outcomes as described by some specific parameters outlined in the current Quaderno issue.
The Health and Social System should therefore provide adequate responses to the demographic changes in the population that we described, also taking into account that ageing is not a disease, is unpredictable and non-curable, and we can witness a normal ageing process as well as a pathological one (with one or more conditions).
When dealing with an elderly patient, the traditional medical approach is not sufficient and it is necessary to focus on a comprehensive geriatric assessment centered on a patient care with the individual at the centre. Such an approach thus considers the geriatric patient in his entirety and complexity, with particular attention to cognitive ability, body function, general mood, and social and economic conditions.
In addition to curing, the Italian NHS is at the forefront of primary prevention of chronic-degenerative diseases, aiming to postpone any negative effects of ageing and of functional decay. Through prevention, the Italian Health Service intends to promote an "'active ageing".
Adequate, controlled and validated care and therapeutic paths allow us to identify frail elderly people in order to improve their quality of life, limit their physical, cognitive and behavioural disability and, at the same time, avoid unnecessary hospitalisation and consequently reduce social and health expenditure.
The primary objective of geriatric medicine is to minimise all negative outcomes of chronic diseases thus optimising the functionality of residual abilities with a view of improving as much as possible the quality of life of the individual.
This novel approach to the care of elderly patients and flexibility of available evaluation tools allows the Health Service to reach care continuity for this population, which makes it possible to follow the patients in different care settings.
The healthcare policy aims at a continuous assistance in the services offered to elderly people based on a functional integration between local health units, hospital structures, and social services.
Within the framework of the specific health, social and lodging conditions of each aged person, the Italian NHS aims at improving in-home care in order to keep the elderly within their home environment and favour this over care at Institutions.
In order to implement such a policy, it is necessary to create an appropriate network of services at a local level for elderly patients, managed by adequately trained and specialised professionals.
As a consequence, all services need to be organised within a network that involves all institutional and social stakeholders that are at the forefront of the promotion and safeguard of the health of the elderly, thus creating a connection between hospitals, long-term care facilities and local units. Thanks to this network, it should be possible to provide personalised care and rehabilitation programmes with appropriate, varied and flexible responses that meet the evolving needs of an aging population.
Prof. Ferruccio Fazio
Minister of Health
Sintesi dei contributi
1. Un nuovo paradigma bio-demografico in una società che invecchia
In Italia e nella maggior parte dei Paesi sviluppati,
la durata media della vita all'inizio del Terzo Millennio
ha raggiunto valori che fino ai primi anni
del '900 erano inimmaginabili. Attualmente in
Italia, la vita media ha infatti raggiunto i 77 anni
per gli uomini e gli 83 anni per le donne.
I guadagni in termini di sopravvivenza sono ovviamente
il frutto combinato delle migliori condizioni
di vita della popolazione e dei continui progressi
in medicina e nell'organizzazione sanitaria.
In questo primo Capitolo si analizza nel dettaglio
l'evoluzione della speranza di vita, con riferimento
al ruolo giocato dalle malattie cardiovascolari e dai
tumori sulla mortalità totale. Si affrontano poi
multimorbidità, fragilità e disabilità, la cui prevalenza
aumenta appunto con l'aumentare dell'età.
Il Capitolo si conclude con una sezione dedicata
al fabbisogno assistenziale per le persone anziane,
che, subendo un netto incremento, necessiterà
pertanto di una serie di iniziative capaci di migliorare
l'attuale efficienza dei servizi, in modo
da favorire un'ottimizzazione delle risorse.
2. Invecchiamento "attivo" e prevenzione
L'aumento dell'aspettativa di vita ha consentito a
una parte degli individui di raggiungere un'età
avanzata in buone condizioni di salute, ma ha determinato
anche una crescita del numero di anziani
affetti da malattie croniche e disabilità. Nella prima parte del Capitolo vengono trattate le diverse definizioni
di invecchiamento: invecchiamento "attivo"
(definizione dell'OMS per gli anziani che conservano
fino alla fine dei loro giorni una capacità funzionale
che consente loro una vita autonoma e
priva di disabilità), invecchiamento "di successo",
invecchiamento "normale", "patologico" ecc.
Si analizzano poi i fattori determinanti l'invecchiamento
attivo, in particolare i fattori sociali che
possono influenzare lo stato di salute, i fattori economici,
ambientali e individuali, gli stili di vita,
che riguardano l'attività fisica, la dieta, il fumo,
l'abuso di bevande alcoliche e le vaccinazioni.
La parte conclusiva del Capitolo analizza i criteri generali
di prevenzione per le persone di età avanzata.
3. L'approccio all'anziano fragile
Il 50% dei soggetti con età superiore ai 65 anni presenta morbilità croniche multiple, con conseguenti problemi di mobilità o difficoltà nello svolgimento delle attività della vita quotidiana in almeno il 40% dei casi; il 10% dei soggetti con età superiore ai 70 anni, inoltre, ha uno stato di salute instabile. Nella letteratura geriatrica ci si riferisce a questi soggetti con il termine di soggetti "fragili". Il Capitolo affronta nel dettaglio la fragilità, analizzandone i modelli interpretativi, gli strumenti di misura e gli interventi mirati alla prevenzione. Sempre nell'ambito della fragilità si dà ampio spazio alla medicina geriatrica, una medicina per molti aspetti diversa da quella "tradizionale", alla Valutazione Multidimensionale Geriatrica (VMD) e all'intervento individualizzato globale.
4. Assistenza continuativa nella rete integrata dei servizi
Attualmente i principi sui quali si basa l'assistenza
continuativa si possono dire pienamente recepiti nel nostro Paese, almeno sul piano culturale; occorre
tuttavia definire quale sia stato finora il livello
di realizzazione di tali principi nelle singole
realtà sociosanitarie locali e regionali.
Considerando poi la rilevanza del problema della
non autosufficienza in Italia e la carenza di una strategia
di assistenza continuativa, occorre disegnare
un possibile percorso di assistenza nelle sue diverse
fasi, dalla segnalazione del problema alla sua valutazione,
alla presa in carico, fino alla valutazione delle
attività e degli esiti. Per fare ciò si è individuato nel
Distretto l'ambito di gestione del percorso assistenziale,
nel quale si colloca una nuova realtà, il Punto
Unico di Accesso (PUA), che è il luogo fisico in cui
viene ricevuta la domanda iniziale, viene coordinata
l'erogazione dei servizi e vengono ospitate le figure
responsabili delle equipe assistenziali.
5. La geriatria nell'ospedale per acuti
L'invecchiamento della popolazione ha, tra le sue
conseguenze, anche un aumento significativo dei
ricoveri ospedalieri di pazienti anziani. Tuttavia,
se il ricovero in ospedale è un evento sempre più
frequente al crescere dell'età, l'ospedalizzazione
rappresenta per molti anziani anche un fattore di
rischio di declino funzionale e cognitivo, per la
comparsa di altre sindromi geriatriche e, in ultima
analisi, di istituzionalizzazione e morte.
Queste conseguenze possono però essere prevenute
con un approccio di cura adeguato, che in
ospedale si realizza nelle Unità Geriatriche per
Acuti (UGA), analizzate nel dettaglio in questo
Capitolo.
Si affrontano anche le criticità e le possibili soluzioni
della Geriatria in Ospedale: l'esiguità numerica
delle UGA, la geriatria nel PS/DEA, i collegamenti
con il territorio, le incertezze legate alla
nuova realtà dell'Ospedale per Intensità di Cure
(OIC), i limiti del sistema DRG.
6. I nodi della rete: post-acuzie e riabilitazione
Garantire la continuità assistenziale e una corretta
e rispettosa transizione tra ospedale e territorio è
un'esigenza ormai imprescindibile e in alcuni Paesi
riveste una caratteristica di vera e propria emergenza
sanitaria e sociale. Non sempre, infatti, all'espandersi
delle fasce di popolazione più anziane e fragili
è corrisposto un pronto adeguamento della risposta
assistenziale, in particolare per la gestione della
post-acuzie all'atto della dimissione ospedaliera.
Le risposte sono state diversificate e variabili e in
Italia la risposta ha avuto, nelle diverse realtà regionali,
articolazioni ancora più complesse. In generale,
è comunque riconducibile ai diversi setting
assitenziali, in cui il reparto di Post-Acuzie, analizzato
nel dettaglio in questo Capitolo, rappresenta
un elemento cruciale.
7. I nodi della rete: l'Assistenza Domiciliare Integrata (ADI)
L'Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) è un servizio
in progressivo sviluppo nella rete dei servizi,
anche se il suo grado di diffusione risulta ancora diverso
tra le realtà regionali. L'ADI è regolamentata,
sotto il profilo gestionale e organizzativo, con modalità
differenziate nelle singole Regioni e attualmente
l'unico documento di riferimento è la relazione
della Commissione Nazionale per la definizione
e l'aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza
(LEA), in cui le cure domiciliari vengono
descritte come l'insieme dei trattamenti medici, infermieristici
e riabilitativi, prestati da personale qualificato
direttamente al domicilio del paziente.
In questo Capitolo, in merito all'ADI si analizzano
gli obiettivi, l'integrazione sociosanitaria, la strutturazione
del servizio, il coordinatore del caso e la
Valutazione Multidimensionale, la gestione clinica dell'anziano e il ruolo del geriatra, le evidenze scientifiche
e, infine, le criticità e le possibili soluzioni.
8. I nodi della rete: le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA)
Le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) sono Istituti
di ricovero, una volta denominati Case di Riposo
o Strutture protette, che accolgono persone anziane
non autosufficienti, non più in grado di rimanere al
proprio domicilio per la compromissione anche
molto grave delle loro condizioni di salute e autonomia.
Tuttavia, in questi anni lo sviluppo dell'autonomia
regionale ha portato a una moltiplicazione
dei modelli di assistenza residenziale, con la relativa
molteplicità di definizioni e sistemi organizzati.
In questo Capitolo, in merito alle RSA si analizzano
la condizione clinica degli ospiti, i criteri generali
sull'organizzazione, le Unità di Valutazione Multidimensionale
(UVM), gli standard assistenziali, il
ruolo del medico e, infine, i Nuclei Alzheimer.
9. I Centri Diurni
Il Centro Diurno è una struttura assistenziale intermedia,
semiresidenziale, a valenza sanitaria e
sociale indicata per l'anziano che presenta disabilità
grave e disagio sociale.
I Centri Diurni si suddividono in Centri Diurni
per anziani con disabilità generica e in Centri Diurni
Alzheimer. Dei primi si analizzano nel dettaglio gli
standard e i requisiti strutturali e funzionali, le finalità
e le strategie, l'accesso e la presa in carico, le
prove di efficacia, mentre per i Centri Diurni Alzheimer
si affrontano la definizione e la tipologia
dei pazienti, i servizi offerti, gli standard e i requisiti
strutturali e funzionali, le finalità e le strategie, l'accesso
e la presa in carico, le prove di efficacia.
Conclude il Capitolo una sezione dedicata alle
criticità e alle possibili soluzioni.
10. La discriminazione dell'anziano in campo sanitario: il rischio dell'ageismo
L'ageismo è un fenomeno definito come "un processo
sistematico di stereotipia e discriminazione
contro le persone, per la loro condizione di essere
anziane, allo stesso modo dei termini discriminatori
di razzismo e sessismo". Tuttavia, qualsiasi forma
di discriminazione basata sull'età in medicina è
eticamente inaccettabile e deve essere bandita.
In questo Capitolo si affrontano le diverse tipologie
di ageismo (discriminazione diretta e discriminazione
indiretta), il ruolo dell'ageismo sia nello
sviluppo della tecnologia in campo medico sia
nell'utilizzo di questa da parte dell'anziano, la ridotta
partecipazione degli anziani nella ricerca
scientifica e l'abuso nei confronti dell'anziano.
In conclusione, il Servizio Sanitario Nazionale è
chiamato a rigettare ogni forma di ageismo, considerato
che la Costituzione Italiana e il Codice
Deontologico sanciscono l'equità del diritto di
accesso alle cure.
11. Anziani e farmaci
Il notevole incremento delle fasce d'età più avanzate
nei Paesi industrializzati, insieme con i progressi
della medicina, ha ampliato il numero di
persone affette da patologie croniche multiple e
trattate con regimi polifarmacologici complessi.
Inoltre, i pazienti anziani con comorbidità multiple
sono spesso esclusi dagli studi clinici randomizzati
(RCT) e le informazioni sulla sicurezza dei farmaci
nella popolazione anziana sono molto scarse.
In questo capitolo si affrontano lo stato dell'arte
nella ricerca farmacologica in ambito geriatrico,
le reazioni avverse, le interazioni farmacologiche,
l'aderenza ai regimi polifarmacoterapici, i farmaci
potenzialmente inappropriati, il sovra- e il sottotrattamento
e, infine, la prescrizione "off-label".
1. Un nuovo paradigma bio-demografico in una società che invecchia
1.1. La transizione demografica ed epidemiologica
Come è ben noto, in Italia, così come nella maggior
parte dei Paesi sviluppati, la durata media
della vita all'inizio del Terzo Millennio ha raggiunto
valori che fino ai primi anni del '900 erano
inimmaginabili. Basti pensare che all'inizio del
XX secolo un neonato in Italia poteva attendersi
di vivere in media poco più di 41 anni, uomo o
donna che fosse. Poco dopo più di un secolo, nel
2007, un neonato può attendersi di vivere mediamente
78,7 anni e una neonata ben 84, ponendo
così la popolazione italiana tra le più longeve,
non solo in Europa, ma anche nel mondo.
La differenza di anni di vita guadagnati dagli uomini
e dalle donne (pari rispettivamente a 37,1 e
42,2 anni) nell'arco temporale considerato mette
in luce una diversa evoluzione della sopravvivenza,
sperimentata con intensità, modalità e tempi differenti
dai due sessi.
I guadagni in termini di sopravvivenza sono ovviamente
il frutto combinato delle migliori condizioni
di vita della popolazione, dei continui progressi
in medicina e nell'organizzazione sanitaria,
che hanno contribuito a ridurre notevolmente i
rischi di morte a tutte le età. È ormai noto che i
miglioramenti delle condizioni di sopravvivenza raggiunti dall'Italia, come dalla maggior parte dei
Paesi sviluppati fino agli anni Sessanta, sono attribuibili
principalmente al crollo della mortalità
infantile e anche alla diminuzione della mortalità
in età giovanile. A partire dagli anni Ottanta, invece,
il declino della mortalità sta interessando le
età adulte e soprattutto e in misura sempre più
rilevante le età anziane, così che un
numero sempre più elevato di persone raggiunge
e supera la soglia dei 90 anni: nel 2009 erano il 7
per mille abitanti e ci si aspetta che diventino il
21 per mille nel 2030, con un fattore moltiplicativo
pari a 3. Tuttavia, già nel 2006 (ultimo dato
disponibile) il numero di morti di sesso femminile
e di età superiore a 90 anni è stato in Italia pari a
circa 76.000 (di cui 73.000 vedove o nubili), corrispondente
a circa il 27% del totale delle morti
femminili.
L'analisi delle variazioni della speranza di vita alla
nascita e nell'età anziana degli ultimi cinquant'anni,
dal 1960 a oggi, mette in evidenza quanto
appena affermato e cioè come siano soprattutto
queste ultime età a essere interessate dai maggiori
guadagni di sopravvivenza, in particolar modo
con riferimento alle donne. Il ritmo di crescita
della speranza di vita a 65 anni accelera notevolmente
rispetto a quello alla nascita.
A partire dagli anni Ottanta, inoltre, si osserva un'impennata anche più intensa della curva relativa
alla vita media a 80 anni, con una pendenza
più accentuata per il sesso femminile rispetto a
quello maschile per entrambe le età (vedi Figura
2). Esaminando in dettaglio l'evoluzione della
speranza di vita femminile, dal 1960 al 2007 si
osserva un aumento del 43% per le sessantacinquenni
e di circa il 61% per le ottantenni, con un
guadagno pari a 6,5 e a 3,7 anni, rispettivamente.
Pertanto, nel 2007 una sessantacinquenne poteva
sperare di vivere mediamente ancora 21,6 anni,
mentre un'ottantenne ancora 10 anni circa.
Per gli uomini gli incrementi degli indicatori in
esame sono stati meno evidenti, attestandosi al
7% per la speranza di vita a 65 anni e al 15% per
quella a 80 anni, avendo guadagnato rispettivamente
4,7 e 2,5 anni. Questo fa sì che i primi potessero
contare, nel 2007, su un'attesa media di
vita di quasi 18 anni, mentre i secondi su circa 8
anni. In sintesi, lungo tutti i 47 anni di calendario,
fra il 1960 e il 2007, la durata media della vita
alla nascita è cresciuta un po' più di 3 mesi l'anno.
Questa eccezionale sopravvivenza è andata al di
là di qualsiasi previsione o proiezione. Infatti, in
due lavori su Science nel 1998 e nel 2003, Vaupel
ipotizzava che l'età di 85 anni fosse il massimo di
durata di vita media raggiungibile per la specie
umana. In realtà questo limite era già stato superato
dalle donne giapponesi nel 1996. Attualmente
le Nazioni Unite, basandosi sulle opinioni di un
panel di esperti per le loro proiezioni al 2045-
2050, stimano che la durata media della vita alla
nascita per i Paesi economicamente più avanzati
arrivi a 79,9 anni (per l'Italia 82,5) per gli uomini
e a 85,6 anni (per l'Italia 88,4) per le donne.
Per formulare ipotesi esplicative della mortalità
differenziale per sesso e per età è essenziale, com'è
ovvio, fare riferimento alle differenti cause di
morte. La differenza di speranza di vita alla nascita
tra uomini e donne è da attribuire soprattutto al
diverso ruolo giocato dalle malattie cardiovascolari
e dai tumori sulla mortalità totale: sono queste,
principalmente, le cause responsabili del divario
tra i sessi. Se si considera la diversa incidenza delle
principali cause di morte sulla mortalità totale – e a 85,6 anni (per l'Italia 88,4) per le donne.
Per formulare ipotesi esplicative della mortalità
differenziale per sesso e per età è essenziale, com'è
ovvio, fare riferimento alle differenti cause di
morte. La differenza di speranza di vita alla nascita
tra uomini e donne è da attribuire soprattutto al
diverso ruolo giocato dalle malattie cardiovascolari
e dai tumori sulla mortalità totale: sono queste,
principalmente, le cause responsabili del divario
tra i sessi. Se si considera la diversa incidenza delle
principali cause di morte sulla mortalità totale –
nelle diverse fasce di età e separatamente per uomini
e donne – si osserva che nella
mortalità:
- il peso delle malattie cardiovascolari dal 1971 al 2000 è mediamente diminuito in tutte le età e in misura maggiore per le donne (restano comunque la principale causa di decesso per entrambi i sessi dopo i 65 anni);
- il peso dei tumori presenta una diminuzione più contenuta e addirittura un aumento per alcune età (gli uomini beneficiano di una mag-giore diminuzione della mortalità rispetto all'altro sesso, almeno fino ai 60 anni di età);
- il peso delle cause accidentali (in particolare gli incidenti stradali) è particolarmente elevato per le età giovanili.
Che si muoia sempre meno dopo gli 80 anni è
prima di tutto spiegato dalla progressiva diminuzione
della mortalità cardiovascolare osservata
nelle persone anziane in tutti i Paesi sviluppati,
compresa l'Italia.
Questo vale per il calo della mortalità, nonostante
in tutti i Paesi sviluppati si registri un aumento di
alcune malattie croniche e comorbosità (diabete,
ipercolesteremia, ipertensione, e così via) nelle
persone anziane.
La diminuzione della mortalità che si è registrata
negli ultimi decenni e che ha interessato particolarmente
le età giovani e adulte ha prodotto un
aumento degli anziani senza precedenti. Questi,
oltre a essere sempre più numerosi, vivono anche
più a lungo, grazie al più recente declino della
mortalità in queste età.
Il processo relativo alla mortalità e il forte declino
della fecondità, che negli ultimi decenni ha ridotto
drasticamente la popolazione nelle età giovanili,
hanno quindi profondamente modificato, e modificheranno
in futuro, la struttura per età della
nostra popolazione. È interessante
osservare il cambio di forma delle piramidi della
popolazione italiana dall'inizio del XX secolo ai
nostri giorni. Si è passati da una forma piramidale
classica osservata nel 1901, caratterizzata da una
base ampia dovuta all'elevata natalità e da un vertice
molto assottigliato dovuto a un'altrettanto
elevata mortalità, a quella attuale, che presenta,
invece, un notevole restringimento alla base, derivante
dalla diminuzione delle nascite e delle protuberanze
nelle classi di età adulte e anziane. Tale fenomeno non sembra arrestarsi: infatti, secondo
le recenti previsioni pubblicate dall'Istat nel 2009,
la futura struttura della popolazione nel 2030 sarà
quella caratterizzata da una base ancora più stretta
(vedi Figura 1.4) a fronte di un vertice molto allargato.
La percentuale di coloro che superano i 65 anni
rispetto al totale della popolazione è passata dal
6,2% agli inizi del secolo scorso al 20% del 2009
e si stima arrivi al 26,5% nel 2030. Anche la percentuale di ultraottantenni è aumentata
notevolmente, passando da poco meno
dell'1% nel 1901 al 5,6% nel 2009 e si stima raggiunga
quasi il 9% nel 2030. L'invecchiamento
della popolazione è avvenuto a un ritmo via via
crescente. Basti pensare che l'indice di vecchiaia,
ossia il rapporto tra la popolazione di 65 anni e
oltre e quella con meno di 15 anni, è balzato da
18 anziani per ogni 100 giovanissimi nel 1901 a
143 nel 2009, per arrivare a un valore stimato di
205 nel 2030: un aumento del 1038%. All'epoca
in cui Bismark in Germania introdusse la previdenza
per i pensionati, intorno al 1901, in Italia
vi erano 10 ultrasessantacinquenni per ogni 100
persone in età lavorativa; attualmente ve ne sono
31 e si presume che possano arrivare a 44 (mentre in tutti
gli ultrasessantacinquenni godono di una
pensione, a lavorare nelle età 15-64 anni è circa il
70%). Per ogni 100 persone di età 60-64 anni
(che uscivano perciò dal mercato del lavoro) nel
1901, ve ne erano 263 di età 15-19 (che vi entravano);
nel 2009 per ogni 100 ve ne sono 84 e nel
2030 potrebbero essere solo 61. Le proiezioni
dell'Istat includono già circa 150.000 immigrati
netti l'anno.
Si pongono anche, in conseguenza di tale invecchiamento,
nuove e pressanti esigenze di conoscenza
dei fabbisogni assistenziali ed economici.
1.2. Morbosità, fragilità e disabilità nell'età avanzata
Gran parte delle patologie più frequenti nell'intera
popolazione ha una prevalenza e un'incidenza crescente
in rapporto all'età. Le Figure 1.5 e 1.6 riportano
i dati riferibili agli eventi acuti cardiovascolari
e alla malattia di Alzheimer, ma trend simili
sono evidenziabili anche, per esempio, per la broncopneumopatia
cronica ostruttiva (BPCO), il diabete
e i tumori.
I dati della Figura 1.5 riflettono i risultati dell'OXVACS
Study (Oxford Vascular Study). Si tratta di uno studio longitudinale condotto su oltre
90.000 casi seguiti per 4 anni. Si evince come il
numero degli eventi e la loro incidenza aumentino
progressivamente con l'aumentare dell'età. Gli
eventi non fatali ammontano al 78% e di questi
il 47% è stato osservato nei casi in cui l'età era
≥ 75 anni.
Nella Figura 1.6 sono stati considerati solo i dati
relativi ai Paesi dell'Europa dell'Ovest. Le principali
peculiarità legate alla multimorbosità sono:
il peggioramento dell'indice prognostico, l'atipia
di presentazione e la polifattorialità dei quadri
clinici.
La Figura 1.7 mostra come la multimorborsità o
presenza di più patologie nello stesso soggetto aumenti
nettamente con l'aumentare dell'età.
L'età avanzata è caratterizzata dalla comparsa della
fragilità, la cui prevalenza aumenta con l'età, in
particolare dopo i 75 anni. La presenza
di fragilità manifesta, messa in evidenza nel
modello di Fried et al. (2001), è correlata con
l'aumento della disabilità, della multimorbosità e
della mortalità.
La maggiore sopravvivenza degli italiani e l'elevata
prevalenza della multimorbosità e della fragilità
nell'anziano determinano inevitabilmente un incremento della disabilità con l'età. Secondo le ultime
stime Istat, rese note nel maggio 2010, in
Italia nel 2004-2005 le persone con disabilità di
età superiore a 6 anni che vivono in famiglia sono
circa 2.600.000 (4,8% della popolazione di 6 anni
e più che vive in famiglia), oltre 2 milioni hanno
più di 65 anni e di questi più della metà (circa
1.200.000) ha più di 80 anni. Se a
queste si aggiungono anche le persone residenti
nei presidi sociosanitari si arriva a un totale di
2.800.000 disabili. Sono soprattutto le donne a
essere svantaggiate, svantaggio che aumenta con
l'età: quasi la metà
(49%) delle donne di 80 anni e oltre presenta disabilità,
mentre l'analoga percentuale per gli uomini
è pari al 36% (vedi Figura 1.9).
Se si considera la curva dei sopravviventi, si osserva
che un numero crescente di persone raggiunge
età sempre più avanzate e che il livello di disabilità
più grave coincide con l'ultimo periodo di vita,
specie per le donne.
Numerose indagini negli Stati Uniti e in Europa
dimostrano una tendenza alla riduzione del tasso
di disabilità negli ultimi anni, così come sembrerebbe
esservi una tendenza della disabilità a spostarsi
in avanti nelle età. Tuttavia, altri studi forniscono
dati esattamente opposti o comunque
contrastanti tra loro e pertanto la tendenza della disabilità a ridursi nei prossimi anni non è affatto
certa; sono necessarie ulteriori conferme, anche
perché non si riesce ancora a capire quanto il crescente
numero di obesi possa modificare l'attuale
prevalenza della disabilità nell'intera popolazione
e negli anziani.
1.3. Il fabbisogno assistenziale nel prossimo futuro
Qualsiasi tipo di previsione del fabbisogno assistenziale
e della corrispondente spesa necessiterebbe
di una conoscenza precisa degli attuali trend
di invecchiamento, di malattie e di disabilità, oltre
che di dati attendibili sull'attuale spesa complessiva
dell'assistenza agli anziani in Italia.
Tuttavia, alla luce delle considerazioni precedenti,
si può ipotizzare in futuro un incremento di tale
spesa considerando un aumento della disabilità e
delle principali malattie legate alla forte crescita di
persone di età molto avanzata. In relazione all'aumento
della popolazione la previsione dell'Istat sul
numero delle persone disabili per i prossimi 20 anni
è di un aumento del 65-75% a seconda dello scenario
considerato sui tassi di disabilità.
Naturalmente la disabilità varia in funzione dell'evento
morboso su cui è molto più difficile fare
delle proiezioni. Nella Figura 1.12 si può osservare
una previsione dell'aumento del numero di eventi
acuti cardiovascolari che si potrebbe verificare negli ultraottantenni fino al 2051, aumento che,
rispetto al 2005, si stima essere del 280%.
Per fare un altro esempio, secondo la previsione
fatta dai maggiori esperti del settore, il numero dei
casi di malattia di Alzheimer in Europa dal 2001
al 2041 aumenterà di oltre il 100%.
Invecchiamento della popolazione, mutamento
del quadro nosologico, modificazioni nell'incidenza
e nella prevalenza della disabilità e variazione
dei costi delle prestazioni sono i fattori principali
tenuti in conto dalla Ragioneria Generale dello
Stato per valutare la spesa di medio-lungo periodo
per il sistema pensionistico e quello sociosanitario. I dati mostrano come nel periodo
2005-2060 la spesa pensionistica, per effetto delle
riforme in atto, dovrebbe diminuire, sia pure di
poco, dopo essere cresciuta fino al 2040. La spesa
sanitaria invece, in percentuale sul Prodotto Interno
Lordo (PIL) e al netto della componente di
assistenza continuativa o LTC (Long-Term Care),
dovrebbe aumentare dal 5,9% al 7,4%, cioè con
un incremento del 25%; la sola spesa per LTC dovrebbe
aumentare dall'1,6% al 3,1% del PIL, con un
incremento quindi del 94%. Al di là di possibili
diverse valutazioni in relazione alle metodologie
di calcolo impiegate, sembra fuori di dubbio che
l'aumento della spesa per le cure di lungo periodo
sarà, per il nostro Paese, più rilevante dell'intero
quadro socio-sanitario-previdenziale.
Se si osserva il profilo per età delle
componenti di spesa pubblica per la LTC si nota,
in particolare, un netto aumento dai 75 anni in poi sia per la spesa sanitaria sia per l'indennità di
accompagnamento, soprattutto per le donne.
Considerando la sola componente demografica,
dovuta per buona parte all'invecchiamento della
popolazione, la spesa risulta più che raddoppiata
dal 2005 al 2060. L'andamento previsto
del numero di indennità, in aumento nel
periodo considerato, è legato ai cicli demografici
e in particolare alla tendenza delle nascite nel secondo dopoguerra e al baby-boom degli anni Sessanta.
In Italia il principale strumento di supporto alle
persone con disabilità e alle loro famiglie è rappresentato
dal sistema dei trasferimenti monetari,
di tipo sia pensionistico sia assistenziale. Vi è una
carenza di servizi di assistenza formale da parte
del sistema sociale, carenza che ricade inevitabilmente
sulle famiglie, che continuano a svolgere e
a farsi carico della maggior parte delle attività di
cura e di aiuto ai loro componenti in condizione
di disabilità.
Il problema dell'assistenza e della cura diventa ancora
più impegnativo tenendo conto:
- della trasformazione della famiglia per la diminuzione o l'assenza dei figli e l'aumento della rottura delle unioni;
- della maggiore partecipazione della donna al mercato del lavoro (arrivata al 50,7%, valore peraltro molto basso rispetto ad altri Paesi europei);
- della bassissima percentuale di anziani che ricevono un aiuto statale (2,1%) e spesso non adeguato ai reali bisogni rispetto alla media europea pari al 6-7%.
L'Italia, come la maggior parte dei Paesi europei, è
impegnata nell'individuazione delle politiche più
idonee a gestire la crescita del fabbisogno di LTC
che il forte invecchiamento della popolazione necessariamente comporta. In tale ottica, l'immigrazione
di personale straniero rappresenta certamente
una delle possibili soluzioni, sia come sostegno
della forza lavoro attiva, sia per il crescente ruolo
svolto da assistenti privati a pagamento per anziani,
le cosiddette "badanti", svolto in prevalenza da
donne, chiamate a soddisfare una domanda assistenziale
sempre più estesa e complessa.
L'impiego di assistenti familiari straniere è attualmente
in corso su vasta scala soprattutto nei Paesi
dell'Europa Mediterranea. Questo fenomeno è in
parte alimentato dalla diffusione di politiche pubbliche
basate su trasferimenti monetari – piuttosto
che sull'erogazione di servizi – che hanno finito
con l'attrarre un gran numero di lavoratori non
qualificati, principalmente nel settore domestico,
con modalità occupazionali di sovente irregolari.
Le stime esistenti, per quanto imprecise a causa
dei limiti connessi all'elevato grado di lavoro sommerso,
parlano, per esempio, per la Grecia di un
quarto della popolazione immigrata (circa l'80%
delle donne immigrate) impiegata nel settore e per
la Spagna di una crescita del numero di permessi
di soggiorno per lavoro domestico che passa da
33.000 nel 1999 a quasi 230.000 nel 2006. In
Italia, mentre la popolazione in età anziana e il fabbisogno assistenziale di LTC aumentano, diversi
fenomeni stanno influenzando in modo negativo
la disponibilità di assistenti informali. Il primo riguarda
la riduzione del supporto familiare per gli
anziani a seguito dei recenti mutamenti che hanno
interessato la struttura delle famiglie italiane, con
una forte diminuzione delle famiglie multi-generazionali
e delle coppie con figli e l'aumento delle
famiglie uni-personali. Un'ulteriore tendenza è
rappresentata dall'incremento del tasso di partecipazione
femminile al mercato del lavoro, cresciuto
tra il 1994 e il 2004 dal 42% al 51%. Tali cambiamenti
rappresentano una sfida al modello tradizionale
di welfare italiano, che ha generalmente
assicurato assistenza agli anziani non autosufficienti
tramite il contributo del sostegno familiare non
retribuito; questo spiega perché un crescente numero
di famiglie italiane è ricorso, per meglio svolgere
tale funzione, al sostegno di assistenti stranieri
a pagamento spesso conviventi con la persona anziana
da accudire. Altri elementi che hanno giocato
a favore di questa trasformazione sono un approccio
tendenzialmente "familista" (che considera l'assistenza
agli anziani un "affare di famiglia") e una
generalizzata avversione per il ricovero dell'anziano
in strutture residenziali; pertanto, non sorprende anche,
in Europa, l'Italia presenti una delle più alte
percentuali di donne di 55-64 anni "inattive" a
seguito delle responsabilità familiari di cura (il
30% di tutte le donne, rispetto a una media UE15
del 10%). Un ruolo rilevante è certamente giocato
dall'insufficiente diffusione di servizi "formali" di
assistenza. Quelli domiciliari raggiungono infatti
solo il 4,9% della popolazione sopra i 65 anni, si
limitano a poche ore a settimana e sono per lo più
concentrati nelle regioni del Nord. Analogamente,
la distribuzione di strutture residenziali penalizza
il Sud del Paese e non consente di ospitare complessivamente
più del 3% della popolazione anziana.
Altri tasselli del mosaico da considerare sono,
inoltre, la notevole riduzione della durata media
dei ricoveri ospedalieri, il conseguente aumento
delle ammissioni inappropriate di pazienti anziani
in strutture residenziali e la storica carenza di personale
infermieristico rispetto a quello medico (5,4
contro il 4,2 per 1000 abitanti), che riflette la
mancata redistribuzione di risorse dal settore delle
acuzie a quello delle cure continuative. L'orientamento
prevalentemente monetario del sistema di
welfare italiano (in cui predominano le "provvidenze
economiche" piuttosto che l'erogazione di
servizi) si riflette nel fatto che le persone completamente
non autosufficienti hanno diritto a ricevere,
indipendentemente dal reddito, un'"indennità
di accompagnamento" che ammonta a 480 euro
al mese (783 euro in caso di cecità totale). A questa
misura, percepita da circa un decimo di tutti gli
italiani over 65, si aggiunge spesso un "assegno di
cura", introdotto da molte autorità locali, che in
genere si attesta sui 300-500 euro mensili, per una
somma complessiva di 800-1000 euro circa al
mese. Tale cifra ha finito con il diventare anche
l'importo della remunerazione corrisposta al personale
immigrato assunto privatamente dalle famiglie
italiane per assicurare l'assistenza continuativa
ai propri membri non autosufficienti. L'evoluzione storica del fenomeno è stata molto rapida:
mentre nel 1991 solo il 16% delle 181.000 assistenti
familiari registrate era straniero, nel 2007 lo
era oltre il 90% delle circa 700.000 lavoratrici a
domicilio. Dati più recenti stimano un 72% di
persone di origine straniera tra i quasi 1.485.000
lavoratori subordinati (colf e badanti) oggi operanti
nel settore. Un elevato numero di questi assistenti
familiari stranieri, soprattutto donne, coabita con
le persone anziane assistite e proviene soprattutto
dall'Europa dell'Est, pur rimanendo forti i flussi
anche da Sud America e Paesi asiatici come Filippine
e Sri Lanka. Se si considerano solo le famiglie
direttamente coinvolte nell'assistenza informale a
un parente anziano non autosufficiente, ben il
13% di queste risulta ricorrere all'aiuto di un assistente
familiare a pagamento. Le famiglie che
hanno più probabilità di scegliere questa soluzione
sono quelle coinvolte in pesanti compiti di assistenza,
quali la gestione di un familiare demente
(oltre una famiglia italiana su quattro) o gravemente
disabile (oltre un terzo delle famiglie). A
questo proposito l'assunzione della badante, specialmente
se convive con l'assistito, sembra indurre
una sorta di "effetto di sostituzione" nei confronti
dei servizi di assistenza formali (ADI e SAD),
tranne nei casi rappresentati dagli anziani in condizioni
fisiche e psichiche gravemente compromesse
che necessitano di "supervisione continua"
(a volte anche 24 ore su 24), per i quali i familiari
preferiscono affiancare a una badante convivente
un supporto professionale più specializzato. Questo
è un chiaro indicatore del fatto che il lavoro privato
di assistenza da parte degli immigrati è divenuto
in Italia una soluzione sistematica per affrontare
esigenze assistenziali di lungo periodo, tanto più
se i tradizionali servizi di assistenza domiciliari e
residenziali non sono in grado di soddisfarle in
misura adeguata. L'impiego privato delle assistenti
familiari straniere da parte delle famiglie degli an ziani non autosufficienti in Italia rappresenta certamente
una fonte di importanti opportunità; permette,
infatti, di sollevarle dalle attività di assistenza
più onerose, soprattutto nel caso di una soluzione
di convivenza, e offre la possibilità di ritardare, se
non del tutto evitare, l'istituzionalizzazione dell'anziano;
consente, inoltre, una maggiore personalizzazione
dell'assistenza, con un'evidente convenienza
economica immediata per tutte le parti
coinvolte. D'altro canto, però, altrettanto numerose
sono le incognite e le sfide che esso apre per
le nostre politiche sociali e sanitarie, rispetto alla
qualità dell'assistenza erogata, al controllo del mercato
del lavoro, alle situazioni di sfruttamento e
abuso che avvengono da entrambe le parti – anziani
e assistenti – e ai rischi di perdita del capitale
umano nei Paesi di origine di queste ultime.
L'appello per una migliore qualità delle cure fornite
dalle assistenti familiari straniere – una richie -
sta proveniente in larga misura anche dalle stesse
– è reso ancora più urgente dalle incertezze relative
alla sostenibilità a lungo termine del sistema attuale,
che dovrà ricorrere a nuove coorti di badanti
in sostituzione delle attuali, una volta che queste
saranno tornate a casa o passate a posti di lavoro
meglio retribuiti. Le campagne di regolarizzazione
cominciano infatti a far registrare un'evidente flessione
del numero di domande presentate. Al di là
di questo, un passo fondamentale per migliorare
gli standard di qualità dell'assistenza prestata da
queste figure va certamente ricercato in una loro
più sistematica integrazione nel sistema "formale"
dei servizi, ridefinendo il ruolo del personale assistenziale
in questi operante e persino ripensando
ai meccanismi di erogazione delle prestazioni monetarie,
vincolando l'impiego all'assunzione di
personale qualificato e in regola. È necessario, in
ultima analisi, sviluppare politiche di cooperazione
tra l'Italia e i Paesi di origine dei migranti, al fine
di migliorarne le condizioni di vita nel tentativo di ridurre l'impatto derivante dalla perdita di capitale
umano ("brain and care drain").
In ogni caso, non esistono dati certi sulla previsione
di spesa per il fabbisogno assistenziale degli
anziani nel prossimo futuro. Rebba (2009) distingue,
in particolare, tre categorie di costi sociali
legati alla disabilità:
- costi monetari diretti per l'acquisto di beni e servizi sociosanitari, per l'assistenza presso strutture residenziali e semiresidenziali, per l'assistenza domiciliare formale e informale;
- costi monetari indiretti (perdite di produttività della persona divenuta non autosufficiente e dei familiari/caregiver che modificano le proprie abitudini di vita e di lavoro);
- costi non monetari o intangibili (si esprimono in termini di sofferenza fisica e psicologica – burn-out – della persona disabile e dei suoi caregiver formali e informali).
Secondo tale autore i costi dei servizi richiesti tenderanno
a crescere in futuro con una dinamica
accentuata.
La carenza di informazioni statistiche adeguate
sulla disabilità è legata anche alla multidimensionalità
del concetto, che rende difficile una sua
precisa identificazione e quindi una sua traduzione
in idonei strumenti di misurazione, soprattutto
quando si vuole stimare la spesa sanitaria e assistenziale
legata alla disabilità.
Non vi possono essere dubbi che, tenendo conto
degli attuali trend di invecchiamento della popolazione
e della prevalenza e incidenza delle principali
patologie, il fabbisogno assistenziale per le
persone anziane subirà un netto incremento. Questo
dovrebbe sin d'ora far prospettare una serie di
iniziative capaci di migliorare l'attuale efficienza
dei servizi per le persone anziane, in modo da favorire
un'ottimizzazione delle risorse, che non è
affatto sicuro possano essere di molto incrementate
rispetto alle attuali possibilità.
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2. Invecchiamento "attivo" e prevenzione
2.1. Introduzione
Nel corso dell'ultimo secolo il miglioramento delle
condizioni di vita nelle società occidentali e i progressi
della scienza medica, in termini di prevenzione
e trattamento delle malattie, hanno determinato
un notevole aumento dell'aspettativa di
vita (vedi Capitolo 1). Tale rapido invecchiamento
della popolazione ha consentito a una parte degli
individui di raggiungere un'età avanzata in buone
condizioni di salute, ma ha determinato anche
una crescita del numero di anziani affetti da malattie
croniche e disabilità; pertanto, si distingue
la semplice aspettativa di vita dall'aspettativa di
vita attiva, caratterizzata dall'assenza di disabilità
(vedi Capitolo 1, Figura 1.11).
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce
come invecchiamento "attivo" quello caratteristico
del gruppo di anziani che, pur essendo soggetti
al decadimento funzionale ineluttabile e proprio
della senescenza, conservano, fino alla fine dei loro
giorni, una capacità funzionale che consente loro
una vita autonoma e priva di disabilità.
I "pilastri" dell'active ageing sono essenzialmente
tre: la garanzia di adeguati servizi sociali e sanitari,
la partecipazione alla vita comunitaria e la sicurezza
dell'affermazione dei propri diritti e necessità.
All'aggettivo "normale" o "attivo" alcuni autori preferiscono il termine "di successo". Quest'ultima
definizione dell'invecchiamento appare, però, alquanto
equivoca, perché non trova consenso in
letteratura: in 28 studi che trattavano questo argomento
sono state trovate 29 definizioni diverse.
Inoltre, sono stati considerati differenti obiettivi
per poter affermare che si sia raggiunta una vecchiaia
di successo. Sono impressivi al riguardo i
risultati di una ricerca condotta in un gruppo di
ultraottantacinquenni sul reale significato da dare
al termine "vecchiaia di successo": i risultati, ottenuti
utilizzando una valutazione oggettiva dei
diversi domini – funzione fisica, funzione sociale,
funzione psico-cognitiva –, furono molto diversi
da quelli basati sulle opinioni soggettive espresse
dagli stessi soggetti indagati. Secondo l'indagine
oggettiva, infatti, solo il 13% degli anziani poteva
essere incluso nel gruppo "vecchiaia di successo",
in contrapposizione al 48% del campione che si
dichiarò soddisfatto della propria condizione psicosociale.
Non sembrerebbe quindi necessario che
il soggetto mantenga uno stato di salute fisica e
mentale ottimale per percepire una condizione di
buon invecchiamento, mentre la capacità di adattamento
e la possibilità di rimanere coinvolti in
attività sociali sono considerate come essenziali.
Un'altra definizione per l'invecchiamento privo
di disabilità e patologie importanti è quella dell'invecchiamento "normale", proposta per distinguerlo
da quello "patologico", perché associato a
una fragilità manifesta, alla presenza di più malattie
cronico-degenerative o comorbosità e alla
disabilità. La precoce e rapida perdita di capacità
funzionale che caratterizza l'invecchiamento patologico
si identifica con la curva inferiore dello
schema dell'OMS illustrato nella Figura 2.1.
La distinzione tra invecchiamento normale e invecchiamento
patologico deriva, d'altra parte, dal
principio fondamentale secondo il quale l'invecchiamento
di per sé non è comunque una malattia
e come tale non è prevenibile, né in alcun modo
curabile.
Tale principio, che è uno dei fondamenti del corpo
dottrinale della Gerontologia e Geriatria, trova anche
conferma nella mancanza di una qualsiasi base
scientifica che sia in grado di giustificare l'esistenza
di un'effettiva medicina antinvecchiamento. In effetti,
tutti i rimedi sinora tentati per restituire la
giovinezza o combattere i danni prodotti dal tempo
si sono dimostrati assolutamente inefficaci o addirittura
talvolta dannosi, malgrado sia in continua
espansione una loro illecita reclamizzazione da parte
di una fantomatica AntiagingMedicine, che si è avvalsa
soprattutto di Internet per la diffusione. In
alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, la prescrizione di
alcune terapie anti-invecchiamento viene considerata
illegale e, come tale, perseguibile penalmente.
Anche se l'invecchiamento non è prevenibile, è
stata scientificamente dimostrata la possibilità di
ritardarne gli effetti negativi. L'obiettivo della Gerontologia
e Geriatria si identifica, quindi, nel
mantenere il maggior numero possibile di anziani
entro la curva di decadimento funzionale superiore,
descritta nella Figura 2.1. Tutta la letteratura
scientifica sull'argomento è concorde sul fatto che
un tale rallentamento del decadimento funzionale si associa anche a una riduzione del rischio per le
principali patologie cronico-degenerative, come
le patologie cardiovascolari, la broncopneumopatia,
il diabete e i tumori.
Sotto questo punto di vista, le strategie dimostratesi
utili per ritardare i fenomeni dell'invecchiamento
sono anche gli interventi di prevenzione primaria
nei riguardi delle principali malattie cronico-degenerative.
D'altra parte, i trattamenti utilizzati per
la cura di tali malattie riducono il rischio di disabilità
a esse collegato e, quindi, rallentano il decadimento
funzionale legato all'età. In realtà, la medicina
e la biologia "ufficiali" hanno sinora in gran
parte trascurato l'importanza di affrontare in modo
unitario il rapporto tra invecchiamento e malattie.
Nel trattare i fattori di rischio delle principali malattie
cronico-degenerative, la medicina tradizionale
distingue tra fattori di rischio modificabili e immodificabili
e tra questi ultimi elenca per prima l'età;
pertanto succederà, che a un ottantenne, privo di
qualsiasi anamnesi e obiettività positiva per patologie
vascolari aterosclerotiche, ma con un modesto aumento
della colesterolemia, sia prescritta una statina piuttosto che consigliare un certo grado di attività
fisica, anche in presenza di uno stile di vita sedentario.
Nell'editoriale di apertura del numero di gennaio
2010 di Archives of Internal Medicine, quasi interamente
dedicato all'efficacia dell'attività fisica nell'anziano,
si afferma "…una crescente massa di evidenza
si è accumulata per dare fondamento all'ipotesi
secondo la quale l'attività fisica è la più efficace
prescrizione che il medico può fare per la promozione
di una vecchiaia di successo. Oggi si sa che
virtualmente tutte la malattie e condizioni che portano
alla disabilità fisica negli anziani più vecchi ha
come parte delle loro eziologie una componente riconducibile
allo stile di vita (cioè l'inattività fisica)
in aggiunta agli effetti dell'invecchiamento biologico
e all'esposizione ambientale".
2.2. I fattori determinanti un invecchiamento attivo
Nel prendere in considerazione i fattori condizionanti
un invecchiamento attivo si seguirà lo
schema dell'OMS.
Diverse ipotesi sono state formulate per spiegare
le differenze esistenti tra i due sessi in termini di
aspettativa di vita, a partire dall'analisi della componente
cellulare, che nella donna presenterebbe
una maggiore resistenza ai radicali liberi e ai fenomeni
di apoptosi. Anche dal punto di vista epidemiologico
emerge una differenza, per esempio
una diversa sensibilità ai farmaci e una maggiore
suscettibilità all'osteoporosi e alla disabilità. Sulla
base delle conoscenze attuali, tuttavia, non esistono
elementi per individuare in modo preciso
strategie differenziate tra i due sessi per la promozione
di un invecchiamento attivo. Anche perché
si va profilando una progressiva diminuzione nella
differenza dell'aspettativa di vita tra i due sessi, in
quanto nell'ultimo periodo la forbice sta progressivamente
diminuendo. In Italia, per esempio, la
differenza nell'aspettativa di vita tra i due sessi
era nel 1974 di 6,24 anni, mentre nel 2007 è di
5,3 anni. Il dato è verosimilmente da attribuirsi a
una maggiore presa di coscienza dell'importanza
di adottare più corretti stili di vita da parte dell'uomo
e, forse meno, della donna. Vedasi, per
esempio, la diminuzione notevole dei fumatori e
non delle fumatrici, che sarebbe alla base del netto
aumento nella donna del cancro polmonare, in
diminuzione invece nell'uomo.
2.3. Determinanti sociali e salute dell'anziano
Un costante coinvolgimento sociale consente una
buona integrazione, permette di ricevere supporto
dagli altri e di esercitare un'influenza attiva ed è
associato al mantenimento di un buono stato di
salute sia percepito sia obiettivo. La partecipazione
ad attività sociali e la frequentazione di amici e
familiari sono attività che definiscono e rafforzano
i ruoli, creando un senso di appartenenza e di
identità. La misura del livello di integrazione sociale è un potente fattore predittivo di mortalità
probabilmente perché i legami danno senso alla
vita di un individuo, consentendo e obbligandolo
a essere pienamente coinvolto nella comunità e,
quindi, di sentirsi legato a essa. Esistono differenti
meccanismi attraverso i quali le relazioni sociali
possono influenzare lo stato di salute. I rapporti
sociali possono favorire comportamenti salutari,
per esempio moderazione del consumo di alcool,
screening, aumento dell'attività fisica. Inoltre, l'appartenenza
a una rete sociale è essenziale per favorire
una piena fiducia nelle proprie possibilità.
Lo scompenso sociale, al contrario, porta a un
rallentamento delle relazioni che a qualsiasi età
rivestono un'importanza primaria nel condizionare
la salute delle persone. Cause di scompenso sociale
sono: perdita del coniuge, cambiamento del tipo
di ambiente familiare (vivere con il coniuge o con
un'altra persona o da soli), comparsa di malattie
importanti, perdita di indipendenza fisica o economica.
Il modo di reagire a uno scompenso sociale
è individuale e mostra differenze nei due
sessi. Nell'uomo è più frequente il suicidio (soprattutto
dopo gli 80 anni). Nel sesso femminile
si identificano due modi diversi di reagire alla vedovanza:
in quella precoce si assiste a un aumento
della morbilità e della mortalità, mentre a lungo
termine la donna sola, purché non disabile, confrontata
con quella convivente con il coniuge, ha
maggiori probabilità di una salute più soddisfacente.
Uno studio inglese su lavoratori dell'industria dimostra
che il pensionamento precoce non è affatto
un vantaggio: la mortalità dei pensionati a 55
anni era superiore a quella dei casi andati in pensione
a 65 anni.
Le strategie di promozione della salute devono
tenere presente che i rapporti tra situazione sociale
ed economica sono molto stretti e tra loro interdipendenti.
2.4. Determinanti economici
Nella popolazione generale un basso reddito si associa a una riduzione dell'aspettativa di vita e a un aumento della morbilità. Nei Paesi sviluppati, anche se la mortalità generale diminuisce, quella dovuta a diseguaglianze nel reddito aumenta. Un basso reddito è un fattore negativo per la salute dell'anziano. Si associa, infatti, a un aumento della mortalità e della disabilità. La relazione tra salute di una popolazione e benessere socioeconomico ricorda il paradigma di Virchow, secondo il quale qualsiasi causa che modifica la condizione socioeconomica influisce sullo stato di salute di una popolazione o di classi di questa. Gli anziani, per la loro fragilità, sono particolarmente soggetti a risentire delle modificazioni del reddito. A questo riguardo l'ONU propone le seguenti raccomandazioni ai governi e agli altri organi istituzionali:
- includere gli anziani in iniziative volte a ridurre la povertà in modo da salvaguardarne i diritti;
- reinserire gli anziani nel mondo del lavoro in base alle loro preferenze e capacità;
- incentivare riforme del sistema pensionistico in grado di consentire opzioni più flessibili della messa a riposo e anche capaci di incoraggiare la produttività degli anziani al di là del pensionamento. Il loro contributo nel mondo del lavoro può, infatti, continuare a essere prezioso.
2.5. Determinanti ambientali
L'ambiente può influenzare le condizioni di salute
attraverso innumerevoli meccanismi non sempre
facilmente caratterizzabili. Per esempio, l'abitare
in città condiziona una maggiore incidenza di
fratture di femore osteoporotiche oppure di ipertensione
arteriosa. Tuttavia, l'abitare in una zona
rurale, specie montana, può rappresentare uno
svantaggio per gli anziani, cui viene a mancare
l'aiuto dei giovani a causa della crescente urbanizzazione.
I nuclei familiari di soli anziani (anche
uno solo) sono, però, più frequenti anche nei centri
storici delle città, dove l'isolamento degli anziani
è un fenomeno in continuo aumento, mentre
in alcune zone rurali, specie del Centro-Sud, il
fenomeno è meno appariscente e vengono mantenuti
con maggiore frequenza i legami familiari
e l'isolamento sociale dell'anziano è meno rilevante.
Le zone rurali sono di solito meno dotate
di vie di comunicazione e di servizi assistenziali.
Ciò può essere causa di maggiore isolamento per
gli anziani e anche di una loro assistenza non soddisfacente.
La maggior parte degli incidenti negli anziani si
verifica in ambiente domestico; inoltre, la mortalità
per incidenti automobilistici ha un andamento a
"U", con i due picchi nei soggetti giovani e in
quelli più anziani; essa, inoltre, è in costante diminuzione,
con eccezione delle persone più anziane.
Le cause più frequenti di tali incidenti sono state
individuate nei disturbi visivi, nelle patologie croniche,
come artrite e diabete, e nei disturbi cognitivi.
Molti anziani smettono di guidare, soprattutto
dopo i 75 anni. Diversi sono i motivi di tale abbandono:
l'età avanzata, la disabilità, il sesso femminile,
i disturbi visivi, i disturbi cognitivi e la depressione,
una decisione per procura. L'abbandono
della guida comporta problemi di trasferimento
con i mezzi pubblici di un numero sempre maggiore
di anziani, spesso non autosufficienti.
2.6. Fattori individuali
2.6.1. Fattori biologici e genetica
La biogerontologia sta permettendo di capire quali sono i meccanismi alla base delle modificazioni legate all'invecchiamento. Non è ancora possibile sapere quanto le attuali conoscenze siano trasferibili alla pratica clinica quotidiana, tanto da essere utilizzate per la prevenzione ai fini di una vecchiaia attiva. I fattori genetici, ovviamente non modificabili, hanno un'indubbia importanza nel condizionare alterazioni età-correlate, anche se non se ne conosce la reale importanza in un confronto con le determinanti ambientali. Infatti, secondo alcuni studi il fenotipo anziano dipenderebbe per circa il 25% da fattori genetici, percentuale che risulta maggiore nei figli di genitori longevi, una volta superati i 70 anni.
2.6.2. Adattabilità
Prima dei 50 anni, diversi fattori [abuso di alcool,
fumo, stabilità del matrimonio, attività fisica, indice
di massa corporea (body mass index, BMI),
capacità di adattamento e livello di cultura] condizionano
la possibilità di arrivare a una "vecchiaia
attiva". Questi fattori "precoci" risultano scarsamente
sensibili a programmi di prevenzione applicati
in un'età più avanzata.
Tra i fattori "tardivi", la depressione sembra essere
il più importante nell'influenzare una vecchiaia
attiva. Mantengono, però, tutta la loro importanza
– per esempio per quel che riguarda la mobilità –
tutti gli altri fattori dipendenti dagli stili di vita e
dalle condizioni sociali.
Il pensiero prevalente degli anziani nei riguardi
della qualità della vita è che essa si identifichi
prima di tutto, anche indipendentemente dal proprio
stato di salute e di autonomia, nella conservazione
di relazioni sociali.
2.7. Stili di vita
2.7.1. Attività fisica
La performance fisica si riduce progressivamente
con l'età: il calo è drammatico dopo i 75 anni anche
in chi pratica un'attività fisica intensa. Per
esempio, i risultati ottenuti dagli atleti master alle
Olimpiadi senior del 2001 dimostrano che dai
50 ai 75 anni le performance appaiono abbastanza
stabilizzate, con una diminuzione modesta
(–1,86% negli atleti maschi e –1,94% nelle atlete
femmine); una diminuzione molto maggiore è
stata riscontrata, invece, dai 75 agli 85 anni, dove
le prestazioni hanno un calo del 7,86% negli atleti
maschi e del 7,36% nelle atlete femmine.
Le ragioni della diminuzione età-dipendente dell'efficienza
fisica vanno individuate prima di tutto
nella progressiva perdita di massa – sarcopenia –
e di forza muscolare. La sarcopenia è legata alla
sedentarietà, che è sempre più frequente con l'aumentare
dell'età e ha un impatto estremamente
negativo sul metabolismo e sulla forza del muscolo
dell'anziano: per esempio, sono sufficienti 10
giorni di assoluto riposo a letto per determinare
un bilancio azotato progressivamente negativo,
una diminuzione della massa magra di 1,5 kg,
della sintesi proteica del muscolo dello 0,027%
per ora e della forza muscolare di oltre il 15%.
Inoltre, il metabolismo ossidativo del muscolo si
riduce con l'età e l'invecchiamento diminuisce la
capacità di ipertrofizzarsi da parte dei muscoli
dopo allenamento fisico. La causa sarebbe stata
individuata nelle stesse cellule muscolari, che, per
un'alterazione autocrina e paracrina, sarebbero incapaci
di esprimere, a differenza di quelle giovani,
il fattore MGF (Mechano Growth Factor), indispensabile
per lo sviluppo dell'ipertrofia muscolare.
L'ipertrofia del muscolo invecchiato dopo
training non può, perciò, che essere parziale.
I dati derivanti dallo studio delle alterazioni "fisiologiche"
della funzione fisica prodotte dall'invecchiamento
non autorizzano in modo assoluto
ad affrontare con atteggiamento fatalistico e non
positivo il problema dell'attività fisica nell'età
avanzata per una serie di ragioni.
Vi è prima di tutto una ragione biologica a spiegare
il beneficio prodotto dall'esercizio fisico, che determina,
tramite un fenomeno di precondizionamento
o adattamento o ormesi, un'aumentata resistenza
allo stress ossidativo. Il fenomeno è, a
prima vista, paradossale, in quanto l'attività fisica
aumenta la produzione di energia e, quindi, le ossidazioni
cellulari, cui ovviamente è associata un'aumentata
produzione di radicali liberi. Invece, lo
sforzo moderato determina un aumento dei radicali
liberi, cui consegue una risposta cellulare che, come
risultato finale, porta a un'aumentata espressione
degli enzimi antiossidanti; lo sforzo eccessivo produce,
invece, uno stress ossidativo e, di conseguenza,
un danno della cellula muscolare.
Vi è ormai un'abbondante messe di dati che dimostrano
l'efficacia dell'attività fisica nel ridurre
la disabilità, la mortalità e gli eventi cardiovascolari
in soggetti generalmente di età fra i 50 e i 70 anni.
Tuttavia, la conservazione di un'attività fisica anche
modesta allunga la sopravvivenza anche in anziani
con fragilità manifesta. Il training fisico
è efficace anche negli ultraottantacinquenni.
È stato prototipale, a questo proposito, il trial clinico
pubblicato sul New England Journal of Medicine
nel 1994: in anziani con un'età media di 87,1
± 0,6 anni (range 72-98) un training fisico intenso
determinava un aumento del volume e della forza
muscolare, della velocità del cammino e della capacità
di alzarsi da una sedia. È pertanto evidente
come la lotta alla sedentarietà sia una priorità delle
politiche di salute pubbliche. Gli interventi per
promuovere l'attività fisica passano sicuramente
per un intervento diretto del medico, che deve instaurare
un rapporto empatico con l'anziano e conoscere
i principi della prescrizione dell'attività fisica.
È inoltre importante fornire opportunità agli
anziani attraverso l'organizzazione di corsi pubblici
di attività motoria, la disponibilità di un mezzo di
trasporto e anche la cura dell'ambiente urbano,
nel quale è opportuna la presenza di aree verdi e
di percorsi pedonali senza soluzioni di continuità.
I risultati di un'indagine svolta in Spagna mostrano
che al 70% dei soggetti intervistati il proprio medico
curante non aveva mai segnalato l'importanza
che riveste l'attività fisica nel mantenimento di
una buona salute anche nell'età avanzata.
Le più recenti linee guida dell'American College of
Sports Medicine suggeriscono che l'anziano dovrebbe
svolgere un'attività fisica non solo di tipo aerobico,
per esempio camminare, ma anche migliorare la sua
forza muscolare (attività contro resistenza), l'equilibrio
e la flessibilità.
È riconosciuto che livelli superiori di attività fisica
forniscono benefici maggiori.
Nel caso dell'anziano sano, autonomo, motivato
e che già si dedica ad attività fisica, occorre incoraggiare
a continuare o anche consigliare programmi
di attività fisica più intensa, compatibilmente
con le aspirazioni del soggetto e le sue condizioni
cardiovascolari e osteoarticolari. Per un
anziano sano, ma sedentario, si dovranno consigliare
programmi di attività fisica in linea con le
evidenze scientifiche (es. consigliare di camminare
almeno per una distanza di 2 km regolarmente
tutti i giorni). Comunque, per anziani che praticano un'intensa attività fisica i comportamenti da
consigliare riguardano soprattutto un adeguato
regime dietetico, ricco di carboidrati e proteine,
eventualmente associato a integrazione di vitamine
e micronutrienti, e l'introduzione di un abbondante
supporto idrico, specie nei periodi estivi, al
fine di evitare il rischio di disidratazione negli anziani
praticanti esercizi strenui.
Nel caso di un anziano con una sedentarietà insorta
recentemente è utile approfondire le ragioni
di tale cambiamento nello stile di vita. Se è presente
depressione – spesso l'anziano dirà di aver
perso la voglia di uscire di casa perché si sente
"vecchio", inutile e solo –, diventa obbligatorio
curare la depressione nel modo più appropriato,
non dimenticando che la promozione dell'attività
fisica è essa stessa un trattamento della depressione.
Di grande importanza a questo riguardo è il supporto
dei familiari, dei vicini di casa o degli operatori
del volontariato.
Nel caso di un anziano fragile e/o anziano con patologie
specifiche, si tratta di un approccio diverso
da quello della semplice promozione dell'attività fisica
a scopo preventivo. In queste due situazioni,
protocolli di training anche intensivo devono essere
prescritti come vera e propria terapia. Si tratta quindi
di un compito specifico dell'area specialistica della
riabilitazione geriatrica. Per esempio, ci si può basare
su protocolli utilizzati in studi clinici controllati che
hanno permesso di ottenere buoni risultati nel recupero
funzionale anche in soggetti fragili. Risultati
incoraggianti sono stati ottenuti, per esempio, nello
scompenso cardiaco (Metcalfe, ExtraMatch, 2004),
nell'infarto del miocardio e nell'osteoartrosi.
2.7.2. Dieta
La dieta, oltre l'attività fisica, è importante nella
prevenzione della fragilità. Uno studio compiuto
su anziani di 11 Paesi europei dimostra, per esempio,
che la dieta di tipo mediterraneo assieme all'attività
fisica, a un moderato consumo di alcool
e all'astensione dal fumo è in grado di assicurare
un aumento significativo della durata di vita.
Nell'anziano sono particolarmente frequenti carenze
dietetiche multiple legate a un insufficiente
apporto di nutrienti quali proteine, folati, vitamina
C, calcio, acidi grassi polinsaturi, carotenoidi, vitamina
E, selenio, vitamina D, vitamina B12 e magnesio.
L'insufficiente apporto nutrizionale riconosce,
a sua volta, diverse cause. Nella Tabella 2.2
sono indicati i quantitativi minimi di micronutrienti
ritenuti necessari per un anziano, mentre,
per esempio, per l'introito ottimale si può fare riferimento
alle quantità benessere proposte recentemente
dal Ministero della Salute.
È prima di tutto l'invecchiamento stesso che condiziona
una riduzione dell'appetito per la frequente
edentulia, alterazioni della masticazione,
del gusto, dell'olfatto e una complessa disregolazione
ormonale. Per alcuni nutrienti l'effetto diretto
dell'invecchiamento è ancora più specifico,
come nel caso della riduzione dell'assorbimento
del calcio, dovuto al calo degli estrogeni e della
vitamina D. In alcuni casi sono le abitudini dietetiche
a condizionare particolari carenze nutrizionali:
per esempio, lo scarso uso nella dieta di
verdura o di pesce determina un insufficiente apporto
di folati, di principi antiossidanti e di acidi
grassi insaturi. Sulle "cattive" abitudini dietetiche
può incidere anche il reddito, che spesso nei pensionati
è al limite o sotto il livello di povertà.
Alcuni studi recenti hanno messo in evidenza
un'importante relazione tra le carenze dietetiche
e la fragilità. Un basso livello plasmatico di vitamina
D è associato, per esempio, a una riduzione
della funzione fisica e della forza muscolare; un
basso livello di antiossidanti naturali è fattore di
rischio per ridotta forza muscolare e declino cognitivo;
una riduzione dei livelli dei PUFA (polyunsaturated fatty acids) è correlata con il rischio
di depressione e con un'alterazione delle funzioni
cognitiva, nervosa periferica, renale.
Nell'anziano, il problema dell'obesità perde progressivamente
di importanza per più di una ragione.
Si è visto, infatti, che la prevalenza dell'obesità
diminuisce progressivamente con l'età
soprattutto nei maschi. Inoltre, l'obesità cessa di
essere un fattore di rischio per mortalità dopo i
70 anni. Il sovrappeso non è fattore di rischio in
tutte le età e tantomeno negli over 70, mentre da
questa età in poi costituisce un rischio significativo
il sottopeso, cioè un BMI inferiore a 18. Pertanto,
una riduzione dell'introito calorico con la dieta
negli anziani appare sconsigliabile nella maggioranza dei casi, in quanto aumenta il rischio di
malnutrizione e di carenze dietetiche multiple.
In presenza di sottopeso, che abbiamo visto essere
un marker significativo di fragilità, è indispensabile
un'attenta valutazione della presenza di una condizione
di malnutrizione, particolarmente frequente
negli anziani istituzionalizzati e ospedalizzati. Nei casi con malnutrizione dovrebbero essere
prescritte diete assolutamente individualizzate. In
questi casi, infatti, è stato visto che anche una dieta
rispondente a criteri generali corretti non riduce il
rischio di carenza nutrizionale nella maggior parte
degli anziani istituzionalizzati. Molto spesso, infatti,
hanno importanza per stimolare l'appetito fattori
ambientali, come la gradevolezza dell'ambiente
mensa o l'appetibilità degli alimenti, e fattori assistenziali,
come il rapporto empatico del personale e la sua attenzione a evitare che il paziente lasci la
maggior parte del cibo nel piatto.
Inoltre, si deve tenere conto del fatto che la fragilità
e le malattie aumentano nettamente il fabbisogno
energetico. Infatti, la perdita di peso avviene soprattutto
per riduzione del grasso e dei muscoli,
tessuti con un metabolismo energetico più basso,
mentre i tessuti che non perdono peso, come cervello,
fegato, miocardio e rene, hanno un fabbisogno
energetico più elevato. Nello studio InChianti è risultato
che un consiglio dietetico viene dato con
una frequenza inversamente proporzionale all'età,
per esempio in meno del 10% delle donne ultraottantenni
contro il 70% di quelle sotto i 65 anni.
Da ricordare, inoltre, il limite di tutte le piramidi:
raccomandare il consumo di vegetali è alquanto generico
poiché il contenuto vitaminico cala del 30-50% con la cottura, come dimostrato per beta-carotene,
acido ascorbico, tiamina, riboflavina e acido
folico. Bisognerebbe quindi prevedere un consumo
prevalente di vegetali freschi rispetto a quelli bolliti.
Recentemente, sul Journal of Nutrition è stato pubblicato
l'adattamento per gli anziani della piramide
alimentare diffusa dalla USDA (United States Depart -
ment of Agricolture). Occorre tenere conto del mutamento
delle esigenze alimentari dell'anziano, documentate
dallo sdoppiamento tra introito calorico diminuito
per il calo dell'attività fisica e del metabolismo
basale e fabbisogno in vitamine e micronutrienti, che
rimane invariato o addirittura aumentato. Infine, vi
è la necessità di dare delle misure "casalinghe" in termini
di quantità e tipi di cibo, in modo da farle recepire
facilmente anche dall'anziano.
Nella Figura 2.7 è stata proposta la versione italiana della "Mia piramide" per l'anziano del Journal
of Nutrition, conservandone invariata la struttura,
ma suggerendo alcuni cambiamenti riguardanti
sopratutto la preferenza della dieta mediterranea
e per i nutrienti naturali.
2.7.3. Fumo
Il fumo costituisce uno dei più importanti fattori
di rischio cardiovascolare, rispetto ad altre patologie
e disabilità nell'anziano. Il fumo di tabacco
comporta una riduzione della sopravvivenza nei
soggetti di mezza età (45-54 anni) e di età più
avanzata (65-74 anni). Il fumo di sigaretta rappresenta,
inoltre, un fattore di rischio per la degenerazione
maculare senile, la principale causa
di cecità nei Paesi sviluppati. Studi prospettici dimostrano
che il consumo di tabacco è associato a
un maggiore rischio di demenza, inclusa la malattia
di Alzheimer.
Anche l'esposizione al fumo passivo è un fattore
di rischio per il tumore del polmone.
Nella popolazione anziana la prevalenza dei fumatori
si riduce, ma rimane tuttavia importante continuare
a promuovere la cessazione di tale abitudine nociva.
Infatti, numerosi studi hanno dimostrato come anche
i soggetti anziani, quando smettono di fumare,
possono ottenere benefici, quali minore declino
della funzionalità respiratoria e riduzione del rischio
di malattie coronariche, di tumori e di ictus.
D'altra parte, ottenere la cessazione del fumo negli
anziani risulta più difficile che nelle persone più
giovani. I maggiori successi sono stati ottenuti
nei maschi con elevato livello di cultura.
Strategie specifiche per la cessazione del fumo
negli anziani non risultano tuttora validate. Per
esempio, nelle linee guida pubblicate dall'AHCPR
(US Agency for Health Care Policy and Research)
non si fa alcun accenno al problema della cessazione
del fumo negli anziani e delle terapie eventualmente
per loro proposte, come chewing-gum
alla nicotina o cerotto alla nicotina.
È indispensabile arrivare a protocolli specifici per i
soggetti anziani, previa una migliore conoscenza dei
loro modi di pensare sia dei maschi sia delle femmine
e delle eventuali ragioni che essi adducono sull'intenzione
di smettere o di continuare a fumare.
2.7.4. Abuso di bevande alcoliche
Un consumo di alcool maggiore rispetto a quello moderato può determinare effetti negativi per la salute, in termini di aumentato rischio di numerose malattie (ipertensione, cancro della mammella, del colon, dell'esofago, del fegato, del capo e del collo, cirrosi, sanguinamento gastrointestinale, pancreatiti, cardiomiopatia, attacchi epilettici, degenerazione cerebellare, neuropatia periferica, cadute, deterioramento cognitivo e demenza, insonnia, depressione) e di mortalità.
2.7.5. Vaccinazioni
Influenza e polmonite
L'influenza e la polmonite pneumococcica sono
causa di aumento dei ricoveri ospedalieri e della
mortalità e, pertanto, costituiscono un rilevante
carico assistenziale ed economico in tutti i Paesi
occidentali.
Queste due malattie costituiscono la quinta causa
di morte nelle persone anziane negli Stati Uniti
(40.000 morti l'anno per influenza nelle persone
a rischio, fra cui gli ospiti nelle nursing home;
60.000 nuovi casi l'anno di infezioni pneumococciche
invasive con una mortalità del 30-40%).
La vaccinazione antinfluenzale si è dimostrata efficace
sia negli anziani in buona salute sia negli anziani
fragili. In uno studio su ultrasessantacinquenni
di 3 HMO (Healthcare Management Organization)
per un totale di 122.974 e 158.454, rispettivamente
nel 1996-1997 (vaccinati 57,7%) e nel 1997-1998
(vaccinati 58,1%), la vaccinazione è risultata efficace
nel ridurre il rischio in tutte le categorie di soggetti.
L'efficacia è comunque maggiore nei casi ad alto
rischio: nel primo anno, 26-56 soggetti ad alto rischio
erano da vaccinare per evitare un ricovero
per polmonite o la morte contro 264 soggetti sani
(50-150 contro 290 nel secondo anno).
La vaccinazione pneumococcica è consigliabile
per tutti gli anziani, con eventuale rivaccinazione
dopo 5 anni dalla prima (protezione del 60-70%).
Una diminuzione del 30% della polmonite pneumococcica
negli anziani è stata osservata dopo
l'introduzione della vaccinazione nei bambini.
Herpes zoster
L'incidenza e la gravità dell'herpes zoster aumentano
progressivamente con l'età, soprattutto negli
anziani fragili. Il carico morbigeno della nevralgia
posterpetica è stato paragonato a quello dello
scompenso cardiaco o del diabete. Recentemente
è stato introdotto un vaccino che si è dimostrato
molto efficace in almeno il 50% dei casi.
Il riscontro di un'elevata percentuale di anziani
che ancora non vengono vaccinati ogni anno sembra
dipendere soprattutto dalla scarsa educazione
"immunologica" degli anziani stessi.
È importante promuovere un'educazione alla salute
degli anziani in questo settore e un obiettivo
della sanità pubblica è quindi quello di estendere
la copertura vaccinale a una percentuale sempre
maggiore di anziani.
2.8. Determinanti sociosanitari di promozione della salute
La promozione della salute è definita dall'OMS come quella serie di strategie aventi come obiettivo principale il controllo e il miglioramento della salute della popolazione. In tale prospettiva sono trattate di seguito le strategie di prevenzione delle principali patologie e sindromi geriatriche e di prevenzione terziaria. Si rimanda ai capitoli successivi la presentazione dell'impatto della qualità degli interventi erogati dalla rete integrata dei servizi di assistenza continuativa.
2.9. Criteri generali di prevenzione per le persone di età avanzata
La distinzione fondamentale tra anziano con salute
soddisfacente e anziano fragile è preliminarmente
indispensabile per un approccio corretto a questa
tematica.
La medicina basata sull'evidenza (Evidence-Based
Medicine, EBM) costituisce un punto fermo per
il medico nella scelta degli interventi da operare.
L'obiettivo dell'EBM è, infatti, rappresentato dalla
possibilità di garantire un fondamento scientifico
agli interventi medici. La parte fondante dell'EBM
è costituita dalle "linee guida" derivanti dai risultati
dei trials clinici e dalle metanalisi di questi risultati.
Le linee guida per molte problematiche riguardanti
il paziente geriatrico sono però mancanti o
inconclusive.
L'applicabilità dell'EBM alla medicina geriatrica
è infatti complicata dalla tipologia dei malati anziani.
In geriatria, l'estrema variabilità del processo
di invecchiamento rende impossibile stabilire, statisticamente
parlando, una norma unica in grado
di riflettere per intero la realtà anziana. Come diretta
conseguenza, solo alcuni anziani vengono
inclusi nei trials clinici. Si tratta di anziani affetti
da un'unica patologia, ma non da altre malattie
importanti e che, contemporaneamente, non presentano
significativi deficit cognitivi o funzionali.
Gran parte degli altri anziani viene esclusa sia per
la presenza di una comorbilità tale da rendere insicuro
il raggiungimento dell'obiettivo del trial di
valutazione dell'efficacia di un trattamento per una sola malattia, sia a causa di deficit funzionali
o cognitivi tali da costituire un ostacolo per il regolare
svolgimento del follow-up. Nella pratica
clinica di tutti i giorni, il medico curante avrà
così modo di confrontarsi con trattamenti efficaci
in base ai risultati di trials e metanalisi condotti,
però, in pazienti con caratteristiche per molti versi
dissimili da quelle del "suo" anziano per il quale
in quel momento si troverà a decidere.
Inoltre, sono totalmente mancanti in letteratura
trials e linee guida sulla comorbilità. Il problema è
stato dibattuto in modo autorevole nelle più importanti
riviste mediche. In un articolo su un numero
di JAMA si fa l'esempio di una donna di 79
anni affetta da ipertensione, diabete, osteoporosi,
osteoartrosi e broncopneumopatia cronica ostruttiva
(BPCO), cioè da un tipo di comorbilità molto
comune in un paziente geriatrico. Sulla base delle
singole linee guida per ognuna di queste cinque
malattie, oltre a una dieta particolare, le dovrebbero
essere prescritti 15 farmaci diversi in 26 distinte
assunzioni giornaliere. Mancando un'EBM della comorbilità dell'anziano, ne deriva che il medico
non può disporre di evidenze che lo aiutino a
capire in modo sicuro, fra l'altro, quali possano
essere i vantaggi e i rischi di simili politerapie.
In ultima analisi, appare evidente come diverse
problematiche di medicina preventiva debbano
essere affrontate nell'anziano fragile in modo diverso
da quanto applicato ai soggetti più giovani
in un modo sostanzialmente standardizzato.
Per esempio, uno studio recente pubblicato sul
Journal of the American Geriatrics Society ha messo
in evidenza un fenomeno apparentemente paradossale
di una relazione tra aumento delle lipoproteine
a bassa densità (low-density lipoprotein,
LDL) e la riduzione del rischio di mortalità, di
eventi cardiovascolari e di deterioramento fisico e
cognitivo in anziani, che, seguiti per oltre 4 anni,
erano in buona salute in condizioni basali. È stato
ipotizzato che l'apparente paradosso fosse dovuto
alla diminuzione delle LDL causata dall'aumento
delle citochine infiammatorie, caratteristico quest'ultimo
dell'invecchiamento patologico e coincidente
con la comparsa di patologie importanti.
Un altro esempio è rappresentato dalle problematiche
che si presentano nel trattamento di un
ultraottantenne iperteso. L'unico trial su una casistica
di ultraottantenni è l'HYVET (The Hypertension
in the Very Elderly Trial ), che ha dimostrato
l'efficacia della terapia antipertensiva per la prevenzione
primaria e secondaria (ictus fatale e non
fatale, scompenso cardiaco e mortalità generale)
solo, però, in casi con ipertensione sistolica ≥ 160
mmHg. Per anziani di pari età, ma con valori
pressori tra 140 e 160 mmHg, non esistono sinora
evidenze da alcun altro trial clinico. Le principali
linee guida sull'ipertensione arteriosa non forniscono,
tuttavia, indicazioni differenti di trattamento
in rapporto all'età dei soggetti, malgrado
sia ampiamente noto che l'età avanzata comporta
un aumentato rischio di ipotensione ortostatica.
In ultraottantenni ipertesi, il risultato della terapia
antipertensiva dipende dall'intensità del trattamento,
in quanto la sopravvivenza e l'indice di
qualità della vita sono migliori nei casi con valori
pressori uguali al massimo normale, cioè 139/85
mmHg, mentre al di sotto di questi valori sopravvivenza
e indice di qualità della vita peggiorano
significativamente. Si è osservato, infine, che
in un gruppo di anziani istituzionalizzati con età
media superiore a 83 anni il più forte predittore
di mortalità era il livello di ipotensione ortostatica
postprandiale: i valori della pressione sistolica e
di quella differenziale non aggiungevano informazioni
statistiche migliori di quelle fornite dall'ipotensione
ortostatica postprandiale.
Un ulteriore punto importante da menzionare è
la relazione fra tempo necessario per la comparsa
dei risultati positivi dell'intervento preventivo e
la valutazione del tempo presumibile di sopravvivenza
del paziente. La Figura 2.8 mostra la suddivisione
in quartili dell'aspettativa di vita nelle
persone con 70 o più anni.
Le notevoli variazioni presenti nell'ambito di una
stessa classe d'età sono espressione della diversa
condizione biologica esistente in soggetti con identica
età anagrafica, di cui, però, il medico deve tenere
conto quando deve valutare l'opportunità di
uno screening o l'inizio di una terapia preventiva
in una persona di età particolarmente avanzata.
Attuare strategie di prevenzione appare di particolare
rilevanza anche nei confronti delle sindromi
geriatriche, quali per esempio cadute, fratture e
osteoporosi. Per queste è importante un inquadramento
diagnostico e terapeutico dei problemi
medici e, inoltre, si devono identificare e correggere
i rischi ambientali e, ove possibile, modificare
le abitudini dei pazienti. Interventi singoli si sono
dimostrati in grado di prevenire il rischio di cadute,
ma un approccio multidimensionale, atto a
valutare e a intervenire sulla globalità delle problematiche che hanno portato l'anziano a cadere,
rappresenta certamente il miglior tipo di prevenzione.
Infatti, un approccio multidimensionale ai
problemi del paziente permette la riduzione del
30% a 1 anno del rischio di cadute: l'intervento
consiste nell'identificare e trattare i fattori – medici
e non – che predispongono alle cadute. Secondo
alcuni recenti studi epidemiologici, le strategie di
screening e trattamento dell'osteoporosi starebbero
già in questi anni modificando il trend d'incidenza
della frattura di femore, causandone una riduzione,
almeno nella popolazione femminile. Sebbene
sussista una certa incertezza circa il rapporto
costo-efficacia dell'applicazione indiscriminata di
screening e trattamento dell'osteoporosi, dati recenti
indicano che strategie integrate di sensibilizzazione
dei medici e della popolazione, di screening
sistematico e di trattamento dell'osteoporosi
sono in grado non solo di ridurre l'incidenza di fratture (anche nelle fasce di età più avanzata),
ma anche di diminuire sensibilmente la spesa sanitaria
in un orizzonte di tempo relativamente
breve (5 anni). Per la prevenzione secondaria delle
cadute occorre tenere conto che le donne che
hanno riportato una frattura di femore sono a
elevato rischio (2,3% annuo) di una seconda frattura
d'anca. I fattori di rischio per una seconda
frattura in queste donne sono gli stessi che condizionano
il rischio di una prima frattura. Ciononostante
è stato evidenziato che solo un'esigua
minoranza di anziani con frattura di femore viene
sottoposta a densitometria ossea, sia in ospedale
sia dopo l'intervento; il 75% dei pazienti non riceve
alcuna terapia per l'osteoporosi, anche a distanza
dall'intervento chirurgico; tra questi pazienti,
l'incidenza a 1 anno di nuove fratture di
femore è risultata pari al 12,5%.
Un ulteriore esempio riguarda la sindrome da immobilizzazione, che fra tutte le sindromi geriatriche
è quella più rappresentativa dello stadio ultimo
della fragilità senile e ha come meccanismi di base
diverse condizioni intrinseche o situazioni ambientali
che rientrano in tre grandi categorie: decadimento
funzionale età-correlato, causa prima della
fragilità; patologie a elevato rischio di disabilità
(ictus, scompenso cardiaco, fratture, artrosi ecc.);
ricovero ospedaliero conseguenza di tali patologie,
tenendo conto delle stesse svariate situazioni legate
all'ospedalizzazione. La sindrome da immobilizzazione
si configura, dunque, come risultato di una
serie complessa di circoli viziosi, quali per esempio
la triade fragilità-patologie-ospedalizzazione, l'allettamento
(come condizione di rischio favorita
dall'ospedalizzazione), l'interrelazione fra immobilità
e riassorbimento osseo (a sua volta condizionata
dalla concomitante carenza di vitamina D, nell'ambito
del quadro multicarenziale dell'anziano
fragile) e tra immobilità e solitudine nel letto, cioè
la confusione mentale (solitudine e immobilizzazione),
la sarcopenia (immobilità) e il declino funzionale,
la malnutrizione (solitudine + immobilità
= perdita di appetito), la comparsa di infezioni, lo
sviluppo di piaghe da decubito e l'ipotermia.
Non possono, pertanto, esservi dubbi sulla necessità
di ridurre al minimo il rischio di sindrome
di immobilizzazione nell'anziano fragile ospedalizzato
o istituzionalizzato o assistito a domicilio,
attraverso un'adeguata assistenza gestita da equipe
multiprofessionali.
2.10. La prevenzione terziaria in geriatria
La riabilitazione è un importante intervento per
ridurre la disabilità o per contrastarne la progressione
nell'anziano. La specificità dell'approccio riabilitativo
geriatrico deriva direttamente dalla complessità
clinica del paziente anziano da riabilitare,
caratterizzato da multimorbilità, instabilità clinica
e fragilità. La riabilitazione "classicamente intesa"
è diretta alla malattia che ha causato la disabilità o
alla disabilità stessa e alle limitazioni funzionali
che la sottendono, mentre la riabilitazione geriatrica
necessita di una visione più "ampia" dei bisogni
del paziente, guarda alle interazioni possibili
tra i molteplici problemi di salute e le condizioni
socio-abitative, ai rischi possibili, agli interventi
di prevenzione. Infatti, la disabilità negli anziani è
di regola dovuta a più malattie contemporaneamente
presenti in un paziente che mostra comunemente
problemi cognitivi, affettivi, nutrizionali
e di eventi avversi da farmaci, pertanto il recupero
funzionale è non solo più lento, ma anche spesso
incompleto. Un elemento di estrema rilevanza pratica
è la frequente instabilità clinica dei soggetti
anziani che necessitano di riabilitazione. La gestione
ottimale dell'instabilità clinica dovrebbe essere
considerata un obiettivo primario della riabilitazione
geriatrica, di importanza analoga allo specifico
intervento di recupero funzionale. Pertanto,
la riabilitazione geriatrica deve essere effettuata da
un team interdisciplinare coordinato dal geriatra
che utilizzi come metodo quello della valutazione
multidimensionale geriatrica (VMD) e che si preoccupi
di garantire una reale assistenza continuativa.
In questo modo la riabilitazione in anziani
opportunamente selezionati tramite la VMD produce
risultati almeno simili a quelli osservati in
pazienti comparabili di età inferiore.
Nell'anziano fragile deve essere enfatizzata la strategia
degli "small gains". In un soggetto disabile e
decondizionato, anche un intervento riabilitativo
a bassa intensità può fare la differenza tra dipendenza
e indipendenza o discriminare tra il rientro
al domicilio e l'istituzionalizzazione. Un aspetto
di crescente rilevanza nell'ambito della riabilitazione
geriatrica è l'intervento nei confronti dei
soggetti affetti da deterioramento cognitivo. A
differenza del recente passato, il deterioramento non è più una controindicazione a priori all'intervento
riabilitativo, anche se ovviamente esso
andrà modulato in funzione della gravità della
compromissione cognitiva. Nel paziente con deterioramento
cognitivo lieve-moderato, l'approccio
riabilitativo neuromotorio non è dissimile da
quello che viene effettuato nel paziente cognitivamente
integro, con la differenza che può essere
associato a un trattamento di riabilitazione cognitiva.
Per quanto concerne il trattamento riabilitativo
nel soggetto con demenza grave, non esistono
a oggi studi randomizzati e controllati che
abbiano confrontato trattamenti riabilitativi specifici.
Il paziente con demenza severa ha una ridotta
capacità di mantenere l'attenzione sul compito
ed è pertanto facilmente distraibile. Dovrà
quindi essere ricercata la sua collaborazione attraverso
approcci comunicativi specifici, ambienti
idonei, coinvolgimento diretto del caregiver.
I problemi clinici più comuni che necessitano di
riabilitazione nell'anziano comprendono la frattura
di femore, l'ictus, la sindrome da immobilizzazione
conseguente spesso a un insieme di patologie
(cadute, scompenso cardiaco, BPCO).
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3. L'approccio all'anziano fragile
3.1. La sindrome di fragilità dell'anziano
Fra i soggetti con età superiore ai 65 anni, il 30%
non è affetto da alcuna patologia importante (robusti),
il 20% riferisce una patologia cronica senza
particolari effetti sulla funzione fisica e cognitiva
e il 50% presenta morbilità croniche multiple,
con conseguenti problemi di mobilità o difficoltà
nello svolgimento delle attività della vita quotidiana
in almeno il 40% dei casi. Dei soggetti con
più di 70 anni, il 10% ha uno stato di salute instabile,
è affetto da morbilità complesse e va incontro
a un rapido deterioramento delle capacità
fisiche e cognitive. Nella letteratura geriatrica ci
si riferisce a questi soggetti come "fragili".
Numerosi sono i tentativi di identificare gli anziani
a rischio di disabilità e le sperimentazioni di interventi
multidisciplinari diretti a prevenire – o almeno ritardare
("compressione della disabilità") – il decadimento
fisico e cognitivo che spesso si associa all'invecchiamento
accelerato, spostando verso il termine
della vita la comparsa di limitazioni nelle attività
quotidiane (vedi Capitolo 2, Figura 2.1). Per definire
questa popolazione "a rischio" vengono chiamate in
causa la fragilità e la multimorbilità, considerate tra
le "sindromi geriatriche" un raggruppamento di varie
entità ancora oggi scarsamente definito.
Disabilità e fragilità, pur essendo due condizioni distinte, hanno in comune molte caratteristiche:
la loro prevalenza aumenta all'aumentare dell'età,
hanno una natura multifattoriale e condividono
alcuni fattori di rischio, oltre ad alcuni meccanismi
fisio-pato-genetici.
Nonostante una generale concordanza sulle principali
caratteristiche della fragilità nell'anziano, la
patogenesi di questa sindrome rimane ancora da
definire con soddisfacente precisione: alcuni ricercatori
ritengono la fragilità un'accelerazione dei
processi che producono l'invecchiamento, mentre
altri hanno ipotizzato una fisiopatologia peculiare,
distinta e indipendente da quella delle malattie
croniche che sottendono alla multimorbilità.
La ricerca biomedica ha migliorato la conoscenza
dei meccanismi fisiopatologici di molte malattie
e ha evidenziato le differenti necessità terapeutiche
dei soggetti più anziani rispetto a quelli giovani.
Inoltre, dati raccolti su popolazioni diverse dimostrano
come prevenzione e trattamenti efficaci
possano fare molto per evitare o ritardare l'inizio
delle malattie croniche e rallentarne l'evoluzione
clinica. Tuttavia, è sempre più evidente che l'approccio
medico tradizionale al paziente anziano
ha limitata efficacia nel rallentare il processo che
conduce alla perdita di funzione e allo sviluppo
di disabilità. Negli anziani, e soprattutto nei molto
anziani, esiste cioè una sostanziale discrepanza tra malattia e decadimento funzionale, tanto che la
cura focalizzata sulle singole malattie può avere
effetti modesti sulla salute globale. Sebbene questo
fenomeno sia stato descritto da alcuni decenni, la
sua origine e le sue conseguenze sulle modalità di
curare gli anziani sono ancora oggi il centro focale
della ricerca sia gerontologica che geriatrica.
Un aspetto qualificante di questa ricerca è stato
quello di dimostrare che la condizione di fragilità,
comunque definita, è di gran lunga il fattore di rischio
più importante per il decadimento funzionale
sia fisico che cognitivo, indipendentemente dalla
diagnosi di malattia. Quindi, l'obiettivo degli interventi
di prevenzione della disabilità nella popolazione
anziana dovrebbe essere mirato a identificare i soggetti
a "rischio", cioè i fragili, al fine di mettere in
atto misure che possano prevenire l'evoluzione della
fragilità in disabilità. Almeno teoricamente sarebbe
importante anche prevenire lo sviluppo della fragilità.
Tuttavia, poiché i meccanismi che conducono alla
fragilità età-correlata sono a tutt'oggi non del tutto
noti, questo approccio non è per ora perseguibile.
La prevenzione primaria delle malattie cardiache
e dell'ictus ha determinato una riduzione della
mortalità cardiovascolare del 25%. A questi risultati
si devono aggiungere quelli derivati dalla prevenzione
secondaria. Se si conseguissero effetti comparabili
sulla prevenzione e sul trattamento della
fragilità, gli effetti sulla salute degli anziani e sulla
riduzione della spesa sanitaria sarebbero smisurati.
Per questo motivo, alcuni economisti hanno sostenuto
che la ricerca sull'invecchiamento e sulla
fragilità rappresenta il settore più importante della
ricerca biomedica e dovrebbe essere potenziata.
3.1.1. Definizione di fragilità
Per comprendere il significato di anziano fragile è
necessario fare riferimento a un quadro che, oltre
alla presenza di vera e propria malattia, consideri le modificazioni prodotte dall'invecchiamento a livello
dei vari sistemi, poiché a queste sono strettamente
correlati i profili di fragilità. Inoltre, è proprio
dalle teorie dell'invecchiamento che si è spesso partiti
per dare una definizione fenomenologica di fragilità.
Numerosi gruppi di ricercatori di base e clinici
sono impegnati in questo ambito di studio e
le definizioni elaborate per questa condizione sono
molteplici: tutte condividono, comunque, il denominatore
di ridotta riserva funzionale, con progressiva
inefficienza dei meccanismi deputati a ripristinare
l'omeostasi biologica. Da qui il termine
fragilità, che indica una marcata vulnerabilità a seguito
di condizioni stressanti, come traumi anche
modesti e condizioni acute di malattie.
Nel corso dell'invecchiamento, la funzione di vari
sistemi e apparati tende a diminuire, con complesse
interazioni organo-specifiche. Alcune funzioni
che richiedono elevati livelli di integrazione
vanno incontro a modificazioni attraverso meccanismi
assai più complessi e non completamente
compresi. L'esempio più evidente è la generale riduzione
della velocità del cammino, un fenomeno
cui contribuiscono alterazioni del sistema nervoso
centrale e periferico, insieme alla riduzione dell'efficienza
cardio-respiratoria e della capacità aerobica
del muscolo scheletrico. Come detto in
precedenza, la fragilità si rende soprattutto evidente
in condizioni che richiedono un rapido
adattamento omeostatico, quali l'esercizio fisico
intenso, importanti variazioni della temperatura
ambientale o l'insorgenza di malattie acute.
Nella sua definizione più semplice, dunque, la
fragilità è intesa come maggiore vulnerabilità dell'individuo
agli stress e, quindi, rappresenta una
situazione complessa associata a numerose condizioni
che predispone a esiti negativi
e possiede connotati specifici che la diversificano
dalla disabilità e dalla comorbilità con le quali,
tuttavia, presenta alcune sovrapposizioni.
Tabella 3.1 Comuni indicatori di fragilità:
- Età avanzata
- Declino funzionale, disabilità fisica e necessità di aiuto nelle ADL/IADL
- Frequenti cadute e traumi (frattura di femore)
- Malattie croniche
- Polifarmacoterapia
- Stato sociale: dipendenza o necessità di caregivers
- Stato cognitivo: deterioramento o depressione
- Istituzionalizzazione o ospedalizzazione
- Malnutrizione
- Stato infiammatorio e disendocrino
3.1.2. Modelli interpretativi della fragilità
Nel corso degli ultimi 20 anni, vari ricercatori hanno disegnato modelli interpretativi della fragilità, con l'obiettivo di identificarne i determinanti nelle complesse interazioni tra ambiente e fisiopatologia e quindi di spiegare lo sviluppo di quella maggiore suscettibilità rispetto a eventi stressanti.
Fragilità come sindrome biologica
Il gruppo di ricerca coordinato da Linda Fried è
quello che ha proposto uno dei modelli interpretativi
della fragilità più convincenti per la pratica.
Utilizzando dati del Cardiovascular Health Study,
questi ricercatori hanno tracciato un "ciclo della
fragilità" che si trasformerebbe in una caduta a
spirale la quale, in assenza di interventi, porterebbe
a eventi catastrofici.
Da questo modello è scaturita una definizione
operativa di fragilità in cui hanno un ruolo centrale
sarcopenia e malnutrizione, che condurrebbero
a ridotta produzione di energia e quindi condizionerebbero
negativamente attività fondamentali
quali camminare o mantenere l'equilibrio. A
fronte di richieste di adattamento prolungate o eccessive rispetto alla capacità di risposta, diviene
possibile la comparsa di disabilità. Tale modello
mette in luce anche la relazione tra fragilità e disabilità:
quest'ultima sarebbe il risultato dell'aggravarsi
della perdita delle capacità di adattamento
e della debolezza muscolare.
Il modello riconosce che alla genesi della fragilità
contribuiscono le malattie – acute e croniche –
intese come eventi stressanti che si sommano alle
modificazioni legate all'invecchiamento. La cascata
di eventi conduce a un quadro sindromico che è
almeno in parte indipendente dagli eventi che lo
hanno determinato ed è caratterizzato da 5 condizioni
misurabili: debolezza muscolare, perdita involontaria
di peso, riduzione della velocità del cammino,
ridotto livello di attività fisica e maggiore
senso di fatica. Secondo questo approccio, coloro
che presentano 3 o più di tali condizioni possono
considerarsi fragili.
Utilizzando questi criteri, nello Women's Health
and Aging Study condotto su pazienti anziane disabili
nell'area metropolitana di Baltimora, la prevalenza
di fragilità è risultata del 6,9%, con progressivo
aumento età-associato.
Studi longitudinali con esteso follow-up hanno
documentato come la presenza di fragilità sia un
potente fattore predittivo della mortalità e anche del tasso di ospedalizzazioni. Uno
studio epidemiologico nell'area del Chianti fiorentino ha confermato che un introito insufficiente
di nutrienti e un deficit di massa muscolare
si associano alla fragilità e producono effetti negativi
sulla salute.
È importante sottolineare che, secondo questo
modello, la fragilità si svilupperebbe attraverso un
meccanismo fisiopatologico che, se pure in parte
ignoto, potrebbe rappresentare un target terapeutico,
suscettibile quindi di prevenzione e/o trattamento.
Secondo altri modelli, derivati da studi di popolazione,
la fragilità è interpretata come indice di
entropia della fisiologia umana: quanto maggiore
è l'entropia, tanto maggiore è la probabilità che
ciascun deficit si manifesti e che un soggetto abbia
deficit multipli. Il riferimento all'entropia come
fenomeno universale, nella fisica come nella biologia,
lascia poco margine alla possibilità di interventi
per evitare o modulare il processo. Tale approccio,
pur sostenuto da una serie di studi empirici
su ampie popolazioni, è criticabile essenscomzialmente
per il fatto che non viene spiegata l'origine
dell'ipotetica crescente entropia.
Tabella 3.2 Identificazione della sindrome di fragilità secondo Fried et al.
Il fenotipo fragile:
- Perdita di peso involontaria
- Bassa velocità del passo
- Scarsi livelli di attività fisica
- Facile affaticabilità
- Debolezza muscolare (low grip strenght)
- 3-5: Fragile
- 1-2: Intermedio ("pre-fragile")
- 0: Non fragile
3.1.3. Gli strumenti di misura della fragilità
Le ricerche sull'associazione tra fragilità e prognosi
hanno messo in evidenza i più importanti domini
fisiologici per il mantenimento di un buono stato
di salute e di indipendenza funzionale delle persone
anziane e, oltre a identificare le condizioni da tenere
sotto controllo perché associate alla fragilità (vedi
Tabella 3.1), costituiscono la base dottrinale per
l'introduzione in clinica di test di performance fisica.
Tali test sono diretti all'identificazione di anziani
che, per ridotta performance, sono da considerare
fragili e pertanto a elevato rischio prognostico. Un
classico esempio di test di misura della performance
fisica globale è rappresentato dalla Short Physical
Performance Battery (SPPB) [Figura 3.3].
Il punteggio conseguito alla SPPB, di facile esecuzione
non solo in studi di popolazione ma anche
in ambulatorio e in ospedale, è un potente fattore
predittivo della mortalità nella popolazione anziana,
anche dopo aggiustamento per età, sesso, livelli di
multimorbilità e stato cognitivo.
È importante sottolineare come alcuni dei metodi
di misura proposti non si limitino a considerare
lo stato funzionale, ma prendano in considerazione
anche il profilo psico-emozionale, la capacità
di interazione sociale, gli indici più o meno complessi
di comorbilità, le performance cognitive,
l'uso di farmaci e lo stato nutrizionale.
Oltre allo sviluppo di modelli di analisi dei determinanti
della fragilità nella popolazione anziana
generale, molti sforzi sono stati condotti per l'identificazione
dei soggetti anziani fragili che si ricoverano
in ospedale, forse uno dei capitoli più complessi
della geriatria clinica, che verrà affrontato
in dettaglio in altre sezioni del presente Quaderno.
Ciò nell'ambito del generale riconoscimento che
il semplice trattamento della condizione che ha
determinato il ricovero non è quasi mai sufficiente
a migliorare lo stato di salute. Gli studi e i modelli
di intervento proposti dalla letteratura sono molteplici.
In generale, sono stati proposti strumenti
valutativi integrati che pesano, da un lato, la multimorbilità
e la correlata polifarmacoterapia e,
dall'altro, le condizioni funzionali precedenti il
ricovero, il profilo cognitivo, lo stato nutrizionale.
Questi strumenti sono importanti soprattutto per
identificare i pazienti a elevato rischio di scompenso che richiedono un'attenzione maggiore e
interventi più aggressivi.
Poiché il problema risiede nell'instabilità omeostatica
e nell'aumento di suscettibilità al di sopra
di una soglia critica, il trattamento deve comprendere
interventi tesi a migliorare l'omeostasi e
a evitare le complicanze iatrogene dell'ospedalizzazione.
Migliorare le condizioni ambientali, permettere
l'accesso prolungato dei familiari e migliorare
la comunicazione con lo staff può prevenire,
per esempio, il delirium, un evento con conseguenze
catastrofiche sulla prognosi dell'anziano
fragile. Un aspetto importante e spesso trascurato
riguarda il miglioramento dell'idratazione e della
nutrizione, per quanto riguarda sia l'apporto energetico/
proteico sia i micronutrienti, e l'evitare per
quanto possibile l'immobilizzazione.
3.1.4. Interventi mirati alla prevenzione della disabilità negli anziani fragili
Vari tentativi sperimentali di trattamento della condizione di fragilità attraverso supplementazione di ormoni e nutrienti hanno prodotto alcuni risultati incoraggianti sulla possibilità di correggere elementi caratterizzanti della sindrome, ma ancora non definitivi in termini di outcome robusti, quali mortalità, ospedalizzazione e/o disabilità incidente. Sono invece consistenti le evidenze, riportate nel Capitolo 2, sul ruolo dell'attività fisica per la promozione e il mantenimento della salute degli anziani, qualsiasi siano la loro età e la condizione di salute.
3.2. L'anziano fragile e la medicina geriatrica
3.2.1. Medicina geriatrica versus medicina tradizionale
L'anziano fragile è per definizione il paziente geria - trico. Le caratteristiche della fragilità legata alla sesenescenza fanno della Geriatria una medicina per molti aspetti diversa dalla quella "tradizionale". Scopo di quest'ultima è evitare, con la prevenzione e/o la guarigione delle singole malattie, la morte precoce. L'obiettivo primario della medicina geria - trica è, invece, ridurre al minimo il danno delle malattie croniche, ottimizzando l'utilizzazione delle funzioni residue. In ultima analisi, l'allungamento dell'aspettativa di vita viene a essere, per la medicina geriatrica, un obiettivo secondario rispetto all'ottenimento del migliore livello possibile di qualità di vita (Tabella 3.4),
Tabella 3.4 Comuni indicatori di fragilità
Obiettivi della Medicina Tradizionale:
- Contrastare la morte precoce con la prevenzione primaria e secondaria
- Guarire la malattia acuta (ottimizzazione delle procedure diagnostiche e terapeutiche)
- Impedire la cronicizzazione delle patologie acute (ottimizzazione del recupero funzionale)
- Migliorare l'efficacia e l'efficienza degli interventi medici tramite evidenze scientifiche
Obiettivi della Medicina Geriatrica:
- Prevenzione della fragilità dei soggetti a rischio
- Raggiungimento del migliore livello possibile della qualità di vita
- Valutazione multidimensionale del fabbisogno assistenziale
- Analisi critica delle evidenze scientifiche
- Individualizzazione dell'intervento in base a priorità derivanti dal fabbisogno assistenziale
raggiungibile con la prevenzione
della fragilità e la capacità di affrontare in modo
globale le problematiche connesse alla fragilità stessa.
Non esistono barriere concettuali tra i due tipi di
medicina, che sono in effetti complementari una
all'altra. Per i molti anziani privi dei marker di
fragilità e con soddisfacente efficienza fisica, le
strategie del medico restano quelle proprie della
medicina tradizionale, cioè identiche a quelle valide
per i pazienti più giovani. Se per la condizione di
prefragilità si va progressivamente affermando l'importanza
di originali strategie preventive, per l'anziano già fragile, invece, ha ormai assunto un'importanza
preminente il criterio di un approccio
assolutamente specifico, per molti aspetti diverso
da quello utilizzato per tutti gli altri tipi di pazienti.
Per questa ragione, il vero paziente geria trico è
identificato nell'anziano fragile.
Il paziente geriatrico rappresenta il cliente che il
medico incontra nella sua attività con particolare
frequenza, che appare destinata ad aumentare progressivamente
nei prossimi anni, per via del crescente
aumento del numero di soggetti nelle fasce
d'età più avanzate, dove si trova la maggiore prevalenza
di fragilità (vedi Capitolo 1, Figura 1.8).
Per esempio, il tasso di ospedalizzazione degli ultrasettantacinquenni
rapportato a quello medio
italiano risulta già aumentato nel 2008 rispetto al
2003. Il dato è ancora più significativo se si tiene
conto che il tasso di ospedalizzazione medio si è
invece ridotto per la diminuzione del numero dei
letti ospedalieri. Gli ospedali riducono, cioè, la
loro capacità, che appare comunque destinata ad
accettare una percentuale crescente di anziani fragili.
La specificità degli obiettivi e delle strategie della medicina geriatrica, imperniata sulla valutazione
multidimensionale, ha trovato ampie conferme
nella letteratura scientifica non solo internazionale,
ma anche italiana.
Per esempio, uno studio clinico controllato su
una casistica di anziani in assistenza domiciliare
ha dimostrato che la Valutazione Multidimensionale
Geriatrica (VMD), associata alla continuità
della cura e all'integrazione dei servizi, imperniata
sul case manager e sull'unità valutativa geriatrica,
determina un miglioramento degli indici di qualità
della vita, una riduzione dell'ospedalizzazione e
dell'istituzionalizzazione e un netto risparmio di
spesa (vedi Capitolo 7).
Una pubblicazione del corrente anno, che è servita
come studio prototipale per avviare la ricerca CODICE
ARGENTO promossa dal Ministero della
Salute, ha dimostrato una significativa diminuzione
della mortalità per gli anziani fragili ricoverati nei
reparti di Geriatria rispetto a quelli degenti nei raparti
di Medicina Interna (vedi Capitolo 5).
Il crescente aumento dell'aspettativa di vita e i
vantaggi clinico-terapeutici dell'impostazione geriatrica
hanno rappresentato le ragioni che hanno indotto le più autorevoli riviste mediche statunitensi
a pronunciarsi per la necessità di ricorrere
alle strategie della Geriatria per un approccio specifico
nei riguardi dell'anziano fragile (Box 3.1).
Box 3.1 La medicina geriatrica nella letteratura scientifica statunitense
Parmley's Editor Page JACC 1997; 29: 217-8
- "…They (gli anziani fragili) require a multidisciplinary approach to care for the complexity of their medical problems…".
- "…The focus of therapy is not to prolong life but to maintain a reasonable quality of life through integrated systems of care involving multiple disciplines…".
- "…We need to learn from geriatricians those elements of care that will fully quality us to practice geriatric cardiology…".
Besdine R. New Engl J Med 1989; 320: 181-2
- "…academic medicine has be gun to recognize the robust base of scientific knowledge underlying the clinical practice of geriatrics.
- The specialty does far more than merely apply internal medicine, surgery, or psychiatry to patients who happen to grown older.
- Rather, an interdisciplinary data base on human aging – drawing on biologic, clinical, and behavioral science – has been established".
Ai fini del miglioramento della qualità della vita, la tematica che mantiene un ruolo centrale nel background culturale della Medicina Geriatrica è rappresentata dalla riduzione degli eventi avversi, più frequenti nell'età avanzata. Nella Tabella 3.5 sono elencate le principali cause di eventi avversi osservabili nel paziente geriatrico.
Tabella 3.5 Principali cause di eventi avversi nel paziente geriatrico
Paziente:
- Multimorbidità
- Riduzione delle riserve fisiologiche
- Alterazioni della farmococinetica e della farmacodinamica
- Comunicazione con il personale sanitario
Medico e altro personale sanitario:
- Accuratezza diagnostica
- Applicazione delle evidenze scientifiche
- Barriera dell'età
- Comunicazione con il paziente e rapporto empatico
- Accuratezza del controllo del decorso della malattia
Istituzioni:
- Assistenza continuativa e rete integrata dei servizi
- Organizzazione interna dei servizi
- Reddito
- Barriere architettoniche
Alcune di queste sono legate sopratutto agli effetti
dell'invecchiamento di per sé, cioè dipendono
dalle caratteristiche dell'anziano fragile; altre sono
imputabili a fenomeni di negligenza o a responsabilità
primaria delle istituzioni.
La multimorbidità è la prima causa di una presentazione
atipica della malattia principale e, come tale, fonte comune di errori diagnostici. Ne è un
buon esempio la confusione mentale propria della
demenza, ma che è anche sintomatologia di esordio
delle più svariate condizioni, dall'iperpiressia
di una banale influenza allo scompenso cardiaco
o alla frattura di femore o una polmonite fino a
cause ambientali come l'ospedalizzazione di per sé o l'istituzionalizzazione. Va ricordata, a questo
proposito, la differenza esistente tra vera demenza
di Alzheimer, di carattere ereditario e relativamente
precoce, e la forma senile di demenza o SDAT
(senile dementia alzheimer type), non ereditaria:
nella prima il deficit cognitivo è totalmente ascrivibile
alla patologia degenerativa cerebrale, nella
seconda, invece, metà dei sintomi cognitivi è attribuibile
a patologie associate e non alla demenza.
La riduzione delle riserve fisiologiche è non solo
un'altra possibile fonte di errori diagnostici – si
pensi, per esempio, a un quadro di scompenso
cardiaco con cui quasi di regola esordisce una
forma di ipertiroidismo nell'anziano –, ma anche
causa di un'evoluzione negativa di molte patologie
e di complicanze degli interventi chirurgici. A
proposito di quest'ultimo punto sono da sottolineare
i risultati particolarmente positivi osservati
nelle unità orto-geriatriche, dove un approccio
geriatrico globale imperniato sulla VMD ha consentito,
nei pazienti con frattura di femore, una
riduzione della mortalità, delle complicanze e del
consumo dei farmaci.
La farmacocinetica e la farmacodinamica sono
profondamente modificate dall'invecchiamento.
Come conseguenza vi può essere un'evoluzione
negativa del risultato terapeutico non solo per ragioni
ben note, come la riduzione età-dipendente
della funzione renale, ma spesso anche inaspettate.
Per esempio, un'analisi post-hoc dello studio DIG
ha dimostrato, negli scompensati più anziani, una
riduzione significativa della mortalità rispetto ai
controlli solo in presenza di valori bassi della digossina
sierica (0,5 e 0,8 ng/ml); al contrario, si è
osservato un aumento della mortalità nei casi in
cui la digossina sierica era più elevata, ma sempre
ampiamente nel range tradizionalmente considerato
terapeutico. Altro importante problema per
il paziente geriatrico è la politerapia che, legata
alla multimorbidità, è la prima causa di interfe renze farmacologiche e, quindi, di reazioni avverse
da farmaci: il risultato finale è che il primo fattore
di reazioni avverse nell'anziano risulta essere il
numero di farmaci prescritti.
L'accuratezza diagnostica dipende prima di tutto
dalla raccolta scrupolosa dell'anamnesi, che richiede
un tempo lungo a sufficienza per la raccolta
di una storia completa con la collaborazione diretta
dell'anziano oppure dei familiari o di altri
accompagnatori, quando egli non sia in grado di
esprimersi correttamente sulle proprie condizioni
di salute. Inoltre, la storia di un paziente geriatrico
non può ritenersi accurata se non è completata
da un'approfondita anamnesi farmacologica, che
deve tenere conto dei farmaci prescritti dal medico
curante o da altri medici e dei farmaci da banco.
Succede spesso, infatti, che il paziente cronico interpelli
più medici o senta il parere di altri ("prendi
quella medicina che a me ha fatto bene") e, alla
fine, assuma anche farmaci non prescritti senza
interpellare il proprio medico. Una metanalisi
sull'accuratezza nella raccolta dell'anamnesi farmacologica
ha evidenziato una percentuale del
10-67% di errori quando si erano analizzate solo le prescrizioni mediche, del 27-83% se a questa
prima indagine si associava l'analisi dei farmaci
da banco e queste percentuali salivano ulteriormente
al 34-95% quando alle prime due si associava
anche un'indagine sulle allergie ai farmaci e
sulle reazioni avverse da farmaci. Oltre all'anamnesi,
anche l'esame obiettivo del paziente geriatrico
richiede tempi particolarmente lunghi, dovendo
comprendere anche la valutazione multidimensionale,
cui concorre la collaborazione dell'intera
equipe multidisciplinare dell'Unità Valutativa Geriatrica.
Dall'analisi dei tempi di visita dedicati al
paziente anziano non sembra, purtroppo, che succeda
sempre così, come confermano i risultati di
uno studio statunitense, secondo il quale il tempo
di visita dedicato al paziente anziano dai medici
di quel Paese era significativamente inferiore a
quello impiegato nella visita a pazienti più giovani.
L'applicazione delle evidenze scientifiche al paziente
geriatrico è discussa nei Capitoli 2 e 11. La
scelta terapeutica per il paziente geriatrico può
solo marginalmente essere supportata dalla medicina basata sull'evidenza, priva, come è, di linee
guida specifiche soprattutto per quel che riguarda
le politerapie indispensabili per i trattamenti delle
multimorbidità. A questa lacuna si è sinora ovviato
con le strategie specifiche della Medicina Geriatrica
e con il buon senso maturato attraverso
l'esperienza clinica nei reparti di Geriatria. Una
serie di studi sulla qualità del management clinico
dell'anziano fragile ha individuato indicatori specifici
di tipo internistico e di tipo geriatrico e ha
osservato che i secondi erano molto meno rispettati
dei primi, mentre la sopravvivenza dipendeva
da uno score ricavato dalla percentuale con cui
entrambi i tipi di indicatori venivano applicati.
Il vantaggio della Medicina Geriatrica rispetto alla
Medicina Interna si è evidenziato nettamente con
l'applicazione della VMD fin dal primo lavoro
prototipale di Rubenstein nel 1995, che ha dimostrato
un miglioramento della sopravvivenza e
del costo-beneficio, associato a un ridotto consumo
di farmaci. Lavori successivi hanno osservato che le unità di valutazione e management geriatrico
consentono, rispetto all'assistenza medica
tradizionale, un miglioramento dell'appropriatezza
della prescrizione dei farmaci e una riduzione delle
reazioni avverse.
La barriera concettuale nei riguardi dell'età avanzata
costituisce l'ostacolo verso molti trattamenti
utili nel paziente geriatrico così come per quello
più giovane, come è stato ampiamente dimostrato
in letteratura sia per i trattamenti salvavita sia per
le terapie antitumorali. Anche per i trattamenti
antidolore è frequente una sperequazione nei riguardi
dell'anziano fragile, osservata sia negli Stati
Uniti sia in Italia.
Nessun trattamento è, in realtà, da considerare a
priori inappropriato per le età più avanzate. Il
problema sostanziale è invece la scelta corretta in
grado di stabilire se un paziente geriatrico possa
ottenere un vantaggio nei riguardi dell'esito della
malattia e della qualità della vita. Gli esperti internazionali,
a cominciare dagli oncologi, sono
concordi sulla necessità di utilizzare la VMD per ottimizzare le decisioni relative a trattamenti a rischio
nell'anziano fragile.
La comunicazione del paziente geriatrico è spesso
insufficiente per svariate ragioni, a cominciare
dalla presenza di condizioni organiche, come disturbi
della parola, deficit cognitivi o sensoriali,
alterazioni della sensibilità dolorifica e, infine, incapacità
di saper discernere i disturbi più rilevanti
da quelli meno significativi ai fini di orientare il
medico verso la diagnosi corretta. Tuttavia, bisogna
tenere presente anche l'atteggiamento negativo
e pessimistico da parte del paziente geriatrico nei
riguardi del suo stato di salute, non infrequente e
giustificato dalla cronicità, dalla disabilità, dai ripetuti
ricoveri, dall'istituzionalizzazione, dal cambiare
spesso medici e terapie senza arrivare alla
fine a miglioramenti concreti.
Per l'assistenza al paziente geriatrico ha un ruolo
fondamentale una corretta comunicazione con lui
da parte del personale sanitario. Occorre prima
di tutto un approccio empatico nel primo contatto
con il paziente. Il modo con cui si saprà entrare in
confidenza sin dai primi momenti con questo
malato difficile e spesso scettico circa la sua guarigione
sarà fondamentale per conquistarne la fiducia
(Tabella 3.6).
Tabella 3.6 Rapporto tra il medico e il proprio paziente geriatrico
Conquistare la fiducia del proprio assistito:
- Ridurre la probabilità che il paziente ricorra ad altri medici e a nuove prescrizioni
- Conoscere perfettamente la terapia che sta assumendo il paziente
- Ottimizzare la collaborazione tra ospedale e territorio in modo da assicurare la continuità della cura
Ridurre al minimo i rischi che il proprio assistito non capisca e/o non ricordi perfettamente la prescrizione:
- Limitare all'indispensabile il numero di farmaci e di prescrizioni nella giornata
- Valutare attentamente gli eventuali deficit sensoriali e/o cognitivi in grado di impedire una perfetta comprensione della prescrizione da parte del proprio assistito
- Avere l'accortezza che nella prescrizione non vi siano farmaci con nome simile e, quindi, evitare che il proprio assistito li possa confondere
- Spiegare al proprio assistito e/o al suo accompagnatore la prescrizione e poi farsela ripetere dal primo o da entrambi
3.3. La Valutazione Multidimensionale Geriatrica e l'intervento individualizzato globale
Fin dalle sue origini, la Geriatria ha promosso un dibattito sulla migliore definizione degli ambiti di specificità, i cui elementi caratterizzanti sono rappresentati dalla tipologia dei pazienti a cui la disciplina si rivolge (prevalentemente l'anziano fragile o a rischio di fragilità) e dalle metodologie di intervento. Nel corso degli ultimi due decenni, il ruolo della Geriatria è divenuto ancora più definito. Robuste evidenze scientifiche hanno infatti ampiamente dimostrato che:
- la cura dell'anziano guidata dall'applicazione esperta della VMD riduce la mortalità, previene lo sviluppo di disabilità o il suo aggravamento dopo un evento acuto, riduce il tasso di istituzionalizzazione dopo la dimissione dall'ospedale e i costi economici e sociali, migliora le condizioni psico-fisiche e aumenta il grado di soddisfazione dei pazienti e dei loro familiari;
- nel paziente anziano con problematiche acute,
questi vantaggi sono soprattutto evidenti quando:
- il piano di assistenza individuale è fondato sulla VMD e si realizza, senza soluzione di continuità, in un'articolata rete di servizi,
- il geriatra è responsabile in prima persona della definizione, dell'implementazione e del controllo del piano di assistenza. Un semplice servizio di consulenza geriatrica su pazienti la cui gestione rimane affidata ad altre specialità non produce i favorevoli risultati di cui al punto 1.
Inoltre, in un setting geriatrico per acuti, nel paziente
"grande anziano" la VMD permette di guidare
scelte cliniche (diagnostico-terapeutiche) evitando
la banalizzazione del "secondo me"; per
esempio, la valutazione approfondita della gravità
di una patologia respiratoria, quando messa in relazione
all'eventuale co-presenza di altre patologie
(e della loro gravità), e delle altre problematiche
funzionali del paziente permetterà di definire con
minore incertezza le possibilità terapeutiche, l'impatto
sulla disabilità e sul potenziale recupero funzionale
e la prognosi del paziente.
Bisogna aggiungere che la VMD, se include anche
lo stato funzionale premorboso a un'eventuale
ospedalizzazione, acquisisce un ulteriore e rilevante
potere predittivo di possibili eventi avversi a breve
e a lungo termine, oltre a permettere una visione
dinamica del paziente nel tempo.
I test di performance, come valutati e riportati nella
definizione di "anziano fragile", oltre alla riproducibilità,
permettono di tipizzare i pazienti e ulteriormente
guidare i processi decisionali terapeutici.
La VMD supera le limitazioni dell'approccio medico
tradizionale, esame obiettivo in primis, che
non riesce a catturare la complessità del paziente
geriatrico "moderno": ultrasettantacinquenne, più
spesso di sesso femminile, polipatologico, con conseguente
politerapia, affetto da una o più sindromi
"geriatriche" quali l'incontinenza, le cadute, l'anemia
sine causa, la sarcopenia. Tutto ciò determina
alterazioni funzionali sia a livello fisico sia a livello
cognitivo. Per la possibile concomitante presenza
di problemi fisici, cognitivi e del tono dell'umore,
di disagi economici e socio-assistenziali, solo la
VMD permette un inquadramento/identificazione
di tutte le aree deficitarie del paziente.
Di conseguenza, solo a valle di una VMD basata
sull'evidenza può nascere un piano di assistenza
individualizzato e globale che permetta di andare
oltre la semplice prescrizione terapeutica o di
esami e procedure.
Diventa sempre più cogente lavorare con questa
metodologia nei diversi setting assistenziali che
affrontano la cura degli anziani, per non incorrere
in sottovalutazioni dei problemi con conseguente
"malpractice". Le evidenze scientifiche che comprovano
i risultati della VMD sono infatti tali da
giustificarla.
La VMD origina da scale o misurazioni che esaminano
singole aree problematiche; come tale è
stata utilizzata negli anni valutando la funzione fisica
con le ADL (attività del vivere quotidiano
come muoversi, vestirsi, andare al bagno ecc.) o le IADL (attività strumentali del vivere
quotidiano come usare il telefono, maneggiare denaro
e gestire conti bancari, fare la spesa ecc.); la funzione cognitiva con ilMini Mental
State Examination; le cadute con la scala di Tinetti;
il rischio di lesioni da pressione con quella di Norton; lo stato nutrizionale con il Mini
Nutritional Status di Vellas ecc.
L'indice di Norton rappresenta uno strumento
sensibile per valutare il rischio di sviluppare una
lesione da decubito. Ideato da un'infermiera inglese, è facile da applicare. Questo metodo prende
in considerazione lo stato fisico generale, lo stato
mentale, la deambulazione, la motilità e la continenza
del paziente. A ciascuno di questi parametri
viene attribuito un punteggio da 1 (peggiore) a 4
(migliore). Il rischio di contrarre lesioni da decubito
diminuisce quasi linearmente con l'aumentare
del punteggio. Tale rischio è infatti lieve con un
punteggio da 14 a 12; è invece elevato se il punteggio
è inferiore o uguale a 12.
Questo modo di lavorare con i cosiddetti strumenti
di prima generazione, ancorché diffuso a
macchia di leopardo in Italia, ha prodotto, da un
lato, risultati significativi in termini di migliore
assistenza e, dall'altro, ha il limite di essere autoreferenziale.
Pertanto la VMD si è evoluta in modo
significativo negli ultimi 20 anni, fino a darsi
un'impostazione diversa che non prevede un assemblaggio
individuale di scale. La più ampia letteratura
a livello mondiale sui risultati della VMD
è attualmente prodotta da chi ha infatti scelto la
strada centrata sull'utilizzo dei cosiddetti strumenti
di terza generazione.
Sono strumenti omnicomprensivi, specifici per i
diversi setting assistenziali dove viene curato l'anziano,
quali l'ospedale per acuti, la postacuzie, la
RSA, l'ADI, le cure palliative.
Tali strumenti hanno una "core component"
uguale nel 70% degli item, poiché funzione fisica,
cognitività, sensi, tono dell'umore ecc. sono valutati
in modo identico. Il 30% restante è modulare,
dipendendo dalle specifiche caratteristiche del setting
assistenziale. Nell'ADI vengono valutati l'ambiente
domestico e le sue possibili carenze, nella
RSA vengono invece valutate le abitudini di vita
pre-ammissione dell'ospite. Un sistema di controllo
sequenziale degli item risultati significativi permette
l'identificazione rapida dei problemi del paziente
e facilita la costruzione di un piano di assistenza
individualizzato. In un progetto che ha studiato che cosa è accaduto dopo l'implementazione
di tale modo di lavorare con gli strumenti onnicomprensivi
nelle RSA statunitensi, si è dimostrato
un impatto rilevante sulla qualità dell'assistenza.
Quando sono stati confrontati questi strumenti
omnicomprensivi e setting assistenziale-specifici
con le scale tradizionali si sono riscontrati una riduzione
significativa delle degenze ospedaliere e
un migliore stato funzionale dei pazienti.
Applicare la stessa VMD onnicomprensiva degli
strumenti di terza generazione su popolazioni di
pazienti permette di standardizzare l'approccio ai
medesimi e di costruire database fatti di dati omogenei
e interpretabili. In particolare, come è stato
fatto in realtà statunitensi in RSA di 5 Stati o nei
servizi di ADI di molti Paesi europei, si possono
collegare i risultati agli interventi intrapresi farmacologici
e non. Tale fatto risulta novità assoluta in
un mondo, quello degli ultraottantenni, sottorappresentato
nei trials clinici randomizzati. Si può
infine effettuare benchmarking fra istituzioni o servizi
di diverse ASL, Regioni, Nazioni. Quanto
emerso dal progetto EU Ad Hoc ha, per esempio,
dimostrato il maggiore carico assistenziale rilevato
nel paziente in ADI italiano rispetto ai pazienti gestiti
nell'Europa settentrionale.
Questo tipo di valutazione permette ai policy maker
e agli amministratori in generale di sapere, per la
prima volta, come vengono utilizzate le risorse e
qual è la tipologia dei pazienti serviti in confronto
con altri distretti, ASL, Regioni, Nazioni.
Infine, la modularità di questi strumenti e di questo
modo di lavorare permette di iniziare a parlare
di "continuità delle cure". Prerequisito della stessa
è infatti una valutazione consistente nei diversi
servizi della rete. Gli strumenti di terza generazione
con il core element identico nel 70% degli
item lo permettono. Diventa possibile la "tracciabilità"
del paziente anche in luoghi di cura diversi,
con l'immediata definizione delle traiettorie assistenziali
e dei risultati.
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4. Assistenza continuativa nella rete integrata dei servizi
4.1. Introduzione
Subito dopo la seconda guerra mondiale, nel
1947, la Società di Medicina Interna inglese pubblicava
sul British Medical Journal il rapporto di
una propria Commissione istituita per stabilire le
strategie per migliorare l'assistenza e la cura degli anziani e dei malati cronici. Le conclusioni furono
incentrate sulla necessità di realizzare un'assistenza
continuativa attraverso l'integrazione tra i vari servizi
sanitari e sociali indispensabili, in rapporto al
fabbisogno del singolo caso e coordinati dal reparto
geriatrico nell'ospedale per acuti, come è illustrato
nella Figura 4.1.
Nel 1988, in un Convegno a Roma, la Prof. Kane,
uno dei maggiori esperti di politica sanitaria degli
Stati Uniti, svolse la sua relazione sull'importanza
di un sistema assistenziale per gli anziani capace
di assicurare la continuità degli interventi tramite
un'effettiva integrazione sociosanitaria. Tale sistema
dovrebbe essere costruito su basi culturali
nuove centrate, oltre che sui problemi squisitamente
medici, anche su quelli relativi alla funzione
fisica: "quando il medico inserirà nel proprio programma
di lavoro l'esame delle capacità funzionali,
questo piccolo successo nel suo genere costituirà
un miracolo medico come è stato quello per il
trapianto cardiaco. È fondamentale sviluppare un
sistema di servizi di assistenza continuativa che
sia in grado di andare incontro alle necessità dei
soggetti che ne hanno bisogno. Tale sistema deve
essere un insieme di servizi sanitari e sociali. Entrambi
sono necessari e nessuno dei due da solo è sufficiente. Il medico non può delegare l'area dell'assistenza
continuativa ai responsabili dell'assistenza
sociale, ma nello stesso tempo non può
controllare da solo questo servizio perché sono
esperti necessari nella pianificazione e realizzazione
dei servizi sociali".
Questi principi sono stati recepiti dal Progetto
Obiettivo Salute dell'Anziano, definitivamente approvato
in sede parlamentare nel 1992, e devono
essere attuati. Attualmente, infatti, i principi sui
quali si basa l'assistenza continuativa si possono
dire pienamente recepiti nel nostro Paese, almeno
sul piano culturale. Si tratta di definire quale sia
stato finora il livello di realizzazione di tali principi
nelle singole realtà sociosanitarie locali e regionali.
Ulteriori sviluppi delle strategie di assistenza continuativa
riguardano non solo l'assistenza geriatrica
in soggetti con comorbilità e disabilità manifeste,
ma anche la prevenzione della fragilità nelle persone molto anziane ma ancora con un buon stato
di salute o comunque accettabile, come è ben illustrato
dal lavoro di Reuben apparso su JAMA
nel numero di dicembre 2009.
Un programma ragionato di interventi per questi
ultimi soggetti dovrebbe tenere conto delle possibili
evenienze cui potrebbero andare incontro. Il
bisogno assistenziale può andare da una semplice
richiesta di supporto, se sono in buona salute,
fino all'istituzionalizzazione dopo una patologia
acuta o la comparsa di una sindrome geriatrica
(es. una caduta). Un programma di assistenza continuativa
realizzabile su un razionale del genere
dovrebbe prevedere una conoscenza capillare del
territorio da parte, per esempio, di un'equipe multidisciplinare
geriatrica, supportata da programmi
specifici di health technology assessment.
Tutto ciò, soprattutto se inquadrato nella proporzione
crescente del fenomeno dell'invecchiamento,
prevede di riconoscere l'anziano fragile:
- come fruitore di servizi specifici, coinvolgenti diverse professionalità, dal case manager all'infermiere geriatrico, dal terapista occupazionale al geriatra;
- come soggetto bisognoso di una regia unica a livello di territorio [vedi oltre PUA (Punto Unico di Accesso) nel Percorso assistenziale o un Dipartimento di Geriatria intra-/extra-ospedaliero] che organizzi e supervisioni l'erogazione dei servizi necessari nella logica reale dell'integrazione.
Solo un affidamento preciso di responsabilità, all'interno del PUA o del Dipartimento di Geriatria, permette l'affiancamento al medico di medicina generale nell'individuazione e gestione della fragilità/ disabilità/non autosufficienza.
4.2. Percorso assistenziale
Considerando la rilevanza del problema della non
autosufficienza in Italia e la carenza di una strategia generale di assistenza continuativa, è necessario
che si condividano, a livello nazionale, alcuni elementi
per garantire un'effettiva ed efficace presa
in carico delle persone non autosufficienti.
In materia esiste una vasta letteratura e sono presenti
anche modelli ed esperienze di livello internazionale,
nazionale e locale, ma ancora si rilevano
difficoltà nello sviluppo concreto di interventi caratterizzati
da una strategia complessiva di tutela
della salute.
Trattare del tema della non autosufficienza implica,
infatti, rivedere le scelte urbanistiche e ambientali
a misura di una popolazione più anziana,
di nuclei familiari ristretti, ripensare in termini
diversi non solo gli ambiti di assistenza sanitaria
e sociale, ma anche gli stessi modelli di cura: passaggio
dalla medicina di attesa a quella d'iniziativa,
qualificazione di percorsi di cura nell'ospedale in
senso geriatrico con maggiore integrazione con le
strutture territoriali, valorizzazione delle diverse
figure professionali nei percorsi di cura. Il tema
riguarda, inoltre, le priorità negli interventi e l'individuazione
delle relative risorse finanziarie,
umane e tecnologiche.
Si intende disegnare un possibile percorso di assistenza
nelle sue diverse fasi, dalla segnalazione del
problema alla sua valutazione, alla presa in carico,
fino alla valutazione delle attività e degli esiti.
Per fare ciò si è individuato nel Distretto l'ambito
di gestione del percorso assistenziale.
Nel Distretto si colloca una nuova realtà, il PUA,
che è il luogo fisico in cui viene ricevuta la domanda
iniziale, viene coordinata la successiva erogazione
dei servizi previsti dal Piano di assistenza
e vengono ospitate le figure professionali responsabili
delle equipe assistenziali, case manager in
primis. Privilegiare un percorso specifico di assistenza
al paziente fragile anziano rappresenta una
necessaria evoluzione del sistema domiciliare e la
collocazione nel Distretto del PUA identifica e affida alla medesima struttura non soltanto la responsabilità
istituzionale/organizzativa ma l'intero
percorso socio-assistenziale. Responsabile ultimo
e perno dell'integrazione dei servizi necessari rimane
il direttore di Distretto.
Nell'ipotesi di collocazione dell'anziano in una
struttura residenziale, è il Distretto a sostenere un
ruolo di verifica e di rivalutazione nel tempo. Secondo
questo stesso principio, nel caso di affidamento
dell'anziano fragile all'Assistenza Domiciliare
Integrata (ADI), il Distretto deve conservare la propria
responsabilità rispetto al Piano di Assistenza
Individuale (PAI), anche in caso di erogazione di
alcune funzioni assistenziali da parte di soggetti accreditati,
di cui dovrà coordinare gli interventi e
comunque fornire assistenza direttamente attraverso
l'attività delle Unità Complesse di Cure Primarie,
ove attivate, e delle Aggregazioni Funzionali Territoriali
(AFT) della medicina generale.
Le figure professionali impegnate nell'assistenza
domiciliare potranno così svolgere un ruolo di
consulenza, di erogazione delle prestazioni oppure
di gestione diretta del percorso assistenziale.
Il medico di famiglia mantiene la responsabilità
clinica complessiva del percorso diagnostico-tera -
peutico, provvedendo a erogare le prestazioni sanitarie
di propria competenza in continuo rapporto
con il PUA, nell'ambito dei modelli organizzativi
della Regione e dell'Azienda sanitaria.
L'infermiere assume la responsabilità di competenza
del proprio profilo professionale nell'identificazione
dei bisogni assistenziali della persona e
nella pianificazione ed erogazione dell'intervento
assistenziale infermieristico.
Sarà il case manager, abitualmente figura infermieristica
con il compito di coordinare la realizzazione
del PAI condiviso con il paziente e/o i suoi familiari,
a svolgere tale funzione in condivisione con il medico
di medicina generale, che resta il primo responsabile
della diagnosi, della cura e del follow-up medico. Il geriatra sarà comunque lo specialista di
riferimento per il coordinamento dei processi valutativi
multidimensionali e per le situazioni di particolare
fragilità e complessità. Il ruolo consulenziale
e/o di erogazione di prestazioni di competenza verrà
svolto da medici specialisti nelle branche indicate
dal piano di assistenza e da professionisti sanitari e
sociali analogamente identificati volta per volta in
base alle necessità cliniche, riabilitative e sociali.
4.3. Caratteristiche essenziali del percorso assistenziale della persona anziana non autosufficiente
Alla luce di quanto in precedenza esposto (assenza
di un sistema nazionale di protezione sociosanitaria
a favore degli anziani non autosufficienti),
vengono definiti il percorso assistenziale, i servizi
implicati e le professionalità coinvolte per la gestione
dell'anziano che necessita di assistenza continuativa;
ciò al fine di permettere la configurazione
di un sistema congruo con quanto disponibile
oggi nel Servizio Sanitario Nazionale e nei
diversi servizi sociali territoriali.
L'anziano è di norma seguito, a qualsiasi età, dal
medico di medicina generale, che si reca a domicilio
nei casi previsti dall'assistenza programmata.
Quando non autosufficiente, l'anziano entra nel
sistema dell'assistenza a lungo termine, perché segnalato
dal medico di medicina generale, dai servizi
territoriali, dal volontariato o direttamente
dal caregiver a un unico sportello, il PUA. Il PUA,
sentito necessariamente per gli aspetti di gestione clinica il medico di medicina generale anche con
l'utilizzo di modelli di comunicazione informatizzata
previsti dall'organizzazione regionale, risponde
alla domanda con una valutazione multidimensionale
di primo livello (VM 1).
Il PUA provvederà a fornire tutte le risposte necessarie,
da quelle semplici a quelle complesse e/o
integrate.
In generale, si può definire bisogno semplice
quello che può essere soddisfatto da un solo operatore
e in un tempo definito quale, per esempio,
la richiesta di un sostegno economico temporaneo
o il riconoscimento dell'invalidità civile, qualora
l'ottenimento di tali benefici sia sufficiente a coprire
il bisogno. Tali procedimenti necessitano di
informazioni e accompagnamento al servizio erogatore da parte del PUA con una valutazione di
primo livello. Si sottolinea l'importanza di utilizzare
strumenti di terza generazione, validati e standardizzati,
per permettere benchmarking. È evidente
che in alcune situazioni le stesse richieste
sottendono un bisogno più complesso (disabilità
grave, pluripatologia o carenza di supporto informale).
In questi casi dovrà essere lo strumento di
screening a definire la necessità di approfondimenti
nella valutazione.
Se il bisogno è invece complesso, il PUA attiva la
valutazione multidimensionale di secondo livello
(VM 2) eseguita, sempre con strumenti validati e
standardizzati, dal case manager e riportata e discussa
con il medico di medicina generale, lo specialista
geriatra dell'Unità Valutativa Multidisciplinare
(UVM) di riferimento e l'assistente sociale.
Questo determina l'eventuale allocazione nei servizi
territoriali sociali e/o sanitari (ADI, assistenza domiciliare, Centri Diurni) o nei servizi residenziali
[Casa di Riposo, Residenza Assistenziale Sanitaria
(RSA) o Presidi territoriali di prossimità]. Per l'assistenza
domiciliare integrata dovranno essere previste
anche modalità di attivazione semplificata,
gestite direttamente dal medico di medicina generale,
in particolare per i casi in cui la situazione
sanitaria del paziente determini l'indifferibilità di
un primo intervento. Anche in questo caso sarà
previsto il successivo coinvolgimento del PUA.
Il case manager è figura nuova per il nostro Servizio
Sanitario Nazionale ed è la risposta ai nuovi
bisogni determinati dalla demografia e dalle sue
ricadute epidemiologiche. Necessita di professionalità
capace di intercettare e gestire i problemi
derivati dalla cronicità e dalla non autosufficienza,
nel loro continuo intersecare sanitario e sociale.
Con la sua formazione basata sul concetto di assistenza
alla persona, l'infermiere sembra la figura ideale di partenza sulla quale costruire il case manager.
La sua formazione complementare deve essere
mirata alla valutazione multidimensionale e
alla conoscenza dei servizi, dei percorsi assistenziali
e delle figure professionali di riferimento per la
non autosufficienza. Esperienze descritte in letteratura
indicano la necessità di un periodo formativo
breve, di settimane, vista la base di conoscenza
già in possesso del laureato in infermieristica.
Nel caso di un evento acuto che renda necessaria
l'ospedalizzazione, l'anziano accederà al Pronto
Soccorso/Dipartimento Emergenza e Accettazione
(PS/DEA), dove verrà eventualmente definito, nel
triage, come Codice Argento, sulla
base di un apposito algoritmo. Gli item che compongono
l'algoritmo e determinano il Codice Argento
sono considerati una VM 1 e identificano
una fragilità/possibile non autosufficienza e la
conseguente possibile necessità di assistenza continuativa.
È il secondo modo per entrare nel sistema
di continuità assistenziale, governato dal
PUA e dalle strutture, servizi, professionalità a
questo collegate. Il PS/DEA comunica al PUA
l'identificazione di un paziente Codice Argento
per un allertamento immediato del sistema.
Il Codice Argento indirizza a un ricovero possibilmente
nell'UO di Geriatria o altrimenti in Medicina
Interna o in altri reparti di competenza (Neurologia,
Cardiologia, Ortopedia ecc.) [Figura 4.7], ma comunque
è marcatore immediato, per l'ospedale e il PUA, di possibile necessità di assistenza continuativa,
o di una diversa attenzione "geriatrica"
(Unità Ortogeriatrica, Stroke Unit, Delirium Unit,
consulenza geriatrica ecc.) nello stesso ricovero.
Il PUA/UVM entra in ospedale, in genere con il
case manager, per una VM 2 quando richiesto
dall'UO dove il paziente è ricoverato. La richiesta
sarà fondata sull'identificazione del paziente come
Codice Argento nel triage di PS/DEA o sull'evidenza,
nel corso del ricovero, di problematiche
da approfondire con una VM 2 per permettere
un'assistenza continuativa congrua, mediante una
dimissione protetta.
Questa VM 2 produrrà, quindi, una dimissione
verso servizi territoriali appropriati (dimissione "protetta" o "programmata"), di cui verrà data preventiva
segnalazione al medico di medicina generale,
che verrà contestualmente coinvolto nella valutazione
del caso e nell'attivazione dell'ADI a bassa,
media o alta intensità o nell'allocazione in Riabilitazione,
Post-acuzie, Post-acuzie medica, Hospice,
RSA, altri Servizi territoriali. Per gli anziani trasferiti
nelle strutture residenziali, con lo strumento della
VM 2 si provvederà a effettuare periodicamente la
revisione della valutazione, al fine di verificare le
condizioni per l'attivazione di una dimissione protetta
con il rientro al domicilio.
La gestione dei percorsi è garantita dall'utilizzo
degli strumenti valutativi di terza generazione che
seguono il paziente nei diversi servizi (Acuzie, Post-acuzie/Riabilitazione, Hospice, ADI, RSA)
in una logica di equità e continuità assistenziale.
Con questo sistema vengono garantite la quantificazione
del case mix assistenziale in RSA e ADI,
la misurazione della qualità dell'assistenza erogata
e la programmazione delle politiche regionali, resa
possibile da dati reali e standardizzati.
In conclusione, si è voluto costruire un modello
congruo di assistenza all'anziano non autosufficiente
. A fronte di quanto disponibile nel Servizio Sanitario Nazionale e nei servizi
sociali territoriali, si è voluto affiancare al medico
di medicina generale e all'ospedale per acuti, tradizionali
key player di sistema, un ulteriore riferimento.
Questo è costituito, come previsto da quasi
tutte le Regioni, dal PUA, che opera come centro
di accoglienza e successiva gestione del paziente.
Nel PUA si incontrano tutte le professionalità dedicate,
che si avvalgono di una nuova figura, il
case manager, professionista della valutazione del bisogno e figura chiave per la successiva erogazione
integrata dei diversi servizi valutati come necessari
per la gestione della non autosufficienza.
4.4. Gli anziani nei livelli essenziali di assistenza
I Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria (LEA)
sono le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario
Nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini,
gratuitamente o dietro pagamento di un ticket. I LEA sono stati definiti con il Decreto
del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29
novembre 2001 "Definizione dei Livelli Essenziali
di Assistenza", entrato in vigore il 23 febbraio
2002.
I LEA sono organizzati in tre settori (prevenzione
collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale,
assistenza ospedaliera) e il DPCM 29 novembre
2001 individua solo per le prestazioni "domiciliari,
semiresidenziali e residenziali" uno specifico livello
dedicato alla popolazione anziana.
Tabella 4.1 Riferimenti legislativi per DPCM 29 novembre 2001
- Legge 11 marzo 1988 n. 67
- Progetto Obiettivo Anziani (1991)
- Linee guida sulle RSA del 31 marzo 1994
- DPCM 14 febbraio 2001
- DM 21 maggio 2001
Nella Tabella 4.1 vengono riportati i documenti
legislativi di riferimento; più in particolare, l'allegato
1.B, nell'ambito delle prestazioni "Sanitarie"
il Livello "Assistenza territoriale semiresidenziale
e residenziale", prevede prestazioni di assistenza
sanitaria e sociosanitaria nell'ambito di programmi
riabilitativi a favore di anziani (RSA per non auto -
sufficienti). Le prestazioni erogabili sono quelle
del Progetto Obiettivo Anziani.
Maggiore dettaglio viene dedicato agli anziani
nell'allegato 1.C "Area Integrazione SocioSanitaria",
nel quale l'assistenza agli anziani viene definita
nel Macro-livello "Assistenza ambulatoriale e domiciliare",
nell'"Assistenza territoriale semi-residenziale"
e da ultimo nell'"Assistenza territoriale
residenziale".
Il Decreto, sempre nell'allegato 1.C, nel definire
l'assistenza semiresidenziale (capo 8), micro-livello
"Attività sanitaria e sociosanitaria nell'ambito di
programmi riabilitativi a favore di anziani", prevede
che le prestazioni terapeutiche, di recupero e mantenimento
funzionale delle abilità per non autosufficienti
in regime semiresidenziale, ivi compresi
gli interventi di sollievo, siano erogate a fronte di
un contributo del 50% a carico dell'utente o, se
non abbiente, del Comune.
Nel definire l'assistenza residenziale (capo 9), micro-
livello "Attività sanitaria e sociosanitaria nell'ambito
di programmi riabilitativi a favore di anziani",
prevede anche che le prestazioni residenziali
di cura e recupero funzionale di soggetti non autosufficienti
in fase intensiva ed estensiva (9.a) siano a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale,
mentre le prestazioni "di recupero e mantenimento…
ivi compresi gli interventi di sollievo"
(9.b) siano erogate a fronte di un contributo del
50% a carico dell'utente o, se non abbiente, del
Comune. Anche nel caso delle prestazioni domiciliari
è previsto che quelle di "aiuto infermieristico
e assistenza tutelare alla persona" siano parzialmente
(50%) a carico dell'utente o del Comune.
Il Decreto pone dei problemi di chiarezza interpretativa,
nel momento in cui individua nell'ambito
del macro-livello residenziale un micro-livello
"anziani" limitandolo nominalmente ai "programmi
riabilitativi", non distinguendo bene tra
i diversi setting in cui svolgere tali programmi.
Il tema merita, infatti, un approfondimento in
considerazione del fatto che la riabilitazione in
regime di degenza ospedaliera rientra tra le prestazioni
del livello ospedaliero ove (sulla base di
una lettura congiunta tra il decreto e le linee
guida del Ministero sulla Riabilitazione, espressamente
citate nel decreto) vengono individuate
prestazioni di riabilitazione sia "intensiva" (riabilitazione
ospedaliera) sia "estensiva" (lungodegenza
post-acuzie).
Con riferimento ai disabili, le linee guida sulla
Riabilitazione vengono riprese anche nel capitolo
dell'assistenza residenziale territoriale, distinguendo
tra prestazioni riabilitative (a totale carico
del Servizio Sanitario Nazionale) e prestazioni socio-
riabilitative, per le quali è prevista una partecipazione
dell'utente o del Comune. D'altra parte,
con riferimento agli anziani, diversa è la terminologia
utilizzata ove si distingue tra prestazioni di
cura e recupero funzionale in fase "intensiva ed
estensiva" e prestazioni "di mantenimento": viene
ripresa la classificazione adottata dalle linee guida
sulla Riabilitazione, senza tuttavia citare queste
tra le fonti normative e lasciando quindi intendere
che i termini intensiva ed estensiva debbano essere interpretati con riferimento alla cura e non alla
riabilitazione.
Nel 2007, la Commissione nazionale LEA ha
pubblicato due documenti sulle "Prestazioni residenziali
e semiresidenziali" e sulle "Prestazioni
domiciliari", che contengono numerosi elementi
utili a definire meglio gli argomenti trattati.
In particolare, la prestazione residenziale viene caratterizzata
di norma come prestazione di assistenza
a lungo termine a soggetti non autosufficienti
in condizioni di cronicità e/o relativa stabilizzazione
delle condizioni cliniche, distinguendosi
quindi dalle prestazioni di "terapia post-acuzie"
(Riabilitazione e Lungodegenza post-acuzie),
svolte di norma in regime ospedaliero.
I documenti evidenziano come per l'erogazione
ottimale delle prestazioni risulti fondamentale l'integrazione
con i servizi sociali e come il livello di
bisogno clinico, funzionale e sociale debba essere
valutato attraverso idonei strumenti che consentano
la definizione del programma assistenziale e
il conseguente impegno di risorse.
Tabella 4.2 Elementi innovativi dello schema di DPCM 2008 sui livelli essenziali di assistenza
- Prevede sempre la valutazione multidimensionale e la presa in carico (Art. 22, 23 e 30)
- Articola le cure domiciliari su 3 livelli, prevedendo un servizio programmato sui reali bisogni e se necessario su 7 giorni (Art. 22)
- Prevede un ulteriore livello speciale di cure palliative a domicilio (Art. 23)
- Definisce le Prestazioni Residenziali per anziani su 3 livelli (Art. 30)
- Prevede un ulteriore livello speciale di cure residenziali a elevato impegno sanitario (Art. 29)
- Individua e riconosce il Nucleo Alzheimer nell'ambito delle cure residenziali (Art. 30.1.b)
- Individua il Centro Diurno Alzheimer nell'ambito delle cure semi-residenziali (Art. 30.2.a)
- Individua un livello di cure palliative per pazienti terminali (Hospice) nell'ambito delle cure residenziali (Art. 31)
Nell'aprile 2008 è stato predisposto un nuovo
schema di decreto sui livelli essenziali di assistenza,
che supera molte di queste contraddizioni, riprendendo
in larga parte dai contenuti dei documenti
sulle "Prestazioni residenziali e semiresidenziali" e
sulle "Prestazioni domiciliari" prodotti nel 2007
dalla Commissione LEA. Lo schema di decreto,
tuttavia, è stato successivamente ritirato non avendo
superato il visto della Corte dei Conti.
Il testo dello schema risultava particolarmente innovativo
nelle parti che riguardano le prestazioni
residenziali e domiciliari (Tabella 4.2).
In particolare, tra le modifiche più rilevanti si
nota l'introduzione della valutazione multidimensionale
come metodica di base per la valutazione
dell'anziano e la pianificazione dell'assistenza sia
per le cure domiciliari (Art. 22.2) sia per quelle
residenziali (Art. 30.1).
Sul versante delle cure domiciliari, appare rilevante
la distinzione di tre livelli di diversa intensità di
cura, definiti anche nei loro standard di massima,
cui va aggiunto un quarto livello (Art. 23) riferito
alle cure domiciliari palliative ad alto impegno.
Identico schema viene proposto per le prestazioni
residenziali che vengono articolate su tre livelli (di
cui uno riferito a "trattamenti estensivi di riorientamento
e tutela della persona in ambiente 'protesico'
a persone con demenza senile…"), cui si aggiunge
un livello di assistenza residenziale extra-ospedaliera
a elevato impegno (Art. 29) per persone affette da
patologie caratterizzate da complessità, instabilità
clinica e/o gravissima disabilità, che necessitano di
supporto alle funzioni vitali (stati vegetativi, gravi
insufficienze respiratorie, terminali ecc.).
Soltanto due sono i livelli delle cure semiresidenziali,
ove in analogia alle cure residenziali viene
riproposto come tipologia autonoma il trattamento
a persone con demenza senile (Art. 30.3.a.).
Come nel precedente Decreto, la riabilitazione
ospedaliera e la lungodegenza post-acuzie (ora in fase di superamento) rientrano fra le prestazioni
ospedaliere comunque garantite a totale carico
del Servizio Sanitario Nazionale.
Lo schema di decreto prevede una copertura della
spesa da parte del Servizio Sanitario Nazionale
del 50% per le prestazioni residenziali (che sale al
60% per i trattamenti in ambiente protesico ai
soggetti con demenza senile).
Resta invece a totale carico del Servizio Sanitario
Nazionale l'assistenza a elevato impegno sanitario
di cui all'Art. 29. Nello schema di decreto si segnala
che la distinzione fra trattamenti riabilitativi
intensivi, estensivi e di mantenimento, che creava
confusione con le prestazioni di riabilitazione, non
viene più utilizzata, ma più precisamente si fa riferimento
ai "trattamenti sanitari" (medico, infermieristico
e riabilitativo) e di cura della persona di
cui necessita un paziente non autosufficiente. Si
segnala, peraltro, che nel livello residenziale si
parla di presa in carico, ma non viene fatto riferimento al PAI, che è invece ripetutamente citato
nelle cure domiciliari.
Bibliografia
Bernabei R, Landi F, Gambassi G, et al. Randomised trial of impact of model of integrated care and case management for older people living in the community. BMJ 1998; 316: 1348-51
Ministero della Salute – Commissione nazionale LEA. "Prestazioni residenziali e semiresidenziali", 2007. http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_733 _allegato.pdf. Ultima consultazione: novembre 2010
Ministero della Salute – Commissione nazionale LEA. "Prestazioni domiciliari", 2007. http://www.salute.gov.it/ imgs/C_17_pubblicazioni_733_allegato.pdf. Ultima consultazione: novembre 2010
Reuben DB. Medical care for the final years of life: "When you're 83, it's not going to be 20 years". JAMA 2009; 302: 2686-94
5. La geriatria nell'ospedale per acuti
5.1. Introduzione
L'invecchiamento della popolazione ha, tra le sue
conseguenze, anche un aumento significativo dei
ricoveri ospedalieri di pazienti anziani: negli Stati
Uniti, dal 1970 al 2006 la percentuale di ultrasessantacinquenni
tra i degenti ospedalieri è passata
dal 20% al 38%, mentre quella degli ultrasettantacinquenni
addirittura dal 9% al 24%. In
Italia, recenti valutazioni (Rapporto Sanità-CEIS
2009, 2010) confermano come i tassi di ricovero
siano nettamente superiori per le classi più anziane
(età 65-74 anni: 232,7 per 1000 abitanti; ultrasettantacinquenni:
101,4 per 1000 abitanti), verso
gli adulti tra i 15 e i 64 anni (340,8 per 1000 abitanti)
[Figura 5.1].
Rispetto alla media dei soggetti ricoverati, gli anziani
trascorrono in ospedale un numero di giorni
più di 3 volte maggiore. Se il ricovero in ospedale
è un evento sempre più frequente e necessario al
crescere dell'età, l'ospedalizzazione rappresenta
per molti anziani – soprattutto, per soggetti con
pre-esistente fragilità – anche uno straordinario
fattore di rischio di declino funzionale e cognitivo,
di altre sindromi geriatriche e, in ultima analisi,
di istituzionalizzazione e morte. D'altra parte,
queste non sono conseguenze ineluttabili dell'ospedalizzazione,
ma possono essere prevenute con un approccio di cura adeguato, che in ospedale
si realizza nelle Unità Geriatriche per Acuti
(UGA).
5.2. Funzionamento appropriato
5.2.1. Unità Geriatrica per Acuti: prove di efficacia
A partire dalla prima metà degli anni Ottanta,
numerose e solide evidenze scientifiche hanno ripetutamente
dimostrato che un modello di cura
dell'anziano fragile ospedalizzato, incentrato sull'UGA,
produce esiti di salute significativamente
migliori rispetto a quelli ottenuti da servizi non
geriatrici. Tali evidenze sono a fondamento delle
posizioni che le due maggiori società nazionali di
Geriatria, la Società Italiana di Gerontologia e
Geriatria (SIGG) e la Società Italiana dei Geriatri
Ospedalieri (SIGOs), hanno congiuntamente
espresso in un documento pubblicato nel 2003 e
sono state ulteriormente rafforzate, in anni recenti,
da nuovi trials clinici randomizzati e loro metanalisi,
i cui risultati documentano che la cura dell'anziano
in UGA, guidata dall'applicazione della
Valutazione Multidimensionale Geriatrica (VMD),
previene lo sviluppo o l'aggravamento della disabilità,
riduce il tasso di istituzionalizzazione dopo rappresenla
dimissione dall'ospedale e migliora lo stato cognitivo.
La durata della degenza ospedaliera e, più
in generale, i costi sanitari globali di questo modello
di cura non superano quelli del modello tradizionale
e, addirittura, possono risultarne inferiori.
In pazienti a più alto rischio è stata anche
dimostrata una riduzione della mortalità, a breve
o a lungo termine.
Questi vantaggi sono soprattutto evidenti quando:
- il geriatra è responsabile in prima persona della definizione, dell'attuazione e del controllo del piano di cura in tutte le sue fasi; gli esiti non sono altrettanto favorevoli quando il paziente anziano fragile viene ricoverato in altri reparti e il geriatra, o il team geriatrico, hanno solo un ruolo di consulenti;
- l'ammissione in UGA avviene mediante selezione di pazienti ad alto rischio di disabilità o di sua progressione; tale selezione è anche garanzia di utilizzazione ottimale delle risorse, in termini di rapporto costo-efficacia;
- il piano di assistenza individuale è fondato sulla VMD e, ove necessario, ha possibilità di articolarsi, senza soluzione di continuità, nella rete di servizi, anche territoriali.
L'UGA ha caratteristiche architettoniche, strutturali
e organizzative tali da minimizzare i rischi
derivanti dall'ospedalizzazione, soprattutto il delirium,
l'immobilizzazione, la perdita di autonomia
funzionale, le cadute e la malnutrizione.
Un recente studio osservazionale, condotto a Firenze,
fornisce prove di efficacia del modello geriatrico
nell'ospedale per acuti anche nel nostro
Paese. In un campione di circa 11.000 pazienti
ultrasettantacinquenni, ricoverati in ospedale attraverso
il Pronto Soccorso per motivi medici, a
parità di altre condizioni, la prognosi a un anno
era significativamente migliore nei casi affidati a
un'UGA piuttosto che a un reparto di Medicina
Interna. La sopravvivenza era addirittura del 30% migliore in quel sottogruppo di pazienti (circa un
quarto dei ricoverati) che, sulla base di un punteggio
prognostico denominato Codice Argento,
utilizzabile sin dall'ammissione in Pronto Soccorso,
erano particolarmente compromessi e a
maggiore rischio di morte. Il Ministero della Salute
ha inteso verificare la generalizzabilità di questi
risultati, promuovendo una ricerca – tuttora
in corso – sull'applicazione del Codice Argento
all'intera popolazione ultrasettantacinquenne di
Toscana, Lazio, Veneto e Sicilia.
Infine, vanno ricordate le prove di efficacia di
modelli di cura di tipo geriatrico per specifiche
condizioni, quali la frattura di femore: un trial
randomizzato dimostra che i pazienti fratturati
presi in carico in Unità di Ortogeriatria hanno
una più bassa mortalità e una minore incidenza
di complicanze in acuto, mentre altri studi controllati
non randomizzati mostrano vantaggi in
termini di migliore recupero funzionale e più
breve durata della degenza.
5.2.2. Profilo operativo della geriatria ospedaliera
Le prove di efficacia sopra riportate forniscono una chiara indicazione degli elementi costitutivi essenziali dell'UGA, che da un punto di vista operativo si traducono nelle caratteristiche riportate nella Tabella 5.1.
Individuazione del paziente elettivo e criteri di ammissione
Il paziente di elezione dell'UGA è l'anziano con
patologia acuta o cronica riacutizzata, caratterizzato
da polipatologia, complessità o fragilità, a
elevato rischio di disabilità. Nella selezione dei
pazienti al Pronto Soccorso/Dipartimento Emergenze
e Accettazione (PS/DEA), si tiene conto
dell'esistenza di marcatori di fragilità, rappresentati, per esempio, da un'attuale presa in carico da
parte dei servizi territoriali o da una positività al
Codice Argento.
Tabella 5.1 Elementi costitutivi dell'Unità Geriatricaper Acuti (UGA)
- Individuazione del paziente elettivo e criteri di ammissione
- Impiego della Valutazione Multidimensionale Geriatrica (VMD)
- Valorizzazione dell'approccio integrato multiprofessionale
- Mantenimento e recupero dell'autonomia funzionale
- Attenzione allo stato cognitivo, affettivo e comportamentale
- Coinvolgimento del paziente e del care-giver nel programma di cura
- Prevenzione delle complicanze legate al ricovero
- Pianificazione della dimissione
- Proiezione del geriatra all'esterno dell'UGA
tati, per esempio, da un'attuale presa in carico da
parte dei servizi territoriali o da una positività al
Codice Argento.
L'accesso del paziente all'UGA avviene attraverso
il PS/DEA, per trasferimento da altre Unità Operative
ospedaliere o su proposta del Punto Unico
di Accesso (PUA) o del medico di medicina generale
(secondo i percorsi delineati nel Capitolo
4). I criteri di selezione precedentemente ricordati
si potranno tradurre in modalità operative diverse
a seconda delle realtà locali, in genere attraverso
protocolli concordati con il PS/DEA per la conduzione
di uno screening sistematico dell'anziano
eleggibile.
Impiego della VMD
Condotta dal team geriatrico – ciascuna professionalità
per la sua competenza – la VMD rappresenta
lo strumento procedurale primario della
geriatria. Si avvale di strumenti di seconda-terza
generazione (vedi Capitolo 3), integrati e possibilmente
informatizzati, che guidano la scelta degli
obiettivi di cura e facilitano la verifica del loro
conseguimento. Il suo valore è sostenuto dalle evidenze
scientifiche sopra riportate.
A quanto già detto in precedenza si deve aggiungere
che l'applicazione della VMD permette una
stratificazione prognostica più accurata, rispetto a
indici prognostici basati esclusivamente su parametri
d'organo o apparato, come per esempio nel
caso della polmonite e dello scompenso cardiaco.
Le informazioni ricavate dalla VMD condotta in
UGA consentono la formulazione di un piano di
cura personalizzato, che può comprendere anche
interventi in altri setting, caratterizzati da una diversa
intensità assistenziale.
Valorizzazione dell'approccio integrato multiprofessionale
Il team assistenziale prevede l'intervento, oltre che
del geriatra, dell'infermiere, dell'operatore sociosanitario,
del fisioterapista e dell'assistente sociale,
anche – ove opportuno – di altre figure professionali
(logopedista, terapista occupazionale, psicologo,
dietista), in un'ottica di intervento multidimensionale.
Modalità specifiche di collaborazione in team sono
rappresentate dalla cartella clinica integrata e dai
briefing periodici.
Nel team sono importanti la formazione di base e
il continuo aggiornamento in senso geriatrico dei
professionisti che lo compongono. Fa parte integrante
della "mission" dell'UGA incentivare il processo
di formazione e aggiornamento continuo di
tutte le figure professionali che, all'interno dell'ospedale,
sono coinvolte nella cura dell'anziano.
Mantenimento e recupero dell'autonomia funzionale
L'anziano ospedalizzato presenta un elevato rischio
di riduzione delle capacità funzionali durante il
ricovero. Per questo l'UGA mette in atto, oltre
che la cura della malattia acuta, strategie mirate
al mantenimento e al recupero dello stato funzionale
pre-morboso, con l'obiettivo ultimo di migliorare
l'autonomia e la qualità della vita. Nell'attuare
programmi individualizzati di ri-attiva zione (o riabilitazione) motoria, vengono seguite
le indicazioni ricavate dall'approccio integrato
multiprofessionale della VMD.
Attenzione allo stato cognitivo, affettivo e comportamentale
L'UGA presta la massima attenzione alla prevenzione,
all'identificazione e, ove possibile, al recupero
dei disturbi dello stato cognitivo, affettivo e
comportamentale, legati sia a una compromissione
cronica pre-esistente (demenza) sia a insorgenza
recente, addirittura successivi al ricovero, e potenzialmente
reversibili (delirium).
Coinvolgimento del paziente e del caregiver nel programma di cura
Il personale dell'UGA adotta modalità comunicative
e relazionali adeguate alle abilità del paziente,
al fine di garantirne la partecipazione nel
processo di cura, nel rispetto delle sue volontà e
preferenze.
Il coinvolgimento attivo del caregiver è parte integrante
del piano globale di cura; dati di letteratura
dimostrano che tale coinvolgimento migliora
significativamente la prognosi della malattia acuta,
incide positivamente nella prevenzione e nel contenimento
dello scompenso funzionale e cognitivo,
specialmente nel paziente con demenza, ed
è ben accetto da pazienti, parenti e personale.
La massima attenzione viene prestata in UGA agli
aspetti etici, soprattutto nel caso di pazienti incapaci
di assumere autonomamente decisioni su
procedure diagnostiche e terapeutiche proposte
dai sanitari.
Prevenzione delle complicanze legate al ricovero
Il ricovero ospedaliero comporta per il soggetto
anziano un aumento di rischio di sindromi geriatriche
(cadute, malnutrizione e disidratazione, immobilizzazione,
delirium, incontinenza), come di
infezioni nosocomiali. Fanno parte integrante del
piano di cura attuato in UGA programmi specifici
di prevenzione di dette sindromi, la cui efficacia
è ampiamente dimostrata in letteratura.
Analogamente, vengono attuati programmi di individuazione,
prevenzione e correzione del rischio
iatrogeno da farmaci, particolarmente accentuato
in età geriatrica.
Pianificazione della dimissione
Sin dal momento dell'ammissione, il team si preoccupa
di stimare il potenziale di rientro dell'anziano
a domicilio, in relazione alle sue condizioni
clinico-funzionali e cognitive, della loro modificabilità
e della rete di supporto familiare e sociale.
L'UGA redige protocolli e procedure di collaborazione/
integrazione con i servizi extra-ospedalieri
di assistenza continuativa per i casi che necessitano
di supporto sociosanitario alla dimissione.
Proiezione del geriatra all'esterno dell'UGA
Il geriatra dell'UGA partecipa a percorsi assistenziali
(condivisi con altri specialisti in una logica
multidisciplinare), dedicati a pazienti anziani con
patologie acute o croniche riacutizzate con notevole
complessità di diagnosi, trattamento e assistenza,
che accedono ad altre strutture e servizi
dell'ospedale (compreso il PS/DEA) per la risoluzione
del loro bisogno di salute.
Alla degenza ordinaria in UGA i geriatri affiancano
frequentemente attività ospedaliere di Day Hospital,
Day-Service e ambulatori, per garantire
un'offerta flessibile di servizi, a cui l'anziano accede
in uscita dall'UGA, così come dal territorio, su richiesta
del medico di medicina generale o del PUA.
L'attività ambulatoriale è caratterizzata, di solito,
dalla presa in carico, mentre più raramente ha un
carattere meramente consulenziale: ne sono un tipico
esempio gli ambulatori per i disturbi cognitivi, che (non diversamente da servizi analoghi sul territorio)
esercitano funzioni di Unità Valutativa
Alzheimer (UVA) per l'accertamento diagnostico,
la valutazione globale, il trattamento farmacologico
(compresa la gestione dei piani terapeutici) e non
farmacologico dei disturbi cognitivi. Nei pazienti
con franca demenza, l'UVA ospedaliera s'interfaccia
con il PUA per garantire al paziente l'erogazione
di servizi sociosanitari territoriali.
Alcune Aziende Sanitarie (Ferrara, Torino, Grosseto)
hanno realizzato un'integrazione funzionale
completa, di tipo dipartimentale, fra strutture
ospedaliere e territoriali di geriatria. Questi modelli
rappresentano probabilmente la forma più
efficace ed efficiente di strutturazione della rete
di servizi sociosanitari per l'anziano, che meriterebbe
maggiore diffusione.
5.3. Criticità e possibili soluzioni
5.3.1. Esiguità numerica delle UGA
Come sottolineato in precedenza, le UGA sono poche
e distribuite in modo molto disomogeneo sul
territorio nazionale, in misura non giustificata da
differenze demografiche. Si stima, infatti, che – con
le rare eccezioni di alcune Regioni – l'attuale dotazione
di posti letto di UGA in Italia sia pari a meno
del 5% del totale di quelli internistici. Considerando
che gli anziani rappresentano circa il 40% dei ricoveri
in area medica e stimando che, di questi, almeno
il 20-25% abbia quelle caratteristiche di problematicità
che, secondo quanto dimostrato da solide evidenze
scientifiche, rendono vantaggioso l'affidamento
alla geriatria, si desume che la dotazione di
posti letto in UGA dovrebbe aumentare dell'8-10%
del totale dei letti di area medica.
Sulla base delle evidenze disponibili nella letteratura
internazionale, è raccomandabile che venga
costituita almeno una UGA in ogni Azienda Sanitaria Locale, Azienda Ospedaliera o Ospedaliero-
Universitaria sede di PS/DEA e di Unità
Operative di Medicina Interna.
5.3.2. La geriatria nel PS/DEA
Gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 20%
e il 25% del totale degli accessi in PS/DEA, percentuale
che è destinata a crescere in misura esponenziale
nei prossimi anni. Contrariamente a
quanto talvolta sostenuto, molti degli accessi di
anziani al PS/DEA sono appropriati, in quanto
dovuti a un'effettiva instabilità e complessità clinica
e non a mere problematiche socio-assistenziali o a
cattiva gestione da parte del territorio. Spesso le
possibilità di recupero esistono, ma rimangono offuscate
a causa della comorbosità cronica. Le presentazioni
cliniche sono spesso atipiche, la polifarmacoterapia
è la regola e le reazioni avverse da
farmaci sono tanto comuni da rappresentare, nel
10-16% dei casi, il motivo, per lo più misconosciuto,
dei sintomi responsabili del ricorso al
PS/DEA. La disabilità è frequentissima (in alcune
casistiche, la prevalenza sfiora addirittura l'80%)
e insieme al delirium (che si stima sia presente nel
10% dei casi) rappresenta in molti anziani la manifestazione
clinica dominante e di importante significato
prognostico, per quanto aspecifica. L'interpretazione
di questi quadri è difficile per chi
non ha specifica formazione ed esperienza in senso
geriatrico, tant'è vero che nei pazienti che giungono
in PS/DEA con delirium questa condizione viene
riconosciuta solo nel 35% dei casi, mentre ben il
30% dei pazienti affetti viene dimesso rapidamente,
senza che siano state diagnosticate patologie
rilevanti, che spesso determinano un successivo
accesso, l'ospedalizzazione o la morte.
Il personale medico dei PS/DEA non nasconde la
propria frustrazione e sensazione di inadeguatezza
di fronte a questi pazienti che, per l'impegno richiesto e il crescente impatto epidemiologico, rappresentano
una realtà nuova e preoccupante per
Medicina Interna e Medicina d'Urgenza. Per farvi
fronte, in letteratura sono comparse proposte di
soluzioni innovative, a impronta geriatrica. Alcuni
autori hanno sviluppato modelli di "Geriatric
Emergency Room" esclusivamente dedicati agli anziani
e gestiti da geriatri; altri hanno introdotto in
maniera sistematica la VMD al PS/DEA, per migliorare
l'assistenza e coordinare la dimissione. In
Italia, a Torino e ad Ancona, letti del PS/DEA sono
affidati a uno staff geriatrico multiprofessionale,
per la diagnosi e il trattamento delle emergenze
non traumatiche: gli anziani che vi sono accolti,
dopo una degenza breve, possono eventualmente
tornare al domicilio, con attivazione del medico di
medicina generale e dei servizi territoriali, evitando
così che l'accesso al PS/DEA si concluda con un
ricovero inutile o una dimissione intempestiva.
Le Geriatrie ospedaliere italiane sollecitano l'ulteriore
sperimentazione e verifica di efficacia (e
costo-efficacia) di questi e altri eventuali modelli
di accoglienza dell'anziano al PS/DEA, nei quali
esse sapranno mettere in campo la loro competenza
e professionalità, a vantaggio degli anziani
più bisognosi di cure e, al tempo stesso, dell'intero
Servizio Sanitario Nazionale.
5.3.3. Collegamenti con il territorio
L'attività dell'UGA non può essere disgiunta da quella della rete integrata dei servizi, nel rispetto del principio di continuità assistenziale. Tuttavia, in molte realtà questi collegamenti sono deboli o assenti. Questo rappresenta un indubbio elemento di criticità, che mina efficacia ed efficienza del sistema nel suo complesso e dovrebbe essere superato, secondo il modello proposto nel Capitolo 4 o in modelli più avanzati, come quelli dipartimentali, precedentemente citati.
5.3.4. Le incertezze legate alla nuova realtà dell'Ospedale per Intensità di Cure (OIC)
In alcune Regioni italiane sono allo studio modelli
innovativi di ospedale che, pur con differenze locali,
si richiamano comunque al principio di organizzazione
per intensità di cura.
In questi modelli, i pazienti sono assegnati primariamente
a un determinato livello di intensità
assistenziale (elevata/intermedia/bassa) e solo in
subordine a una struttura organizzativa professionale
specialistica. La stessa tradizionale articolazione
dell'ospedale per reparti differenziati secondo
discipline specialistiche viene ampiamente
superata, sul piano strutturale e – almeno in parte
– anche organizzativo. Vengono, così, esaltati gli
aspetti tecnologici dell'ospedale come luogo dell'acuzie
e dell'intensità; al tempo stesso, secondo
le intenzioni dei suoi promotori, il modello garantirebbe
un processo di cura contraddistinto da
presa in carico globale, elevato grado di coordinamento,
integrazione e continuità nelle sue varie
fasi, omogeneità ed equità nell'accesso e nella fruizione
dei servizi e delle prestazioni.
I medesimi principi di centralità del paziente, valutazione
degli effettivi bisogni, integrazione multiprofessionale
e continuità delle cure attraverso
setting assistenziali differenti sono patrimonio indiscusso
e riconosciuto della Geriatria che, anzi,
ha contribuito a introdurli nella cultura medica e
ha saputo applicarli con successo, come dimostrano
le prove di efficacia ottenute nel processo
di cura dell'anziano fragile in UGA. Per contro,
si deve rimarcare che, al momento, non è disponibile
alcuna evidenza scientifica che questi obiettivi
siano con maggiore certezza o estensione raggiunti
dall'OIC, rispetto al modello tradizionale
di ospedale per specialità nel suo complesso e,
nello specifico, rispetto al modello geriatrico per
l'anziano fragile. La Geriatria italiana è in grado, rendendosene disponibile, di apportare un contributo
qualificato ed esperto all'ideazione e attuazione
dell'OIC nelle Regioni dove queste sono
in atto, a garanzia che entro il modello venga tutelata
la salute degli anziani più bisognosi di cure.
5.3.5. I limiti del sistema DRG e i suoi possibili correttivi
Il sistema di pagamento a prestazione basato sui
raggruppamenti omogenei di diagnosi (DRG),
introdotto in Italia nel 1995, ha penalizzato il riconoscimento
dell'effettiva attività delle Geriatrie
ospedaliere, in quanto il DRG sottostima l'impegno
delle risorse assistenziali dedicate alla gestione
del paziente anziano ricoverato e non consente
un livello di rimborso adeguato. Il suo limite principale,
riconosciuto anche in altri Paesi dove esso
è adottato, è quello di non tenere conto del grado
di gravità clinica della singola patologia né, tantomeno,
della multi-morbosità e dello stato funzionale
del paziente. Dati ricavati dal database del
Gruppo Italiano di Farmacovigilanza nell'Anziano
(GIFA) hanno confermato anche per l'Italia i limiti
del sistema DRG nel descrivere e remunerare
la casistica dei pazienti anziani a comorbosità più
elevata o affetti da demenza.
Tra gli altri, il sistema All Patients Refined (APR)-
DRG si propone come alternativo strumento di
misurazione della casistica ospedaliera, valutando
l'impatto della gravità clinica sul consumo delle
risorse, grazie all'inserimento nell'algoritmo di
calcolo della sottoclasse di gravità della malattia
(Severity Index) e della sottoclasse di rischio di
morte. Esperienze in UGA italiane hanno dimostrato
che il progressivo aumento dell'APR-DRGSeverity
Index si associa a un incremento significativo
e proporzionale della limitazione funzionale
[ADL (activities of daily living) e IADL (instrumental
activities of daily living)], della compromissione cognitiva (Mini Mental State Examination),
della comorbosità (CIRS), del numero dei
farmaci e della durata della degenza. Dati preliminari
raccolti in uno studio multicentrico confermano
questi risultati: in un ampio campione
di anziani ricoverati in UGA nell'intero territorio
nazionale, l'APR-DRG si correla con i principali
indicatori dello stato di salute dell'anziano, ricavati
dalla VMD, in misura significativamente superiore
rispetto al sistema DRG tradizionale.
Sulla base di questi dati si può ritenere che l'APRDRG
consenta una stima più congrua, rispetto al
DRG tradizionale, delle risorse effettivamente impiegate
e, pertanto, se ne auspica l'introduzione
negli ospedali del Sistema Sanitario Nazionale.
Bibliografia
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6. I nodi della rete: post-acuzie e riabilitazione
6.1. Introduzione
Garantire la continuità assistenziale e una corretta e
rispettosa transizione tra ospedale e territorio è esigenza
ormai imprescindibile e riveste in alcuni Paesi
una caratteristica di vera e propria emergenza sanitaria
e sociale. Non sempre, infatti, al tumultuoso
espandersi delle fasce di popolazione più anziane e
fragili è corrisposto un pronto adeguamento della
risposta assistenziale, in particolare per la gestione
della post-acuzie all'atto della dimissione ospedaliera.
Le risposte sono state diversificate e variabili.
Nei Paesi anglosassoni, per esempio, sin dagli anni
Novanta con il termine generico di "Cure Intermedie
(CI)" sono stati indicati i vari "setting assistenziali",
compresi tra l'Ospedale per acuti e il domicilio,
costituiti da sistemi di cura molto eterogenei
tra loro e anche molto diversi dal punto di vista
strutturale e funzionale. In Italia, la risposta ha avuto
nelle diverse realtà regionali articolazioni ancora più
complesse e diversificate. In generale, è comunque
riconducibile ai diversi setting assistenziali riportati
nella Figura 6.1, in cui il reparto di Post-Acuzie
(PA) rappresenta un momento cruciale.
Nel nostro Paese il termine di PA (Post-Acuzie) talvolta
è utilizzato come sinonimo di "Lungodegenza
medico-geriatrica (LG)", distinta dalla "Lungodegenza
Riabilitativa cod. 60 (LR60)", struttura della
"Rete dei Servizi Riabilitativi". La funzione riabilitativa
prevista nelle LR60 si caratterizza per un impegno
di almeno 60 minuti/die e quindi si rivolge
a pazienti con patologie a possibile esito altamente
disabilitante (es. esiti di ictus e frattura di femore).
Per comprendere appieno il razionale della genesi
delle CI occorre fare riferimento al Regno Unito,
Paese in cui dal 1946 è stato istituito nell'ambito
del National Health Service (NHS) il Dipartimento
di Geriatria con il compito di gestire le strutture distrettuali
domiciliari e residenziali, funzionalmente
collegate all'Ospedale per acuti. A questo proposito,
nel 2001 la British Geriatrics Society, sulla scorta di
una direttiva del National Health Service revisionata
nel 2008, ha individuato nell'ambito dei servizi sociosanitari
i seguenti criteri per le CI:
- servizi finalizzati a soggetti che necessitano di lunghi ricoveri ospedalieri e/o che sono a rischio di ricovero ospedaliero inappropriato o che necessitano di assistenza residenziale;
- servizi fondati sull'approccio globale volto all'individuazione del percorso terapeutico-riabilitativo individuale;
- servizi strutturati in modo da ottenere il massimo recupero funzionale e il più precoce rientro al domicilio;
- servizi erogabili per non più di 6 settimane;
- servizi che garantiscono l'interdisciplinarietà nella valutazione in base a protocolli condivisi.
I posti letto ospedalieri di Lungodegenza erano
già funzionanti in Italia prima dell'ultima guerra
mondiale, con un ulteriore sviluppo nel dopoguerra
allorché la rete ospedaliera era molto carente
e la cronicità veniva trattata in strutture dedicate,
spesso specifiche per particolari patologie
quale la tubercolosi (INAIL, INPS), ovvero in reparti dedicati a patologie croniche spesso disabilitanti
di interesse medico-internistico. Le prime
sono state abolite con la scomparsa della malattia
tubercolare, le seconde quando si è acquisita la
consapevolezza della pessima qualità strutturale e
funzionale di queste strutture. Il maggiore inconveniente
delle vecchie Lungodegenze consisteva
in un'assistenza priva di alcun approfondimento
clinico capace di individuare un Piano di Assistenza
Individuale (PAI) e quindi una prospettiva
di recupero funzionale e di rientro al domicilio.
Il sistema delle Cure Intermedie, al fine di evitare
il rischio di assolvere al semplice ruolo di custodia
riproponendo inutilmente lo stesso approccio della
fase acuta della malattia, deve tendere al raggiungimento
di outcome clinici e non deve rispondere
a meri criteri di economicità.
Nell'ambito delle Cure Intermedie, la Post-Acuzie
è una struttura diversa dal reparto per acuti, ma
sempre compresa nell'ambito dell'Ospedale, a cui
trasferire pazienti che non possono essere dimessi
a domicilio dal reparto per acuti, avendo bisogno
di ulteriore stabilizzazione clinica, recupero anatomo-
funzionale e/o consolidamento o aggiustamento
della terapia. La denominazione di questo
setting assistenziale, integrato funzionalmente con
la "Rete dell'Assistenza Geriatrica", è differente
nelle diverse Regioni italiane, venendo denominato
PA e/o LG e, talvolta, addirittura identificato con
la LR60, con la quale non deve essere
confusa, trattandosi di una struttura ospedaliera di
competenza medico-geriatrica nella quale la componente
riabilitativa è a supporto degli atti assistenziali
con interventi di riattivazione motoria.
In questo contesto la Post-Acuzie rappresenta un
nodo fondamentale e irrinunciabile del percorso assistenziale
dell'anziano fragile, necessario per il trasferimento
di pazienti ricoverati in reparti per acuti
che non possono essere dimessi a domicilio o per
pazienti provenienti dal domicilio (o da strutture distrettuali), per i quali non è necessario il reparto
per acuti o per i quali questo risulta improprio.
L'esigenza di un reparto di Post-Acuzie nell'organizzazione
ospedaliera nasce, nei Paesi sviluppati,
in risposta al fenomeno dell'invecchiamento della
popolazione, all'introduzione del sistema a pagamento
a DRG e alla riduzione delle potenzialità
di assistenza da parte dei familiari. Emerge la necessità
di definire come e dove gestire la fase postacuta
della malattia, evitando le dimissioni "precoci",
o di protrarre la degenza nel reparto per
acuti a fronte di tempi di recupero anatomo-funzionali
sempre più lunghi soprattutto dell'anziano
fragile ospedalizzato.
La Post-Acuzie è un setting assistenziale ospedaliero
capace di fornire un regime appropriato a pazienti
affetti soprattutto da malattie cronico-recidivanti,
ben definiti sul piano diagnostico ma con problemi
clinici ancora attivi, che richiedono una competente
sorveglianza medica e un "nursing" non erogabile
in regimi extra-ospedalieri. Evidentemente,
la situazione clinica di questi pazienti non necessita
dello stesso numero di ore assistenza/personale e
dello stesso potenziale tecnologico della fase acuta
della malattia, anche se l'assistenza medica nella
Post-Acuzie deve essere garantita da personale di
formazione internistico-geriatrica e, ove necessario,
da consulenti specialisti.
6.2. Analisi dell'esistente
Sulla scorta dell'analisi dei Piani Sanitari Nazionali
e Regionali e di eventuali specifiche "leggi regionali",
è possibile documentare una grande diversificazione
della situazione italiana circa le strutture
dedicate alla degenza ospedaliera post-acuta, diversamente
denominate e caratterizzate dal punto
di vista strutturale e funzionale.
Negli anni Ottanta-Novanta, a causa dell'alta prevalenza
delle gravi patologie disabilitanti dell'età
pediatrica e/o adulto-anziana, sono state definite
le caratteristiche delle strutture residenziali e/o semiresidenziali
ex Art. 26 della Legge 833/1978 ed ex
Art. 8 della Legge 104/1992 e quindi della LG e
della LR60 nell'ambito della "Rete dei Servizi di
Riabilitazione" (vedi Figura 6.2).
Con lo sviluppo dei reparti di Riabilitazione, in
molte Regioni le malattie cronico-degenerativedisabilitanti,
soprattutto riferite agli anziani, sono
state spesso trattate in fase post-acuta esclusivamente
nelle LR60, creando un notevole equivoco
sull'appropriatezza del ricovero rispetto alla Lungodegenza.
A eccezione di Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto
e Toscana, nelle altre Regioni i posti letto di
LR60 e di Lungodegenza, comunque denominati
(lungodegenza, cure intermedie, post-acuzie), sono molto al di sotto del fabbisogno. Un adeguamento
numerico dei posti letto disponibili in questo setting,
come del resto previsto dal recente patto per
la salute, implicherebbe un'accelerazione del turn -
over delle strutture ospedaliere per acuti, garantendo
il rispetto della congruità della tipologia e
della durata dei ricoveri.
La caratteristica preminente della Post-Acuzie, rispetto
alla fase acuta della malattia, è l'approccio
volto al maggiore recupero possibile dello stato
funzionale del singolo paziente, al di là del mantenimento
o dell'ulteriore raggiungimento dei classici
obiettivi clinici. Di conseguenza, la struttura
del reparto, le competenze professionali coinvolte
e la metodologia valutativo-terapeutico-riabilitativa
adottata rispetto alla degenza per acuti dovranno
essere specifiche. Poiché l'oggetto prevalente della
cura nella PA è l'anziano fragile, è del tutto evidente
che per la valutazione non si possa prescindere
dall'adozione di strumenti di Valutazione Multidimensionale
(VMD)capaci di fornire una visione
globale del singolo caso clinico, di suggerire il PAI
e di pesare il risultato.
La Post-Acuzie non può svolgere una funzione
esclusivamente custodistica, né può costituire una
ripetizione dell'intervento di ricovero in fase acuta.
Essa deve tendere ad attuare tutti quei provvedimenti
(farmacologici, di riattivazione motoria,
formativi e organizzativi) capaci di recuperare l'autonomia
funzionale precedente il ricovero, accompagnare
l'evoluzione di un quadro clinico ancora
non definito, risolvere specifici problemi socioassistenziali.
La Post-Acuzie deve garantire quindi una strutturazione,
risorse e capacità operative adeguate ai
seguenti obiettivi:
- accelerare il turn-over delle aree di degenza per acuti delle discipline di medicina e chirurgia generali e specialistiche, in particolare della Geriatria;
- stabilizzare i risultati clinici ottenuti nella fase acuta della malattia;
- ripristinare in maniera ottimale le autonomie possibili dopo la fase acuta della malattia;
- ricercare, dopo attenta analisi, le soluzioni ai rapporti esistenti tra morbilità e contesto sociale;
- fornire, a costi minori rispetto ai posti letto per acuti, assistenza qualificata a pazienti postacuti non dimissibili dall'Ospedale o a pazienti che, nel proprio domicilio o in RSA, presentano problemi di instabilità clinica o necessità di aggiustamento della terapia;
- completare un sistema integrato, coerente e coordinato anche con i Servizi distrettuali residenziali, semiresidenziali e domiciliari, ai quali il paziente deve avere garanzie di accesso attraverso percorsi preferenziali e facilitati;
- possibilità di riconversione dei posti letto per acuti in sovrannumero, senza importanti impatti in termini di appropriatezza organizzativa e conseguente efficienza gestionale.
6.3. A chi è riservata la PA?
Considerato che la Post-Acuzie è una struttura ospedaliera complementare a quella per acuti, è necessario che il paziente trasferito abbia completato il percorso diagnostico-terapeutico, che sia clinicamente stabile per rendere possibile il completamento dell'intervento terapeutico-rieducativo e che possa ottenere il massimo recupero funzionale possibile in vista di un rientro al domicilio. La Post-Acuzie è riservata a:
- pazienti ricoverati in reparti per acuti, che non possono essere dimessi a domicilio, avendo ancora bisogno di ulteriore stabilizzazione clinica, recupero anatomo-funzionale o consolidamento o aggiustamento della terapia, pur avendo completato l'iter diagnostico;
- pazienti a domicilio o istituzionalizzati affetti da malattie cronico-degenerative ad andamento recidivante, ben definite sul piano diagnostico, che necessitano tuttavia di accertamenti di I livello per il controllo periodico della malattia, difficilmente eseguibile in regime assistenziale domiciliare e ambulatoriale;
- pazienti con pregressa malattia acuta, parzialmente stabilizzati, non autonomi, in cui persista la necessità di verifica medica quotidiana per l'aggiustamento della terapia e il recupero dell'autonomia in tempi contenuti;
- pazienti convalescenti con esiti non stabilizzati di malattia, non autonomi, con deficit funzionali emendabili;
- pazienti destinati a trattamenti terapeutici periodici che devono essere eseguiti sotto continuo controllo medico;
- pazienti con deficit funzionale lieve e prognosi favorevole per un recupero a breve termine, che necessitano prevalentemente di assistenza internistico- geriatrica o di minimi interventi riabilitativi, per i quali risulterebbe impropria la LR60.
6.4. Diagnosi di ammissione
Per il trasferimento del paziente alla Post-Acuzie
non è sufficiente la semplice dichiarazione di stabilità
clinica e di completamento dell'iter diagnostico,
ma è necessario riassumere con molta precisione
il percorso seguito dal paziente nella fase
acuta del ricovero e gli schemi terapeutici messi in
atto. Anche se la dinamica assistenziale dovrà seguire
percorsi differenti, tuttavia coerenti con gli obiettivi
terapeutici della nuova struttura di accoglienza, al
fine di garantire una corretta continuità assistenziale,
la "transitional care" è un momento delicato
e fondamentale nella fase di trasferimento di un
paziente da un "setting" a un altro, soprattutto se
si tratta di un anziano fragile. Per garantire un corretto
trasferimento è indispensabile assicurare una
diretta trasmissione delle informazioni da parte del
personale medico-infermieristico. Tali comunicazioni
nel prosieguo del programma terapeutico dovranno
essere bidirezionali per poter permettere
una rapida definizione del PAI, ovvero un altrettanto
rapido e corretto trattamento in caso di aggravamento
della condizione clinica, con un nuovo
eventuale trasferimento nell'area dell'acuzie.
Al momento della dimissione dalla PA a domicilio
o in istituzione, per non vanificare il lavoro svolto
con la perdita inesorabile del recupero funzionale
ottenuto, è altrettanto fondamentale la trasmissione
diretta dell'informazione dal personale medico-
infermieristico ai parenti-caregiver-medico
di medicina generale, perché è molto difficile che
l'anziano fragile esaurisca nel ricovero ospedaliero
il programma terapeutico.
La comunicazione interpersonale deve basarsi sui
5 principi di Coleman e Boult: affidabilità, comunicazione
chiara e diretta dei piani di cura e
degli obiettivi, scambio periodico bidirezionale di
informazioni, coinvolgimento del paziente e dei
familiari in tutte le fasi, valorizzazione delle funzioni
di coordinamento.
Nel trasferimento in Post-Acuzie dovranno essere
affrontati i seguenti principali problemi:
- problemi medici:
- diverse patologie cronico-degenerativo-disabi - litanti, stabilizzati clinicamente, in fase di convalescenza medicalizzata (recupero della malnutrizione, disidratazione, lesioni da decubito, vasculopatie periferiche, piede diabetico ecc.),
- polmonite o altro processo infettivo a lenta risoluzione,
- BPCO anche in fase di insufficienza respiratoria parziale, che abbiano superato una recidiva infettiva polmonare,
- insufficienza cardiaca cronica dopo una fase di riacutizzazione,
- endocardite infettiva in corso di valvulopatie degenerative, dopo la scomparsa della febbre,
- ictus in cui non prevalga la componente riabilitativa,
- cirrosi epatica in fase ascitica,
- nefropatia cronica, stabilizzata in fase di terapia di consolidamento,
- squilibri metabolici in pazienti diabetici,
- malattie neoplastiche con complicanze della chemioterapia;
- problemi chirurgici:
- fase di recupero/convalescenza dopo interventi di chirurgia generale o specialistica in caso di complicanze chirurgiche o lento recupero clinico,
- complicanze mediche (infettive, metaboliche, cardiocircolatorie, respiratorie, neurologiche ecc.) in corso di interventi chirurgici superata la fase di acuzie.
6.5. Standard strutturali e funzionali
In considerazione della provenienza dei pazienti in Post-Acuzie, sarebbe auspicabile una collocazione della struttura vicino ai reparti per acuti da cui provengono, non solo per evitare la duplicazione dei Servizi generali ospedalieri (Radiologia, Laboratorio di analisi cliniche ecc.), ma soprattutto per rendere più facile e immediato il trasferimento del paziente al reparto per acuti in caso di aggravamento. D'altra parte, è anche necessario che la Post-Acuzie sia ambientalmente e funzionalmente separata dall'area della degenza ordinaria per acuti, a conferma della diversa mission delle due strutture.
6.5.1. Caratteristiche della degenza
- Stanze preferibilmente a 2 letti, munite di servizi igienici per disabili.
- La superficie della stanza deve consentire l'alzata in poltrona.
- Ossigeno e aspirazione centralizzati.
- Letti articolati, muniti di sponde e di materassi antidecubito.
- Sistemi di videosorveglianza, soprattutto per il controllo continuo di pazienti con deficit cognitivo.
- Dispositivi di sistemi di sollevamento e di trasporto di pazienti non autonomi.
- Palestra riabilitativa nelle adiacenze del reparto.
- Spazi di socializzazione per la fase pre-dimissione.
- Libero accesso ai familiari.
6.5.2. Standard funzionali
I reparti Post-Acuzie devono prevedere il seguente personale:
- medici di estrazione internistico-geriatrica;
- infermieri con cultura gerontologico-geriatrica;
- OSS con cultura gerontologico-geriatrica;
- assistenti sociali;
- disponibilità di consulenze specialistiche.
È inoltre indispensabile garantire le attività riabilitative attraverso la presenza di fisioterapisti, terapisti occupazionali e logopedisti. Il personale medico, infermieristico, tecnico e sociosanitario deve garantire:
- la definizione del PAI attraverso un lavoro in team con la partecipazione di tutti i professionisti;
- l'attuazione del progetto di struttura di riattivazione/ riabilitazione/mantenimento;
- la lotta all'immobilizzazione e alle piaghe da decubito;
- il supporto dell'assistenza sociale;
- l'adozione di strumenti con indicatori di esito (VMD).
La migliore metodologia della Post-Acuzie è rappresentata dal progetto di struttura e dall'educazione
sanitaria. Il progetto di struttura consiste nell'azione
dell'intero team in modo che ciascuno operi per
ottenere il massimo risultato possibile quanto a
riattivazione/riabilitazione/mantenimento.
Per ottenere l'autonomia nelle attività di base e
strumentali delle vita quotidiana non è sufficiente
l'intervento riabilitativo svolto dal fisioterapista,
ma necessita di un lavoro reiterato il più possibile
nell'arco delle 24 ore da parte di tutte le componenti
del team, al quale deve concorrere attivamente
il supporto informale (familiari, caregiver),
che deve poter accedere al reparto senza limiti di
orari.
In questo caso l'educazione sanitaria deve essere
vista soprattutto come educazione terapeutica, intesa
come addestramento dei membri del team a
specifici compiti. Tutto ciò per poter realizzare sinergicamente
il programmato PAI, che si compone
della mobilizzazione attiva e passiva, dell'assistenza
ai pasti, dell'alimentazione enterale, della
gestione del catetere vescicale, della somministrazione
di farmaci per via parenterale, del monitoraggio
dei parametri vitali ecc. Aspetti non secondari
dell'educazione terapeutica sono la formazione
del personale di assistenza sul contesto
relazionale del singolo paziente e la trasmissione
corretta delle mansioni delegabili al supporto informale
(familiari, caregiver), considerato che non
esiste un sistema sanitario in grado di far fronte a
tutti i bisogni dell'invecchiamento della popolazione
e soprattutto delle malattie cronico-degenerativo-
disabilitanti. Il PAI, infatti, non si esaurisce
nel ricovero ospedaliero, ma deve continuare
nella fase domiciliare o di istituzionalizzazione
dell'anziano fragile, per evitare il rischio di responsabilità
omissive e conseguente perdita del
recupero medico-funzionale ottenuto.
È necessaria, pertanto, l'individuazione di un infermiere
"case manager" che gestisca i rapporti con il paziente e i familiari per favorire la realizzazione
del percorso di cura.
Ne deriva che nell'ambito della continuità assistenziale
dell'anziano fragile, oltre l'assistenza medica
e infermieristica, è indispensabile garantire
in tutti i "setting" l'intervento riabilitativo e l'assistenza
sociale, adeguati al bisogno individuale
emergente. Bisogna sempre considerare il peso
che rivestono i problemi sociosanitari nell'anziano
fragile, una volta superata la fase acuta della malattia,
anche per garantire che le CI e in particolare
la Post-Acuzie non servano per fare economie di
spesa, ma, al massimo, risparmio virtuoso.
L'esperienza condotta dalla Geriatria nel Regno
Unito ha dimostrato e confermato il ruolo irrinunciabile
dell'assistenza sociale nell'assistenza geriatrica,
in considerazione dell'alta prevalenza delle
problematiche sociali nell'anziano fragile e della
capacità della risoluzione dei problemi sociali nel
risolvere il sovraffollamento degli ospedali inglesi.
Nell'ambito della disabilità, molteplici direttrici
di sviluppo del sistema di welfare del nostro Paese
pongono, come criterio chiave, la certezza dei diritti
e l'universalismo nell'accesso a benefici e servizi.
Deve essere garantito alla persona con disabilità
un modello di accesso al sistema di welfare
chiaro e definito, indipendentemente dall'età e
dalla causa che ha generato la condizione di disabilità,
nonché una modalità di totale partecipazione
alla definizione del progetto individualizzato. Già
la Legge n. 104/1992 imponeva un modello di
accertamento attivo delle abilità presenti nella persona
disabile e non soltanto la valutazione della
menomazione. Tale modalità è stata ulteriormente
rafforzata dall'introduzione, da parte dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità, nel 2001, dell'ICF
(International Classification of Functioning,
Disability and Health). L'ICF è un modello unificante
per analizzare la complessità delle condizioni
di salute e costruire un profilo del funzionamento che ne è la base, attraverso i suoi elementi fondamentali
(strutture e attività corporee, funzionamento,
abilità e partecipazione).
Tutto questo in un'ottica che vede la persona disabile
non più come "malato", ma come "persona
avente diritti" (Conferenza di Madrid del 2002
in preparazione all'anno europeo della Persona
Disabile).
Il Modello Bio-Psico-Sociale è la base fondante
di ogni valutazione e decisione in campo sociosanitario:
la Persona nella sua globalità e specificità.
Si possono definire solo in questi termini le caratteristiche
del bisogno di interventi riabilitativi
e commisurare tutti gli aspetti organizzativi, normativi
e professionali.
Peraltro, lo sviluppo della rete riabilitativa in Italia
ha portato in diversi casi alla realizzazione di percorsi
non appropriati; spesso si è utilizzato il fabbisogno
riabilitativo come giustificazione per l'invio
di pazienti, con prognosi riabilitativa non sufficientemente
buona, ai percorsi riabilitativi.
Il gradiente clinico che deve indirizzare verso le
strutture riabilitative dedicate è determinato dalla
prognosi riabilitativa che scaturisce dalla valutazione
del medico specialista in riabilitazione. Occorre
distinguere fra la riattivazione motoria (comprensiva
anche di attività occupazionale) con un
impegno temporale ridotto e le attività riabilitative
che, attraverso esercizi terapeutici in un arco temporale
maggiore, portano al recupero di diverse
funzioni che risultano compromesse nei pazienti
più complessi.
Diventa quindi indispensabile un confronto sempre
più integrato fra i medici specialisti in riabilitazione
e i medici geriatri per la definizione dei
percorsi affinché le due reti si intersechino in alcune
fasi (es. quando un paziente attraverso un
programma di riattivazione motoria sviluppa le
potenzialità di partecipazione ad attività riabilitative
più intense), ma si differenzino nelle altre fasi al fine di non creare disagi e illusioni ai pazienti e
ai loro familiari, evitando l'inappropriatezza nell'utilizzo
delle risorse sanitarie a disposizione.
L'esistenza parallela della "Rete dei Servizi Geriatrici"
e della "Rete dei Servizi Riabilitativi", anche
se tra loro complementari, in molte Regioni può
creare confusione tra la LG e la LR60 circa l'appropriatezza
della prestazione, soprattutto in presenza
dell'anziano fragile, che si potrebbe definire
anche "persona ad alta complessità (PAC)". Con
questa tipologia di pazienti occorre rispondere
adeguatamente, in relazione alla fase di malattia,
alle numerose comorbilità, alle menomazioni e
alle capacità residue; variabili cliniche che possono
giocare un ruolo cruciale nell'esito prognostico se
la struttura non è centrata sulla persona, ma esclusivamente
sulla singola malattia disabilitante e se
non viene assicurata la continuità assistenziale. La
presenza del Geriatra nell'equipe multidisciplinare
che opera nella struttura potrebbe rappresentare
la discriminante nel definire l'appropriatezza del
ricovero del singolo paziente.
In conclusione, si rileva la necessità di distinguere
meglio la strutturazione e l'organizzazione funzionale
della LG rispetto alla LR60 e la tipologia
di malato da indirizzare verso le due strutture.
L'alternativa consiste nell'identificare un'unica
struttura nella quale diviene indispensabile la coordinazione
internistico-geriatrica.
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7. I nodi della rete: l'Assistenza Domiciliare Integrata (ADI)
7.1. Introduzione e normativa attuale
L'Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) è un servizio
in progressivo sviluppo nella rete dei servizi,
anche se il suo grado di diffusione risulta ancora
diverso tra le realtà regionali.
Indagini condotte nel nostro Paese hanno messo
in luce, mediante strumenti di valutazione multidimensionale
di terza generazione, la complessità
clinico-assistenziale degli anziani in ADI. Lo studio
osservazionale ULISSE (un Link Informatico
sui Servizi Sanitari Esistenti per l'anziano), finanziato
dal Ministero della Salute, ha permesso di
rilevare le caratteristiche clinico-funzionali dei
soggetti assistiti in 11 Servizi di ADI distribuiti
sul territorio nazionale.
L'ADI è regolamentata, sotto il profilo gestionale
e organizzativo, con modalità differenziate nelle
singole Regioni.
A oggi il documento unico di riferimento è la relazione
della Commissione Nazionale per la definizione
e l'aggiornamento dei Livelli Essenziali di
Assistenza (LEA), in cui le cure domiciliari vengono
descritte come l'insieme dei trattamenti medici,
infermieristici e riabilitativi, prestati da personale
qualificato direttamente al domicilio del
paziente. Si tratta di interventi finalizzati alla cura
e all'assistenza di persone non autosufficienti e in condizioni di fragilità, con patologie in atto o
esiti delle stesse, per stabilizzarne il quadro clinico,
limitarne il declino funzionale e migliorarne la
qualità della vita quotidiana. Il livello di bisogno
clinico, funzionale e sociale deve essere valutato
attraverso idonei strumenti che consentano la definizione
del programma assistenziale e il conseguente
impegno di risorse.
Le cure domiciliari e le prestazioni connesse vengono
distinte in:
- "Cure Domiciliari Prestazionali": sono caratterizzate da una risposta prestazionale, professionalmente qualificata, a un bisogno puntuale di tipo medico, infermieristico e/o riabilitativo che, anche qualora si ripeta nel tempo, non presupponga la presa in carico del paziente, né una valutazione multidimensionale di secondo livello e l'individuazione di un piano di assistenza multidisciplinare;
- "Cure Domiciliari Integrate di primo e secondo livello": si rivolgono a pazienti che, pur non presentando criticità di carattere acuto o sintomi particolarmente complessi, hanno bisogno di continuità assistenziale e interventi programmati che necessariamente si articolano sui 5 giorni/settimana (primo livello) o 6 giorni/settimana (secondo livello). Questa tipologia di cure domiciliari – in funzione della differente complessità/intensità – è caratterizzata dalla formulazione del Piano Assistenziale Individuale (PAI) redatto in base alla valutazione multidimensionale di secondo livello e attuato attraverso la presa in carico del Punto Unico di Accesso (PUA);
- "Cure Domiciliari Integrate di terzo livello": assorbono quelle precedentemente definite come ospedalizzazione a domicilio e consistono in interventi professionali rivolti a soggetti che presentano bisogni con un elevato livello di complessità in presenza di criticità specifiche: pazienti terminali (oncologici e non), pazienti con malattie neurologiche degenerative/progressive in fase avanzata (sclerosi laterale amiotrofica, distrofia muscolare), pazienti con necessità di nutrizione artificiale parenterale, pazienti con necessità di supporto ventilatorio invasivo, pazienti in stato vegetativo e stato di minima coscienza. Anche in questo caso, presupposti di base rimangono la valutazione multidimensionale, la presa in carico del paziente e l'individuazione di un piano di cura continuativo, sempre attraverso la presa in carico del PUA;
- "Cure domiciliari palliative a malati terminali": sono rivolte a pazienti nella fase terminale della malattia e sono caratterizzate da una risposta intensiva a bisogni di elevata complessità, così come vengono definite dal PAI; per i malati terminali è individuato un profilo specifico di cure palliative che richiede l'intervento di un'equipe dedicata. In questo caso, si tratta di interventi programmati che si articolano sui 7 giorni settimanali e per i quali è prevista la pronta disponibilità di intervento nelle 24 ore.
La gamma specifica delle prestazioni che riguardano questi singoli profili di assistenza – dettagliata anche in relazione alle singole figure professionali – è stata ampiamente delineata dalla Commissione Nazionale per la definizione e l'aggiornamento dei LEA.
7.2. Funzionamento appropriato
Il Progetto obiettivo "Tutela della salute degli anziani", stralcio del Piano Sanitario Nazionale 1991-1995, indicava l'attivazione dei servizi di ADI come obiettivo prioritario: si ipotizzava il raggiungimento, entro il termine del quinquennio successivo, di almeno il 2-5% degli ultrasessantacinquenni non ospitati in residenze sanitarie assistenziali. I successivi piani sanitari nazionali hanno ribadito che l'ADI rientra nei livelli essenziali e uniformi di assistenza e che devono essere garantiti in uguale misura e intensità su tutto il territorio nazionale.
7.2.1. Obiettivi dell'ADI
Uno degli obiettivi primari dell'assistenza all'anziano
è la riduzione del ricorso all'ospedalizzazione
– in particolare dei ricoveri impropri o incongrui
– e, dove indispensabile, il contenimento della
durata di degenza con una riduzione dei giorni di
ricovero impropri e/o incongrui.
Inoltre, come testimoniato da numerose ricerche,
la maggior parte delle persone anziane, anche
quelle che presentano un livello significativo di
multimorbilità e di disabilità, preferisce rimanere
al proprio domicilio.
L'ambiente familiare, infatti, è più ricco di contenuti
umani e relazionali ed è anche quasi sempre
la soluzione più adeguata.
In quest'ottica, i servizi domiciliari devono orientare
la loro azione sulla base dei seguenti criteri:
mantenere l'anziano nel suo ambiente di vita, supportare
la famiglia, offrire soluzioni alternative
quando tale supporto manca o viene meno, assicurare
continuità assistenziale mediante "dimissioni
programmate" dall'ospedale per acuti, così
come dalle strutture riabilitative (post-acute ed
estensive) o dalla RSA.
- Assistenza a persone con patologie trattabili a domicilio al fine di evitare il ricorso inappropriato al ricovero in ospedale o ad altra struttura residenziale
- Continuità assistenziale per i dimessi dalle strutture sanitarie con necessità di prosecuzione delle cure
- Supporto alla famiglia
- Recupero delle capacità residue di autonomia e di relazione
- Miglioramento della qualità di vita anche nella fase terminale
7.2.2. Integrazione sociosanitaria
Per ottenere risultati efficaci ed efficienti è necessario
considerare che gli anziani hanno bisogno
di risposte molto flessibili e differenziate, che tengano
conto della loro diversità. Queste risposte
devono essere integrate e continuative, ossia tali
da basarsi sull'interazione tra comparto sanitario
e sociale e da assicurare un tragitto assistenziale
programmato.
In quest'ottica emerge la necessità (indicata anche
dalla normativa, di tipo sia sanitario sia sociale –
Piano Sanitario Nazionale 2006-2008, D.Lgs n.
229/99, Legge 328/2000) di realizzare, da parte
delle Regioni, una piena integrazione fra servizi
sanitari e sociali. Nell'area dei servizi per anziani
va incentivata la programmazione locale degli interventi,
qualificando la collaborazione e il concorso
dei diversi soggetti istituzionali e sociali impegnati
nella promozione e tutela della salute degli
anziani. L'integrazione istituzionale, infatti, nasce
dalla necessità di promuovere collaborazioni fra
istituzioni diverse (in particolare aziende sanitarie
e amministrazioni comunali) che si organizzano
per conseguire comuni obiettivi di salute.
Nel modello organizzativo da adottare deve essere
presa in considerazione la forte esigenza, nell'ambito
dell'assistenza domiciliare, di integrazione fra
le risposte di tutti i servizi, in senso sia trasversale
(raccordando le prestazioni contemporaneamente erogate dai diversi livelli di assistenza) sia longitudinale
(garantendo continuità dell'assistenza
nelle fasi di passaggio da un servizio a un altro, in
relazione all'evoluzione del bisogno dell'anziano).
7.2.3. Strutturazione del servizio ADI
In relazione a quanto detto, la programmazione di un servizio di ADI deve necessariamente passare per due punti cardine:
- il modello organizzativo da adottare;
- lo strumento di valutazione multidimensionale da utilizzare.
La cura dell'anziano a domicilio, in particolare
dell'anziano fragile, rappresenta la sfida più grande
per i sistemi sociosanitari di tutti i Paesi industrializzati.
Le necessità sanitarie sono spesso complesse:
l'anziano fragile presenta un mix di problemi
medici acuti e cronici e di disabilità funzionale.
Allo stesso tempo, i supporti sociali sono
frequentemente ridotti o a rischio di "rottura".
Questi fattori comunemente comportano un aumento
– spesso inappropriato – del consumo delle
risorse sanitarie e sociali. È per questo motivo che
l'anziano fragile necessita di interventi combinati
che possono essere garantiti da un "accesso unico
ai servizi" con un approccio basato sui principi
del "case management".
Tuttavia, nel modello del "case management", la
responsabilità tra le varie componenti assistenziali
che partecipano alla cura dell'anziano rimane scarsamente
definita, pertanto i pazienti anziani che
non hanno un referente organizzativo unico tra
l'assistenza sanitaria primaria e secondaria e l'assistenza
sociale rischiano di non ottenere gli interventi
adeguati.
Come descritto in precedenza, la costruzione di
una rete di servizi sul territorio è condizione indispensabile
per la presa in carico globale. In particolare,
lo sviluppo dell'ADI ha lo scopo di mante nere gli anziani nel loro ambiente naturale, di prevenire
i ricoveri impropri e di agevolare il passaggio
dall'ospedale al territorio e viceversa. A monte dell'assistenza
domiciliare è necessario promuovere la
creazione di un accesso unico ai servizi, oggi indicato
con il termine di PUA. Il PUA rappresenta
una modalità organizzativa (e non, necessariamente,
un luogo fisico) e di gestione delle procedure
standardizzate per facilitare un accesso unificato
alle prestazioni sociosanitarie. Il PUA è in
grado di migliorare le modalità di presa in carico
unitaria ed elimina o semplifica i numerosi passaggi
che la persona assistita e/o i suoi familiari devono
compiere. Il PUA può essere definito come il "front
office" dell'assistenza domiciliare ed è il luogo privilegiato,
attraverso la corretta gestione del "caso"
– case management –, dell'integrazione sociosanitaria,
gestionale e professionale. Il PUA deve essere
strutturato come un "servizio" specifico, di cui il
cittadino identifica il luogo e le persone cui rivolgersi
quando emerga una fragilità da affrontare.
Al tempo stesso il PUA è il luogo cui il medico di
medicina generale può rivolgersi quando un suo
paziente ha problemi di fragilità, disabilità, non
autosufficienza non più gestibili routinariamente.
7.2.4. Coordinatore del Caso e Valutazione Multidimensionale
Il sistema dell'accesso unico deve prevedere al suo
interno un coordinatore del caso (case manager),
specializzato nella valutazione del bisogno. Il coordinatore
del caso assumerà il ruolo di "Angelo
Custode" dell'anziano fragile e/o a rischio di disabilità,
coordinando la valutazione di tutte le aree
problematiche emerse, attraverso l'utilizzo di strumenti
di terza generazione. Insieme al geriatra
dell'Unità Valutativa Multidisciplinare (UVM) e
in accordo con il medico di medicina generale
verrà valutata l'eventuale idoneità per la rete dei servizi di assistenza continuativa; il coordinatore
del caso, in particolare, avrà la responsabilità nell'organizzazione
e nel successivo controllo delle
prestazioni erogate. In questo modo, il coordinatore
del caso rappresenta il "braccio operativo" del
medico di medicina generale e della UVM del Distretto.
Il coordinatore del caso ("Angelo Custode")
dovrà essere adeguatamente formato sui principi
del "case management" e sulla valutazione multidimensionale.
In una prima fase (primo contatto),
il coordinatore del caso deve essere lo specialista
della valutazione dei bisogni assistenziali dell'anziano,
attraverso una valutazione di primo livello
che sia in grado di identificare tutte le eventuali
necessità di intervento (eleggibilità a uno o più
dei servizi presenti sul territorio).
Successivamente, attraverso una valutazione multidimensionale
di secondo livello, il coordinatore
del caso e il geriatra della UVM, in accordo con il
medico di medicina generale, identificheranno nel
dettaglio i bisogni di intervento e i vari servizi disponibili,
presupposto questo alla corretta formulazione
del PAI. In questo modo la presa in carico
nell'assistenza domiciliare si accompagna a un approccio
multidimensionale di cui l'aspetto essenziale
è la valutazione globale dello stato funzionale
del paziente attraverso sistemi di valutazione di
terza generazione sperimentati e validati su ampia
scala, standardizzati e in grado di produrre una
sintesi delle condizioni cliniche, funzionali e sociali.
Questo tipo di approccio, oltre a guidare la corretta
elaborazione del PAI, consentirà di arrivare alla
definizione del case-mix individuale e di popolazione
assistita nel rispettivo servizio di ADI.
7.2.5. La gestione clinica dell'anziano in ADI e il ruolo del geriatra
La molteplicità delle figure professionali che intervengono nel processo assistenziale dell'ADI
e la necessità di definire gli ambiti di responsabilità
rendono necessario identificare il medico responsabile
della gestione clinica del paziente e rendere
trasparenti i ruoli di consulenza dei diversi specialisti
medici che intervengono nell'assistenza.
La funzione di responsabile clinico, distinta da
quella del "case manager assistenziale", è propria
del medico di medicina generale ed è sostenuta
dal rapporto fiduciario. Solo in alcuni casi di cure
domiciliari integrate di terzo livello (ospedalizzazione
domiciliare) e in alcuni casi di cure palliative
a pazienti terminali assimilabili all'ospedalizzazione
domiciliare potranno essere definiti diversi
profili di responsabilità, comunque trasparenti,
tracciabili e identificati all'interno del PAI.
Nell'ambito dell'adeguato funzionamento del servizio
di ADI, il geriatra, oltre alle responsabilità
delineate nei paragrafi precedenti, dovrà essere
coinvolto in aspetti specifici dell'assistenza, correlati
sia all'organizzazione del servizio stesso sia
alla formazione del personale. In particolare deve:
- collaborare con i responsabili del Distretto, della ASL e della Medicina Generale, affinché si possa raggiungere il migliore livello qualitativo possibile dell'assistenza erogata;
- collaborare con le controparti istituzionali portando il proprio personale e decisivo contributo di conoscenze basate, da una parte, sulle evidenze scientifiche e, dall'altra, sui dati derivanti dai controlli di qualità dei servizi erogati nella propria realtà territoriale;
- favorire sia l'effettiva multidisciplinarietà all'interno della UVM, sia l'integrazione con gli altri nodi della rete (ospedale, servizi territoriali e residenziali, volontariato);
- contribuire con iniziative valide all'educazione continua degli operatori – medici e non medici – coinvolti nell'assistenza all'anziano;
- proporre e contribuire a realizzare percorsi assistenziali e di "disease management", in grado di ridurre le liste di attesa e qualsiasi altra situazione capace di incidere negativamente sul buon esito della cure domiciliari per l'anziano fragile.
7.2.6. Evidenze scientifiche
Le esperienze nazionali e internazionali suggeriscono
come programmi intergrati di intervento
sociosanitario a domicilio centrati sul modello del
"case-management", e cioè su una figura professionale
esperta nella valutazione del bisogno dell'anziano
fragile e suo "Angelo Custode" nell'assicurargli
l'effettiva erogazione del servizio necessario,
prevengano il declino fisico e rallentino quello
cognitivo degli assistiti.
Il tutto con una riduzione significativa dell'ospedalizzazione
e del ricovero in RSA, permettendo
un risparmio di spesa stimato in oltre il 20%.
In particolare, il modello del "case management"
ha prodotto risultati estremamente positivi in Italia,
in Europa e in altri Paesi: riduzione dei ricoveri
in ospedale e/o in RSA del 35-40% (Italia); riduzione
del ricorso al Pronto Soccorso del 50% (Italia);
miglioramento dello stato funzionale (fisico,
cognitivo e affettivo) del 30% (Italia); riduzione
della spesa sanitaria dal 20% al 29% (Italia); riduzione
dell'istituzionalizzazione del 50%; aumento
dell'aderenza alle strategie di prevenzione
(vaccinazione antinfluenzale) del 25%; riduzione
della comparsa di stress psico-fisico nel caregiver
del 45% (Europa – studio ADHOC); riduzione
della spesa sanitaria con una significativa riduzione
di posti letto ospedalieri per acuti (Canada).
Il Ministero della Salute ha inteso verificare la riproducibilità
di questi risultati in 12 ASL di 4
Regioni (Toscana, Lazio, Veneto e Sicilia), promuovendo
una ricerca – tuttora in corso – per
verificare:
- la possibilità di formare adeguatamente il coordinatore del caso, attraverso un corso strutturato in 5 giorni sull'apprendimento delle tecniche di "management" e di valutazione multidimensionale con strumenti di terza generazione;
- l'impatto di un servizio di ADI con accesso unico e "Angelo Custode" su qualità della vita, funzione fisica, cognitiva, comportamentale e affettiva, tasso di ospedalizzazione e di re-ospedalizzazione, durata della degenza in ospedale, tasso di istituzionalizzazione, consumo dei farmaci.
7.3. Criticità e possibili soluzioni
- La consistenza dei servizi nel territorio dovrebbe essere decisamente aumentata, in modo da arrivare a valori simili a quelli della media dei Paesi europei nei quali l'assistenza all'anziano è di più alta qualità. Si dovrebbe cioè passare, per l'ADI, dallo 0,5% (Centro-Sud)- 3% (Nord) attuale ad almeno al 5-6% di tutti gli ultrasessantacinquenni.
- La programmazione dei servizi di ADI dovrebbe tenere conto delle caratteristiche del bacino d'utenza e della qualità dei servizi erogati. Le scelte decisionali dovrebbero, quindi, dipendere dalle caratteristiche socio-demografiche (es. consistenza del nucleo familiare) ed economiche (es. residenza in area industriale o agricola, centro storico) e dai controlli di qualità dei servizi.
- Il livello massimo possibile di integrazione tra l'ospedale e l'ADI e viceversa deve essere assicurato, in modo da consentire un'effettiva continuità assistenziale per l'anziano fragile.
- Il programma di continuità assistenziale a domicilio deve consentire un'integrazione ottimale tra supporto formale e informale (volontariato, familiari e/o altri caregiver).
- L'obiettivo dell'assistenza domiciliare è raggiungibile, a patto che sia stabilito un programma concordato tra ASL e Servizio Sociale del Comune, tale da consentire un'effettiva integrazione sociosanitaria, e che il PUA di riferimento gestisca l'integrazione dei servizi del territorio in accordo con il distretto, le unità complesse di cure primarie/aggregazioni funzionali territoriali della medicina generale e il medico di medicina generale.
- Il coordinatore del caso è una figura professionale nuova e dovrà essere adeguatamente formata sui principi del case management e sulla valutazione multidimensionale. Proprio l'importanza e la provata efficacia di questi nuovi modelli di assistenza geriatrica hanno portato negli Stati Uniti e negli altri Paesi europei a un aumento degli spazi offerti alla formazione gerontologico- geriatrica a livello sia universitario sia delle scuole professionali. Senza operatori formati professionalmente e opportunamente motivati, nessun tipo di assistenza domiciliare all'anziano porterà a un reale vantaggio.
- L'attuazione di efficaci programmi di prevenzione deve essere garantita nell'ambito delle attività dell'assistenza domiciliare (patologia infettiva, ulcere da pressione, malnutrizione).
- La lista d'attesa per l'attuazione dei programmi di assistenza domiciliare deve essere ridotta al minimo, con l'obiettivo di consentire in tempi adeguati il ritorno dell'anziano al proprio domicilio dopo il ricovero in ospedale o altra istituzione. Ciò può essere realizzato snellendo e deburocratizzando le procedure di attivazione, anche con l'impiego delle tecnologie telematiche ed eventualmente differendo le procedure valutative più complesse sulla base di una prima presa in carico da parte del medico di medicina generale, in un' ottica che, ponendo al centro dell'attenzione il paziente, privilegi la tempestività dell'erogazione assistenziale.
- Il miglioramento della comunicazione deve costituire un obiettivo prioritario degli operatori, in modo che l'anziano e i suoi familiari possano disporre di punti di riferimento precisi per l'utilizzazione ottimale dei servizi di ADI (attivazione PUA).
- Tutti gli operatori coinvolti nei servizi di ADI devono avere una sufficiente preparazione sulle principali problematiche dell'assistenza all'anziano. Le mancanze strutturali nella formazione geriatrica degli operatori professionali e ancora più la mancanza di preparazione culturale sull'assistenza continuativa si esplicita in una richiesta di formazione professionale sentita e pressante da parte degli operatori sanitari stessi.
- Le istituzioni hanno la responsabilità di implementare banche dati sull'assistenza domiciliare per trarre informazioni sulla qualità delle prestazioni erogate e sulla quantificazione del fabbisogno assistenziale anche in termini economici.
- Le banche dati devono essere attendibili, cioè di sufficiente dimensione e con strumenti validati, in modo da permettere un loro confronto con i risultati ottenuti in altri bacini d'utenza, come Distretti, ASL, Regioni, a livello sia nazionale sia transnazionale (adozione di strumenti di valutazione di terza generazione).
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8. I nodi della rete: le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA)
8.1. Le RSA e le difficoltà classificative
Secondo Kane et al. "Le Nursing Homes sono figlie
bastarde delle case della carità e degli ospedali, ed
esprimono le peggiori caratteristiche dei due genitori.
Sono viste come l'ultima spiaggia, allo stesso modo
degli ospedali del 19° secolo. Lo stereotipo è quello
di un luogo brutto, puzzolente, popolato di persone
fragili, spesso affetti da demenza grave. Molte di
queste istituzioni potrebbero essere paragonate a
quelle per malati mentali descritte da Pinel".
Le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) sono
Istituti di ricovero, una volta denominati Case di
Riposo o Strutture Protette, che accolgono persone
anziane non autosufficienti, non più in grado di
rimanere al proprio domicilio per la compromissione
anche molto grave delle loro condizioni di
salute e di autonomia. Secondo la normativa nazionale,
la RSA deve offrire agli ospiti, per ricoveri
temporanei o a tempo indeterminato:
- una sistemazione residenziale con una connotazione il più possibile domestica, organizzata in modo da rispettare il bisogno individuale di riservatezza e di privacy e da stimolare al tempo stesso la socializzazione tra gli ospiti;
- tutti gli interventi medici, infermieristici e riabilitativi necessari a prevenire e curare le malattie croniche e le loro riacutizzazioni;
- un'assistenza individualizzata, orientata alla tutela e al miglioramento dei livelli di autonomia, al mantenimento degli interessi personali e alla promozione del benessere.
In questi anni lo sviluppo dell'autonomia regionale ha portato a una moltiplicazione dei modelli di assistenza residenziale, con la relativa molteplicità di definizioni e nominalistica. Per superare le difficoltà indotte dalla multiformità delle logiche regionali e dalla resistenza a rinunce anche parziali rispetto alla storia delle singole Regioni, il gruppo di lavoro n. 12 del progetto Mattoni ha proposto una classificazione secondo diversi livelli di complessità (Tabella 8.1).
Tabella 8.1 Classificazione delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) secondo il gruppo di lavoro n. 12 del progetto Mattoni
- Livello R1 – Assistenza sub-intesiva in regime residenziali (hospice, comi ecc.)
- Livello R2 – Assistenza residenziale a elevata integrazione sanitaria
- Livello R2D – Assistenza residenziale specialistica per soggetti con demenza senile
- Livello R3 – Assistenza residenziale a bassa integrazione sanitaria
Ovviamente, da un punto di vista assistenziale ci si deve augurare nel prossimo futuro un impegno sempre più marcato per costruire su tutto il territorio nazionale modelli di RSA omogenei, mettendo insieme le preziose esperienze di questi ultimi vent'anni.
8.2. La condizione clinica degli ospiti
Il sistema delle RSA va collocato all'interno di una
rete dei servizi che assistono l'anziano che ha perso
(o è a rischio di perdere) l'autosufficienza. Uno dei
"miti" nelle discussioni sulla rete dei servizi è quello
della permanenza dell'anziano al proprio domicilio.
L'evoluzione dello scenario demografico ha però di
fatto posto fine al dibattito, evidenziando come tale
obiettivo, che pure resta primario per ogni sistema
di assistenza, è tuttavia difficilmente raggiunto e
raggiungibile nella nostra organizzazione sociale.
Visto il progressivo aumento del fenomeno della
polipatologia e ancora più della disabilità descritto
nei Capitoli precedenti, le RSA sono diventate, nel
corso degli anni, la risposta assistenziale privilegiata
per gli anziani fragili, con una chiara tendenza verso
una maggiora gravità clinico-assistenziale degli ospiti
che non sembra avere ancora trovato un equilibrio.
Dati relativi alla realtà delle Nursing Home statunitensi
dimostrano, infatti, che negli ultimi 20
anni il numero degli ospiti con più disabilità alle
ADL (Activities of Daily Living) è aumentato dal
71,8% all'89,9% e quello dei pazienti con incontinenza
dal 55% al 75%. Nello stesso periodo l'età
media è passata da 82 a 86 anni e la percentuale
di disturbi cognitivi rilevanti dal 61% al 78%.
Anche indagini condotte nel nostro Paese hanno
messo in luce, mediante strumenti valutativi delle
complessità clinico-assistenziali, un analogo significativo
cambiamento delle performance cognitive,
funzionali e di salute degli ospiti delle Residenze
per anziani.
Lo studio osservazionale ULISSE (un Link Informatico
sui Servizi Sanitari Esistenti per l'anziano),
finanziato dal Ministero della Salute, ha permesso
di rilevare le caratteristiche clinico-funzionali dei
soggetti assistiti in 31 RSA distribuite sul territorio
nazionale.
Il tutto si inserisce in un contesto di ulteriore
complessità a livello macro, nel quale molti quesiti
sono ancora irrisolti: non è chiaro, per esempio,
quale debba essere il fabbisogno di posti letto all'interno
delle singole Regioni, né quale debba
essere il tipo di assistenza fornito dalle stesse.
Il fabbisogno di posti letto non sempre risponde
alle sole caratteristiche cliniche dell'utenza; dipende,
infatti, anche dalle condizioni socioeconomiche
della popolazione (la presenza di molto
anziani, l'organizzazione dell'habitat, il livello di
povertà, le possibilità di trasporto ecc.) e dalla
presenza di soluzioni assistenziali alternative. Infatti,
l'offerta limitata di sistemi di protezione direttamente
forniti al domicilio dell'anziano è la
principale determinante della domanda di allocazione
nelle residenze.
Quanto al tipo di assistenza, vi sono ancora molte
incertezze. Le RSA devono "specializzarsi" in nuclei
al cui interno curare individui con problematiche
cliniche simili? Devono essere strutture residenziali
che forniscono assistenza sanitaria a soggetti non assistibili a domicilio, o devono anche
rappresentare un riferimento erogatore di servizi
per la comunità (centri diurni, ambulatori, assistenza
domiciliare)? Ancora, devono prevedere
posti letto per degenze temporanee di sollievo o
dedicarsi soltanto alla residenzialità stabile? Devono
porsi come alternativa, a minor costo, rispetto
a strutture lungodegenziali riabilitative? Per
tutte queste domande non vi è ancora una riposta
definitiva; sono aperte allo studio, alla sperimentazione,
alla costruzione di servizi fondati su dimostrazioni
di efficacia.
8.3. Criteri generali sull'organizzazione
Le RSA sono strutture di tipo extraospedaliero
che fanno parte della rete dei servizi territoriali di
primo livello. Secondo il Progetto obiettivo "Tutela
della Salute degli anziani" del 1992, l'obiettivo
nazionale di posti letto di strutture residenziali
da realizzare entro il 1995 era pari al 6% degli
anziani ultrasessantacinquenni (420.000), di cui
il 2% (140.000) garantito dalle RSA. Successivamente
tale obiettivo non è stato più aggiornato;
quel 2% oggi significherebbe oltre 200.000 posti
letto nelle RSA per anziani.
L'universo della non autosufficienza nelle RSA
può essere suddiviso in due grandi tipologie distintive
a elevato livello di non autonomia: le
forme cronico-degenerative e le demenze.
La prima tipologia ricomprende soggetti colpiti
da patologie con andamento cronico-degenerativo
non guaribili che si presentano sempre associate
tra di loro [patologie cardiache croniche, broncopneumopatia
cronica ostruttiva (BPCO) con
insufficienza respiratoria, vasculopatie di tutti i
distretti arteriosi, osteoartropatie, morbo di Parkinson,
sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla
ecc.)] o da eventi morbosi (esiti di ictus cerebrale)
che richiedono comunque attività terapeutica,
riabilitativa e assistenziale continua, allo
scopo di prevenire le riacutizzazioni e le conseguenze
negative connesse all'immobilità e di limitare
i ricoveri in ambiente ospedaliero.
La seconda tipologia, invece, accoglie soggetti colpiti
da demenza grave, non necessariamente collegata
ad altre compromissioni funzionali, anzi
spesso associata a un'accentuata ipermobilità relativa
e iperattività notturna.
Le RSA, in particolare quelle di nuova costruzione,
vanno preferibilmente localizzate in zone già urbanizzate,
integrate con il preesistente contesto,
o ben collegate mediante mezzi pubblici a centri
urbani, al fine di evitare ogni forma di isolamento.
Di particolare interesse risultano le iniziative di
ristrutturazione o riconversione di edifici già esistenti
localizzati nei centri storici e la presenza di
spazi verdi per attività motorie e ricreative, dove
possibile. Le RSA, sulla base di standard dimensionali,
possono essere ricavate anche presso aree
e spazi resi disponibili dalla riduzione di posti
letto ospedalieri.
La capacità ricettiva deve essere non inferiore a
20 e non superiore a 120 posti, articolata in nuclei
da 20 soggetti (DPR 14/1/1997). Ogni 4 moduli,
1 di 10-15 posti va riservato alle demenze.
L'organizzazione per nuclei o moduli appare la
più idonea a garantire l'assistenza residenziale a
gruppi di ospiti di differente composizione, nonché
a favorire il razionale impiego del personale e
l'utilizzazione delle risorse.
8.4. Il governo degli accessi. Le Unità di Valutazione Geriatrica
La decisione in ordine al ricovero è assunta dall'Unità
di Valutazione Multidimensionale (UVM)
del Distretto, i cui membri – il medico geriatra,
l'assistente sociale e l'infermiere professionale –
provvedono alla valutazione della situazione cominforplessiva
della persona, dei suoi bisogni sociali e
sanitari, dei suoi livelli di autonomia, della possibilità
o meno di soluzioni alternative. Le UVM,
la cui composizione varia nelle diverse realtà italiane,
devono avere al proprio interno una specifica
componente culturale e operativa geriatrica, perché
la specificità della non autosufficienza dell'anziano
richiede esperienze e competenze specifiche.
Le UVM hanno prevalentemente sede
presso il Distretto; devono però essere dotate di
un'alta flessibilità di lavoro, sia temporale (l'anziano
può subire un aggravamento improvviso
delle proprie condizioni che ne rendono impossibile
la permanenza a casa) sia spaziale (presso il
Distretto, ma anche al domicilio o in ospedale).
Poiché il ricovero in RSA prevede la partecipazione
al costo del servizio da parte dell'interessato o dei
familiari "tenuti agli alimenti" (a norma del codice
civile, il coniuge, i figli ecc.), l'inserimento della
persona giudicata idonea nella lista d'attesa è condizionato
alla definizione – da parte dei familiari
– delle relative procedure amministrative.
All'UVM spetta il compito di ricevere la domanda
di intervento, di analizzarla, di valutare la condizione
di auto/non autosufficienza e di esprimere
un orientamento assistenziale. Per favorire l'efficacia
e l'appropriatezza delle prestazioni sociosanitarie
necessarie a soddisfare le necessità assistenziali
dei soggetti destinatari, l'erogazione delle prestazioni
e dei servizi è organizzata di norma attraverso
la valutazione multidimensionale del bisogno,
la definizione di un piano di lavoro integrato
e personalizzato e la valutazione periodica dei risultati
ottenuti. L'UVM deve essere effettuata con
appositi strumenti validati per la misurazione dei
problemi/bisogni sanitari, cognitivi, psicologici e
sociali dell'ospite al momento dell'ammissione e
periodicamente (a questo proposito si vedano le
indicazioni del gruppo di lavoro n. 12 del progetto
Mattoni). L'attribuzione dell'ospite al corretto livello di assistenza dovrà avvenire mediante strumenti
di analisi del case-mix assistenziale derivati
dai dati dell'UVM.
Il gruppo di lavoro n. 12 del progetto Mattoni e
la commissione LEA non sono riusciti a ottenere
dalle Regioni il consenso sull'adozione di un unico
strumento UVM e di analisi del case-mix. Hanno
quindi individuato un set minimo di informazioni
necessario ad alimentare il Flusso Informativo Residenziale
(FAR), che rappresenta una base dati
comune ai più diffusi strumenti in uso e può
essere da essi alimentato automaticamente. Di
conseguenza, il DM 17.12.2008 prevede che il
flusso informativo nazionale possa essere alimentato
indifferentemente da uno dei tre strumenti
validati dal Ministero (RUG, SVAMA, AGED),
nonché da eventuali diversi strumenti già adottati
dalle Regioni, a condizione che per gli stessi vengano
prodotti idonei file di transcodifica che ne
documentino l'idoneità ad alimentare correttamente
il flusso informativo nazionale. Il flusso
dovrà essere a regime dall'1 gennaio 2011.
Pur con questi limiti, il lavoro prodotto dalle commissioni
ministeriali appare di grande valore, perché
getta le basi per una comune metodologia di
lavoro che possa portare allo sviluppo di una cultura
e di una prassi dell'assistenza residenziale che
appare sempre più necessaria in un settore che
già in alcune regioni ha superato per numero di
posti letto quello ospedaliero.
Inoltre, imponendo precisi criteri e tempi per l'alimentazione
del flusso informativo nazionale, si
obbligano di fatto le regioni ad adottare una regolamentazione
del settore organica e allineata ai
principi generali del decreto.
Dalla valutazione multidimensionale geriatrica
devono emergere come fattori determinanti della
scelta il grado di non autosufficienza (valutazione
della capacità residua) e la consistenza del supporto
formale (assistenza domiciliare integrata) e informale (famiglia e volontariato). Per valutare le condizioni
psicofisiche dell'anziano, l'UVM si avvale
di scale di autosufficienza, integrate da componenti
sociali (reddito, nucleo familiare, caratteristiche
dell'abitazione ecc.), al fine di valutare anche
misure alternative all'assistenza residenziale. Compiute
le valutazioni preliminari, l'anziano non autosufficiente
viene inserito all'interno di una lista
d'attesa a livello di distretto o di Azienda Sanitaria.
La RSA utilizza un modello organizzativo che,
anche attraverso l'integrazione con i servizi territoriali
delle unità sanitarie locali, garantisce:
- la stesura di un piano di assistenza individualizzato corrispondente ai problemi/bisogni identificati;
- la raccolta dei dati delle singole valutazioni multidimensionali tale da permettere il controllo continuo delle attività clinico-assistenziali;
- il coinvolgimento della famiglia dell'ospite;
- la continuità dell'assistenza al paziente in caso di urgenze o eventi imprevisti (clinici, organizzativi, tecnologici).
Nelle RSA sono erogati anche interventi di riabilitazione caratterizzati da un moderato impegno terapeutico a fronte di un forte intervento di supporto assistenziale. Ogni intervento riabilitativo deve essere attuato solo quando opportunamente inserito nel piano individuale di assistenza all'anziano. In questo contesto il geriatra ha il ruolo di individuare i soggetti per i quali l'intervento fisioterapico risulti efficace, utilizzando misure di performance fisica (forza muscolare degli arti inferiori, valutazione dell'equilibrio ecc.) e coordinando il team riabilitativo.
8.5. Standard assistenziali
Le singole Regioni applicano e misurano gli standard
assistenziali secondo criteri non sempre assimilabili.
In linea di massima il parametro più comunemente utilizzato è quello dei "minuti di assistenza
giornaliera", intesa come somma totale
del potenziale di assistenza espresso dalle unità di
personale in servizio nella struttura nell'arco delle
24 ore.
I minuti di assistenza sono l'indicatore più comunemente
utilizzato per qualificare il livello di
assistenza erogata, presupponendo una correlazione
fra l'entità delle risorse messe in campo e
l'intensità e qualità del servizio che ne deriva. Nei
minutaggi di assistenza vengono in genere conteggiate
solo le figure di assistenza al paziente:
personale infermieristico, OSS (operatori sociosanitari)
o OSSS (operatori sociosanitari con formazione
complementare in assistenza sanitaria),
terapisti della riabilitazione, animatori. Viene
escluso dal conteggio il personale amministrativo
e tecnico-logistico di supporto.
Vengono conteggiati i minuti effettivamente lavorati
ogni giorno, su media mensile, dal personale
impiegato. Alcune Regioni utilizzano indicatori
leggermente differenti (numero di addetti per posto
letto, turnistica specifica ecc.), che sono tuttavia
riconducibili allo stesso concetto.
Gli standard di assistenza utilizzati variano in media
dai 90 ai 150 minuti/die, con importanti differenze
tra le diverse Regioni, non sempre giustificate
dai livelli di complessità assistenziale delle
strutture.
L'applicazione degli standard assistenziali tiene
conto del lay-out organizzativo e delle dimensioni
globali della struttura. Nelle strutture di dimensioni
più piccole appare quasi sempre necessario
adottare standard più elevati, per assicurare la necessaria
turnistica su 24 ore e i servizi di coordinamento.
Gli standard mettono in luce l'esigenza
di disporre di nuove figure professionali oltre all'infermiere
[OSS, OTA (operatori tecnici addetti faall'assistenza),
ASA (ausiliari socioassistenziali)],
in grado di svolgere le funzioni fondamentali di
cura dell'ospite e di sorveglianza.
8.6. Il ruolo del medico e l'organizzazione dell'assistenza
Ogni struttura residenziale è diretta da un Direttore
di Struttura, figura che deve avere competenze
complesse e per il quale non è stato definito uno
specifico profilo professionale e formativo, anche
se oggi si stanno moltiplicando le offerte formative
post-universitare orientate a questa professione. Il
Direttore di struttura può provenire da un percorso
assistenziale, sociale, economico-gestionale, alberghiero:
in ogni caso deve essere in grado di leggere
e coordinare le diverse attività svolte nella struttura
e sovrintendere ai suoi problemi gestionali. In alcune
Regioni, e per alcune tipologie di residenze,
viene richiesta anche la figura del Direttore Sanitario,
individuato in un medico con competenze
in campo igienico organizzativo e/o geriatrico.
L'organizzazione operativa dell'attività assistenziale
è basata su organigramma, funzioni, strumenti e tempi. I tempi dell'organizzazione devono essere
strutturati sulle esigenze degli ospiti piuttosto che
su quelle degli operatori, ma devono anche consentire
l'equilibrato flusso delle attività della struttura.
Secondo quanto stabilisce il DPR 14 gennaio
1997, strumenti fondamentali dell'organizzazione
sono la Valutazione Multidimensionale (VMD),
il Piano di Assistenza Individuale (PAI) e la struttura
Multiprofessionale delle Equipe (MP).
Il PAI è il programma di lavoro organico dell'equipe
multiprofessionale: è costruito a partire
dalla VMD e definisce obiettivi, condivisione (anche
con i familiari) e assegnazione di compiti, parametri
e strumenti di monitoraggio e verifica.
La costruzione del PAI costituisce il primo passaggio
del lavoro dell'equipe multiprofessionale,
che deve essere sviluppato con il contributo di
tutti gli operatori che interagiscono quotidianamente
con l'ospite e sono in grado di riferire sui
suoi specifici bisogni e comportamenti. Il PAI
prevede obiettivi generali e particolari, con attività
definite assegnate ai singoli operatori e con momenti
di condivisione. Elemento strategico del
PAI è la sua discussione e condivisione con i familiari
anche perché rappresenta un momento
di forte presa d'atto delle sue reali condizioni e
dei suoi bisogni, nonché di comprensione del lavoro
dell'equipe.
Le riunioni periodiche di aggiornamento del PAI
rappresentano il fulcro del piano di lavoro stesso,
soprattutto se sono l'occasione per condividere
osservazioni e informazioni essenziali per modulare
e correggere il lavoro dei singoli.
L'equipe MP è formata dall'insieme degli operatori.
La sua operatività non si risolve semplicemente
nelle riunioni periodiche e nella costruzione
e gestione del PAI, ma in una filosofia di lavoro
condivisa e nella circolazione continua delle informazioni.
L'equipe MP deve riuscire a superare
il modello gerarchico delle professioni realizzando
un piano di confronto orizzontale.
L'organizzazione del lavoro deve essere espressione
dello sviluppo dei piani di assistenza e deve poter
essere tarata su modelli non necessariamente meccanici
come quelli dei reparti ospedalieri. La presenza
dell'infermiere nell'arco della giornata è anch'essa
espressione dei singoli piani di lavoro sviluppati
nei nuclei. Strumenti tarati sull'assorbimento
specifico di risorse per profilo professionale
consentono di definire standard organizzativi basati
sull'effettivo carico assistenziale degli ospiti presenti.
Poiché l'attività nelle RSA è per definizione di
lunga durata e senza interruzione, è indispensabile
utilizzare sistemi di misurazione che periodicamente
permettano di rilevare l'efficacia degli interventi.
È necessaria l'implementazione in ogni
RSA di un sistema di rilevazione degli outcome
(come peraltro viene richiesto dalle autorità regolatorie,
nella ricerca di nuove modalità di pagamento
delle prestazioni che tengano conto non
solo di indici strutturali e di funzionamento, ma
anche di "risk-adjusted outcomes"). La definizione
degli outcome costringe alla caratterizzazione delle
relative procedure, che costituiscono l'ossatura di una buona organizzazione. Rilevazioni periodiche,
con frequenza prestabilita, di parametri clinici
specifici permettono di identificare precocemente
modificazioni delle condizioni di salute, predisponendo
gli adeguati interventi.
L'assistenza nelle strutture residenziali deve tendere:
a operare affinché l'ambiente sia di supporto
al paziente cronico e non autosufficiente; deve essere
orientata al recupero e al mantenimento del
massimo livello possibile di autosufficienza, a preservare
e ottimizzare l'autonomia individuale, il
benessere soggettivo, la soddisfazione personale;
a fornire conforto e dignità al paziente terminale;
a stabilizzare e ritardare la progressione delle patologie
croniche; a prevenire le patologie acute e
iatrogene e a identificare e trattare rapidamente
quando queste si manifestano. Inoltre, l'assistenza
nelle RSA deve essere compiuta tenendo conto
del ruolo centrale di queste istituzioni nella rete
dei servizi geriatrici, in modo da evitare la formazione
di ghetti di fatto, impermeabili rispetto ai
bisogni – spesso pressanti – degli anziani che vivono
in un determinato territorio.
Le strutture residenziali sono strutture della rete
territoriale e l'assistenza medica deve essere fornita
dal sistema di cure primarie nell'ambito di un modello
organizzativo regionale che integri il ruolo
del medico di medicina generale, per il tramite
delle aggregazioni funzionali territoriali e delle
unità complesse di cure primarie. Anche i farmaci,
le prestazioni specialistiche, gli ausili e i presidi sanitari
sono garantiti al paziente dal Servizio Sanitario
Nazionale con modalità definite dal modello
organizzativo regionale. L'organizzazione dell'assistenza
medica primaria in RSA presenta spesso
notevoli problematiche logistiche e organizzative.
È pertanto necessario organizzare la presenza dei
medici di assistenza primaria secondo un modello
funzionale integrato che superi il rapporto di scelta
a quota capitaria prevedendo uno specifico impegno orario. In letteratura vi sono numerosi dati
italiani, europei e americani secondo i quali la presenza
di un team medico stabile all'interno delle
residenze per anziani garantisce più elevati risultati
di salute. In particolare, permette di ridurre drasticamente
i ricoveri ospedalieri degli ospiti, fenomeno
che da una parte aggrava il funzionamento
del pronto soccorso e, allo stesso tempo, è fonte
di grave stress e disagio per l'ospite, senza che sia
realmente difesa la sua salute.
Una delle caratteristiche che rende l'assessment
geriatrico in RSA diverso da quello effettuato in
altri setting è che la valutazione medica e la terapia
devono essere fortemente integrate nel piano di
cura assieme a tutti gli indicatori geriatrici.
La decisione clinica è complicata dal fatto che
molte procedure diagnostiche e terapeutiche non
sono accessibili e, quando lo sono, comportano
un elevato rischio di iatrogenicità e di disagio, talvolta
maggiori del beneficio che da esse può derivare.
Il potenziale guadagno che discende da un
controllo serrato di alcune patologie croniche (diabete
mellito, scompenso cardiaco congestizio, ipertensione
ecc.) può essere sovrastato dal rischio iatrogenico
in soggetti molto vecchi e con funzione
grandemente compromessa.
Inoltre, problemi quali la scarsa disponibilità di
fondi della struttura spesso riducono in modo diretto,
o attraverso un'autolimitazione del medico,
l'interesse verso interventi diagnostici e terapeutici
potenzialmente efficaci; così, purtroppo, il "meno
peggio" diventa oggettivamente l'obiettivo terapeutico.
Nell'istituzione geriatrica le possibilità di intervento
medico tradizionale sono ampie e vanno
dal riconoscimento alla terapia delle riacutizzazioni
di problemi cronici (scompenso cardiaco, patologie
metaboliche, BPCO ecc.) alla gestione di patologie
acute (infezioni respiratorie, urinarie, gastroenteriche,
cutanee ecc.) e alle relative terapie.
La modificazione delle condizioni cliniche degli
ospiti (descritta precedentemente) rende sempre
più frequenti queste considerazioni. D'altro canto,
i medici non sono sempre presenti nella struttura
quando si manifestano patologie acute e le prime
cure vengono talvolta prestate telefonicamente.
In questa situazione l'imperativo geriatrico dell'intensività
non è soddisfatto; il paziente viene
inviato in una divisione ospedaliera per acuti senza
aver ricevuto una tempestiva assistenza qualificata
(che in buona parte dei casi può evitare l'ospedalizzazione);
qui viene preso in carico da personale
che non ha familiarità né interesse nella cura del
paziente molto vecchio e disabile. Ogni RSA dovrebbe
predisporre protocolli ad hoc, che permettano
una sicura e standardizzata gestione delle
emergenze, anche in temporanea assenza del medico.
Nelle strutture di una certa dimensione (e
quindi con disponibilità economiche) la guardia
interna rappresenta un significativo vantaggio per
la sicurezza dell'ospite.
Anche al di là dei problemi di emergenza, il paziente
in una struttura residenziale geriatrica deve
essere valutato con periodicità; il medico ha contatti
continuativi con lo staff assistenziale che,
prima del medico stesso, rileva le modificazioni
sintomatologiche, dello stato funzionale o del
comportamento, cioè i segni di un'incipiente patologia
acuta. La diagnosi deve essere sempre fatta
(o quanto meno il problema del raggiungimento
della diagnosi deve essere sempre posto; le decisioni
sul procedere o meno a un work-up procedurale
devono essere formalizzate; si deve cioè
uscire dal ghetto delle definizioni generiche e approssimative)
e un trattamento intensivo deve essere
messo in opera in risposta alla "crisi"; solo
così è possibile evitare che una malattia d'organo
diventi d'organismo e che vi siano alte probabilità
di una non adeguata ripresa funzionale. Per questo
motivo la RSA deve operare in stretta collaborazione con un ospedale (collaborazione che non
può essere saltuaria, ma fondata su un rapporto
che dovrebbe essere convenzionale).
Non vi è un consenso diffuso sul punto di equilibrio
fra interventi clinici all'interno della RSA e
ricovero ospedaliero. È necessario superare la tendenza
diffusa ad affrontare con i limitati strumenti
diagnostici e terapeutici delle strutture residenziali
tutti i problemi clinici; solo un reparto ospedaliero
adeguatamente attrezzato può rispondere a taluni
bisogni sanitari anche di un ospite di una struttura
residenziale. Se, in presenza di una grave patologia
acuta, l'anziano viene mantenuto in una struttura
non dotata di strumenti adeguati per effettuare
una diagnosi e una terapia delle singole alterazioni,
il rischio di una prognosi infausta o di una grave
perdita della funzione sarà elevatissimo. Non si
deve però dimenticare che vi è lo stesso pericolo
se il paziente viene ricoverato in strutture ospedaliere
non qualificate per la diagnosi e cura dell'anziano.
L'ospedalizzazione deve essere mantenuta
per il minor tempo possibile, poiché può
provocare, di per sé, effetti negativi sulla salute
del paziente anziano (delirium, compromissione
del senso di fame e di sete, complicanze da prolungato
allettamento ecc.). La struttura residenziale
deve essere pertanto attrezzata al precoce accoglimento
del paziente ospedalizzato.
Il medico in una struttura residenziale geriatrica
ha un ruolo specifico nella cura dei "problemi geriatrici"
quali l'incontinenza, le difficoltà dell'equilibrio
e della deambulazione, l'insonnia, le cadute,
le algie croniche (osteoarticolari, neuropatiche,
neoplastiche), i problemi iatrogeni.
La RSA è inoltre la principale struttura di assistenza
e cura degli anziani "malati di mente". Già
prima della legge di deistituzionalizzazione, un
elevato numero di pazienti con problemi comportamentali
era ricoverato in istituti geriatrici;
la presenza di una percentuale così elevata sottolinea la necessità di un sistema per la corretta valutazione
e l'opportuno trattamento. Gli ospiti di
una casa di riposo con problemi psichici possono
essere suddivisi in due gruppi: i pazienti con una
lunga storia di malattia o di ritardo mentale e di
istituzionalizzazione e coloro che hanno sviluppato
i sintomi già in età avanzata. Di frequente riscontro
sono gli stati depressivi e le demenze, che possono
essere complicati da disturbi comportamentali.
Questi ultimi richiedono preparazione psicogeriatrica,
poiché molti sintomi sono comuni
alle diverse categorie eziologiche; per esempio, il
delirio e le allucinazioni sono manifestazioni sia
di psicosi che di demenza; diversi stati depressivi
si manifestano con apatia, mutacismo, inibizione
psicomotoria, segni sia di disturbo dell'umore che
di patologia organica. Senza una diagnosi precisa,
la vera natura della condizione clinica non viene
determinata e quindi anche le condizioni psichiatriche
reversibili vengono trascurate. Si spiegano
in questa luce i pattern di prescrizione psico-farmacologica
spesso diffusi in un istituto geriatrico,
caratterizzati per la prevalenza di sedativi (neurolettici
e ipnotici), a conferma che è principalmente
la sintomatologia "disturbante" per l'ambiente a
essere trattata e controllata, e non quella che provoca
maggiore sofferenza soggettiva. La cura della
depressione è anche troppo largamente considerata
inutile (mancata diagnosi o incapacità di comprenderne
il rilievo clinico) o rischiosa (timore
nell'uso di farmaci con effetti collaterali specifici
nell'età avanzata).
Nella RSA il medico deve affrontare anche la cura
del paziente terminale e i problemi etici relativi
alle scelte terapeutiche da adottare. In situazioni
particolari, taluni ospiti preferiscono una morte
senza interventi eroici a un prolungamento della
vita di solo poche giornate; troppo spesso, però,
si accetta superficialmente l'astensione terapeutica
come scelta di far morire per vecchiaia gli ospiti, conquando
le condizioni cliniche pongono margini
di intervento ancora precisi e ampi (solo il medico
esperto conosce i limiti, ma anche i possibili successi
di un atto terapeutico).
Infine, un compito non marginale è il mantenimento
di rapporti significativi con i familiari degli
ospiti: deve gestire difficoltà personali, sensi di
colpa, di inadeguatezza, di aggressività ingiustificate,
sostanziali abbandoni; spesso in questo ruolo
nessuno può sostituire il medico, il cui prestigio e
competenza sono strumenti utili per mantenere
la serenità nel rapporto tra l'ospite e la sua famiglia,
serenità che spesso si riflette anche nel rapporto
tra ospiti e operatori. Da questo punto di
vista, la professione all'interno delle RSA ha compiti
più ampi e più gravosi rispetto a quelli esercitati,
per esempio, nell'ospedale o nel territorio.
8.7. I Nuclei Alzheimer
Nell'ambito dell'organizzazione della RSA, una
riflessione particolare merita il tema del Nucleo
Alzheimer. Per Nucleo Alzheimer s'intende un'area
di degenza e di vita specificamente dedicata a soggetti
con disturbi cognitivi e del comportamento,
strutturato in modo da costruire intorno al pazienti
un "ambiente protesico" che faciliti l'orientamento
e limiti le interazioni critiche tra il paziente
e l'ambiente. Il Nucleo Alzheimer prevede
ambienti e arredi specificamente progettati, oltre
a codici colore, strumenti di controllo ambientale,
e soprattutto il "giardino alzheimer", spazio di libero
uso, ricco di stimoli sensoriali, che faciliti il
controllo del wandering. Alcune Regioni, come
la Lombardia, hanno previsto la realizzazione di
questi nuclei nell'ambito dell'organizzazione delle
RSA. Il DM 17 dicembre 2008 li prevede come
livello assistenziale a se stante. Il dibattito sui Nuclei
Alzheimer data in realtà fin dai primi anni
Novanta, con opinioni contrapposte di chi teme una "ghettizzazione" del paziente demente e di
chi, al contrario, intende riservargli un ambiente
specialistico a più elevato valore assistenziale. Gli
studi realizzati sull'argomento hanno dimostrato
un migliore adattamento dei pazienti, una riduzione
delle pratiche di contenzione fisica e farmacologica,
un minore burn-out degli operatori. A
oggi, comunque, la realizzazione dei Nuclei Alz -
heimer deve prevedere specifici requisiti di tipo
sia progettuale sia organizzativo e deve individuare
precisi criteri di accesso riservati alle fasi centrali
di malattia in cui si manifestano in modo più
produttivo disturbi del comportamento.
In Italia, l'istituzione di servizi sanitari innovativi
per i pazienti affetti da demenza è proceduta in
modo molto timido. La Regione Lombardia ha
costituito il primo modello di rete integrata e specifica
per le persone affette da malattia di Alzheimer
e sindromi correlate nel nostro Paese. L'articolazione
della rete dei servizi previsti dal Piano Alz heimer
prevedeva l'istituzione, nei suoi nodi essenziali, di
Centri Regionali Alzheimer (a diffusione sovrazonale,
individuati in Istituti di Riabilitazione Geriatrica
e in strutture a elevato livello di competenza
scientifica), di Nuclei Alzheimer nelle residenze per
anziani (40 nella fase iniziale e 60 a regime, a distribuzione
più diffusa, non omogenea, ma comunque
in grado di coprire quasi tutte le ASL
della Regione), e di servizi territoriali (Centri Diurni
e servizi di Assistenza Domiciliare Integrata). Altre
regioni (Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana)
hanno previsto interventi residenziali specifici
per le demenze. La relativa limitazione dei finanziamenti
per i servizi territoriali non ha permesso
un'adeguata espansione di questa modalità assistenziale
e i Nuclei Alzheimer non hanno avuto
una diffusione sufficientemente omogenea.
Tra le ragioni che hanno portato alla sperimentazione
di unità specializzate per l'assistenza ai soggetti
con demenza in RSA vi sono primariamente considerazioni di tipo clinico, che evidenziano come
l'ambiente svolga nel paziente con demenza un importante
ruolo di compenso e stimolo ma, al contempo,
possa essere invece elemento che accentua
i deficit cognitivi e le alterazioni comportamentali.
Le modificazioni ambientali non incidono sulla
storia naturale della malattia e sul declino delle
funzioni cognitive, ma riducono i problemi comportamentali
(quali agitazione, affaccendamento,
wandering, aggressività, insonnia) e i sintomi psicotici
e rallentano il declino delle capacità funzionali
dei soggetti con demenza (Tabella 8.4).
Tabella 8.4 Caratteristiche principali dei Nuclei Alzheimer
Che cosa c'è di "speciale" nelle Unità per la Demenza?
Ambiente fisico:
- Riduzione degli stimoli rumorosi
- Sicurezza durante il vagabondaggio
- Appropriate stimolazioni sensoriali
Approccio del personale all'assistenza:
- Piani di cura individualizzati
- Approccio "di gruppo" ai pazienti
- Riduzione delle contenzioni fisiche e farmacologiche
- Enfasi posta alla dignità del paziente e allo stato funzionale
Programmi terapeutici:
- Attività adeguate alle condizioni cognitive e funzionali dei singoli pazienti
- Attenzione posta alle attività "familiari"
- Terapia occupazionale di gruppo, programmi di attività fisiche
- Attività individuali
Coinvolgimento delle famiglie:
- Fornire informazioni e supporto di gruppo
- Incoraggiare i familiari alla partecipazione alle attività e all'assistenza
Il primo obiettivo di ogni ambiente terapeutico è
assicurare che gli utenti non subiscano alcun danno.
L'ambiente di un Nucleo Alzheimer deve aiutare il
paziente, attraverso la progettazione degli spazi, gli
arredi, l'organizzazione e i programmi delle attività,
a "sapere chi è" e a "sapere dov'è". I diversi ambienti
devono essere chiaramente riconoscibili (con l'utilizzo
di colori, simboli, indicazioni), i percorsi devono
essere facilitati (da indicazioni colorate e simboli)
e le forme ripetitive eliminate.
Lo sforzo dedicato al miglioramento dell'ambiente
di vita delle persone affette da demenza certamente
migliora la qualità della vita dei pazienti e delle famiglie
e rappresenta a tutt'oggi uno dei pochi risultati realmente terapeutici ottenibili nella demenza.
Un altro degli elementi portanti nella realizzazione
di questi nuclei è la formazione di uno staff specificamente
preparato all'approccio e alla cura di questi
malati, al fine di aiutare tali operatori (medici, infermieri
e tutto il personale assistenziale) a riconoscere
i disturbi comportamentali e a ricercarne le
possibili cause, a mantenere il più a lungo possibile
l'autonomia di questi pazienti tramite una stimolazione
continua delle attività della vita quotidiana
(es. stimolazione a vestirsi da soli e a mangiare da
soli), a uniformare le procedure mediche e assistenziali
tramite un assessment geriatrico multidimensionale
che permetta una visione complessiva e univoca
del paziente da parte di tutti gli operatori.
La formazione dello staff include l'acquisizione
delle metodiche per ridurre gli stimoli uditivi eccessivi,
i rumori acuti (come le voci del personale
e dei caregiver), i movimenti troppo veloci o bruschi.
Enfasi è stata posta sulla sensibilità e gentilezza
da utilizzare nell'assistere queste persone e
sulla possibilità di terapie non farmacologiche nel
trattamento dei disturbi comportamentali; a questo
si aggiunge l'attenzione specifica da porre nell'introito
alimentare dei malati e nella prevenzione
delle cadute, nonché nella promozione e nel mantenimento delle performance funzionali tramite
attività di animazione e di coinvolgimento attivo
di queste persone.
I profili professionali previsti dagli standard gestionali
sono medico, infermiere, fisioterapista, animatore
o educatore e ausiliario che realizzano uno
standard assistenziale superiore di circa un terzo a
quello realizzato dagli stessi profili professionali
negli altri nuclei della RSA. L'organico di un Nucleo
Alzheimer deve essere tale da consentire 3 presenze
a tempo pieno e 1 part-time nella mattinata, 3 presenze
piene nel pomeriggio e 1 presenza di notte
per ciò che riguarda il personale di assistenza, cui
vanno aggiunte 1 terapista della riabilitazione a
part-time e 1 medico a 18 ore la settimana.
Al di là delle osservazioni sopra riportate, che riflettono
le tendenze della letteratura, l'organizzazione
di nuclei assistenziali per persone affette da
demenza con gravi disturbi comportamentali ha
permesso un rilevante miglioramento della qualità
del lavoro da parte degli operatori, che hanno la
cultura, la sensibilità e il tempo per assistere gli
ospiti in un ambiente caratterizzato da un forte
livello di tolleranza, condizione necessaria per
rompere il circolo vizioso che talvolta si instaura
nelle RSA: BPSD (behavioral and psychological
symptoms of dementia)-aggressività verso l'operatore-
risposta contentiva (chimica e fisica)-aggravamento
dell'aggressività.
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9. I Centri Diurni
9.1. Centri Diurni per anziani con disabilità generica
9.1.1. Definizione e tipologia dei pazienti
Il Centro Diurno è una struttura assistenziale intermedia, semiresidenziale, a valenza sanitaria e sociale indicata per l'anziano che presenta due condizioni:
- disabilità grave;
- disagio sociale.
Le caratteristiche del paziente per l'ammissione in Centro Diurno sono all'incirca equivalenti a quelle relative all'ammissione in Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA). L'anziano eleggibile al Centro Diurno deve però poter contare, al proprio domicilio, su un'assistenza informale adeguata per il periodo notturno. Il Centro Diurno è una modalità assistenziale che deve tipicamente caratterizzarsi per l'integrazione dei servizi sociali e dei servizi sanitari. Esso si colloca nella rete dei servizi per gli anziani e deve essere affiancato da altre strutture e funzioni assistenziali, prevalentemente territoriali, quali Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), RSA, Centri Semiresidenziali a intensità più leggera e Centri Sociali; deve inoltre essere collegato organicamente con la rete assistenziale geriatrica ospedaliera, in modo da poter offrire, quando necessario, una risposta nei riguardi delle dimissioni ospedaliere "difficili" di pazienti disabili o offrire un'adeguata risposta agli ospiti del Centro Diurno che presentino emergenze sanitarie. La tipologia dei servizi offerti è riassunta nella Tabella 9.1.
Tabella 9.1 Servizi del Centro Diurno
- Assistenza di carattere sociale. Oltre all'assistenza alla persona (igiene personale, bagno assistito) devono essere garantite:
- attività motoria programmata
- attività di animazione e di socializzazione, iniziative socioculturali, supporto sociale
- attività formative-educazionali, rivolte ai familiari e ai caregiver sulle modalità di assistenza all'anziano
- Assistenza di carattere sanitario:
- assistenza infermieristica (somministrazione della terapia prescritta dal medico curante, rilievo di pressione arteriosa, frequenza cardiaca, alvo e diuresi, rilievo del peso corporeo e dello stato nutrizionale, prevenzione e medicazione delle ferite e delle lesioni da pressione, gestione del catetere vescicale ecc.)
- riabilitazione (fisiokinesiterapia, terapia occupazionale)
- assistenza medica garantita dal medico di medicina generale
- servizio podologico
- protocolli riguardanti il ricorso alla contenzione fisica concordati fra i vari operatori
- Assistenza di carattere sanitario:
- il Centro Diurno non deve avere soltanto finalità di cura, o peggio, di custodia, ma deve preparare e attuare programmi formali di prevenzione. Questi dovranno riguardare, per esempio, la scelta e la programmazione delle vaccinazioni, la prevenzione di sindromi geriatriche quali le cadute, l'incontinenza urinaria, la malnutrizione, il decondizionamento fisico, le lesioni da pressione, la depressione ecc.
9.1.2. Gli standard e i requisiti strutturali e funzionali
Particolare riguardo deve essere dedicato alle caratteristiche
architettoniche del Centro Diurno,
all'organizzazione degli spazi e all'ubicazione urbana.
Oltre al principio di essere privi di barriere
architettoniche, gli spazi interni del Centro devono
facilitare l'orientamento e l'accesso ai servizi
igienici e favorire l'attività fisica sia all'interno
(palestre, spazi per l'attività motoria), sia all'esterno
(giardini anche terapeutici e utilizzabili per attività
di giardinaggio). Infine, riguardo all'ubicazione,
queste strutture dovrebbero trovarsi nei centri abitati,
a poca distanza da punti di riferimento sociali
quali chiese, mercati e piazze ed essere facilmente
raggiungibili dai parenti degli ospiti, in modo da
non dare all'anziano l'idea dell'allontanamento e
dell'isolamento.
Il Centro Diurno ha un responsabile, in genere
un assistente sociale o un infermiere, che controlla
e coordina la gestione organizzativa della struttura, vigila sul buon andamento della vita comunitaria
e tiene i collegamenti con l'Unità Valutativa Multidimensionale
(UVM) territoriale (Tabella 9.2).
Tabella 9.2 Figure professionali presenti nel Centro Diurno secondo alcune normative regionali
- Infermiere
- Fisioterapista
- Terapista occupazionale
- Animatore/educatore
- Operatore socioassistenziale
L'assistenza medica viene assicurata dal medico di famiglia, con il quale vengono presi contatti all'atto dell'ingresso dell'ospite nel Centro e con cui viene mantenuta una relazione costante e periodica. La figura del geriatra rientra tra gli specialisti che possono essere richiesti dal medico curante; pertanto, molti Centri Diurni e le RSA alle quali i Centri Diurni sono di solito associati si sono organizzati autonomamente, con l'accordo dei medici di medicina generale, per dotare le strutture di una consulenza geriatrica periodica e regolare, al fine di garantire le seguenti prestazioni:
- coordinamento della valutazione multidimensionale geriatrica dell'ospite e stesura dei piani individuali di assistenza, programmando le verifiche periodiche riguardo al raggiungimento degli obiettivi concordati e le condizioni generali e funzionali;
- coordinamento e attuazione di protocolli generali di struttura per il trattamento di problemi geriatrici (alimentazione, lesioni da pressione, incontinenza urinaria, riabilitazione ecc.);
- preparazione con le altre professionalità di programmi di prevenzione (vaccinazioni, prevenzione della malnutrizione, delle cadute, del decondizionamento fisico ecc.).
9.1.3. Finalità e strategie
Il Centro Diurno rappresenta un efficace strumento per l'assistenza e il recupero dell'anziano disabile. In presenza di perdita delle capacità funzionali ci si propone, infatti, di sfruttare al massimo le risorse residue dell'ospite mediante programmi riabilitativi, incrementando gli stimoli esterni, favorendo il rinforzo psicologico e sociale, promuovendo l'aggregazione di gruppo e impedendo l'isolamento. L'assistenza in Centro Diurno, mantenendo l'anziano al proprio domicilio, comporta una maggiore responsabilizzazione della famiglia nel prendersene cura e la coinvolge nell'attuazione del piano di intervento. D'altra parte, per l'anziano stesso, la permanenza in famiglia e/o al proprio domicilio rappresenta un insostituibile fattore di appagamento psico-affettivo; egli, di fatto, ritorna nella sua casa ogni sera, mantenendo costanti i rapporti con un ambiente personalizzato. A seconda della situazione in cui il soggetto si trova può infatti:
- costituire un'alternativa al ricovero in RSA;
- evitare l'ospedalizzazione incongrua o facilitare la dimissione dai reparti ospedalieri;
- offrire alla famiglia un periodo di alleggerimento dal carico assistenziale.
Queste funzioni, oltre a offrire un'assistenza più adeguata, consentono anche di ottenere una riduzione della spesa assistenziale.
9.1.4. L'accesso e la presa in carico
L'ammissione dei soggetti è subordinata alla valutazione preliminare da parte dell'UVM del PUA. Le figure professionali del Centro Diurno, insieme agli operatori delle UVM territoriali, dopo aver individuato i problemi assistenziali per ogni ospite elaborano il piano individuale di intervento, con l'obiettivo del massimo recupero possibile dell'autonomia, e verificano l'attuazione mediante la metodologia del lavoro di equipe. Il Centro favorisce, cura e mantiene costanti rapporti con gli operatori sociosanitari del territorio, al fine di perseguire la realizzazione del piano individuale di trattamento. L'integrazione con la rete dei servizi assistenziali per gli anziani deve essere ugualmente operante ed efficiente sia che i Centri Diurni siano pubblici sia che siano privati convenzionati.
9.1.5. Le prove di efficacia
Una metanalisi ha dimostrato un effetto benefico
del Centro Diurno, in particolare con una riduzione
dell'ansia e dell'ostilità del caregiver.
Uno studio condotto su anziani fragili in comunità-
alloggio ha messo in evidenza che l'utilizzo del
servizio diurno per due o più volte a settimana era
associato alla diminuzione del rischio di mortalità
in soggetti di sesso femminile, nella fascia di età più
giovane (65-74), con punteggi più elevati di ADL
(Activities of Daily Living), con livello di comorbidità
inferiore, depressione, nessuna demenza.
9.2. Centri Diurni Alzheimer
9.2.1. Definizione e tipologia dei pazienti
Più recentemente, in molte Regioni italiane si sono istituiti i Centri Diurni Alzheimer con finalità socio- terapeutico-riabilitative a elevata intensità assistenziale. Il Centro Diurno Alzheimer è una struttura assistenziale intermedia, semiresidenziale, a valenza sanitaria e sociale rivolta prevalentemente a persone anziane affette da sindromi demenziali con elevato decadimento, accompagnato anche da disturbi comportamentali, per le quali sia possibile definire e attivare un programma di "cura" con l'obiettivo del miglioramento delle condizioni di vita dell'assistito e dei suoi familiari.
9.2.2. Servizi offerti
I servizi offerti sono in parte gli stessi previsti per i Centri Diurni per anziani con disabilità generica; in aggiunta, sono previsti programmi specifici di riabilitazione cognitiva, di trattamento dei disturbi comportamentali, di utilizzazione terapeutica dei Giardini Alzheimer. Anche attività formative-educazionali rivolte ai familiari e ai caregiver dovranno essere adeguatamente implementate come mezzo per migliorare l'assistenza degli ospiti e ridurre lo stress dei caregiver. Infine, dovranno essere attentamente previste norme e programmi di sorveglianza che garantiscano la sicurezza degli ospiti.
9.2.3. Gli standard e i requisiti strutturali e funzionali
Gli standard e i requisiti strutturali e funzionali dei Centri Diurni Alzheimer sono simili a quelli previsti per i Centri Diurni per anziani con disabilità generica, peraltro, data la maggiore complessità e il conseguente maggiore impegno assistenziale che caratterizzano i pazienti affetti da sindrome demenziale, alcune caratteristiche strutturali e gli standard del Centro Diurno Alzheimer devono essere adeguatamente implementati come indicato nella Tabella 9.3.
Tabella 9.3 Caratteristiche supplementari dei Centri Diurni Alzheimer
- La superficie interna complessiva deve essere aumentata almeno del 20% rispetto ai Centri Diurni per disabili senza disturbi cognitivi
- Gli spazi interni devono essere disegnati e attrezzati in modo da garantire locali per riposo, pranzo, attività occupazionali, terapie mirate, trattamenti terapeutico-assistenziali differenziati. Inoltre, l'arredamento deve essere scelto in maniera tale da conferire carattere di familiarità e continuità con l'ambiente quotidiano di vita della persona malata
- Deve essere assicurata la continuità tra spazi interni ed esterni. In particolare, è necessaria la presenza di un giardino Alzheimer con specifiche caratteristiche di tipo strutturale e funzionale
- Disponibilità, nei Centri Diurni attigui a RSA, di posti letto per l'emergenza e il sollievo
Apposite delibere in questo senso sono
state adottate da alcune Autorità Regionali.
Gli operatori professionali previsti per il Centro
Diurno Alzheimer sono gli stessi indicati negli Standard dei Centri Diurni per anziani con disabilità
generica (vedi Tabella 9.2), con l'unica differenza
della necessità di garantire la presenza della
figura professionale dello psicologo e un monte
ore giornaliero per ciascuna professionalità più
alto rispetto ai Centri Diurni normali.
9.2.4. Finalità e strategie
Le finalità devono perseguire l'obiettivo di un adeguato programma individualizzato di assistenza volto a modificare la storia naturale della malattia, a ridurre i sintomi dei processi degenerativi cognitivi, funzionali e comportamentali, a migliorare le abilità relazionali e sociali, a ridurre lo stress dei caregiver. Il Centro Diurno si integra con gli altri nodi della rete dei servizi territoriali e deve essere affiancato da altre modalità di assistenza integrate, da quelle domiciliari ai ricoveri in RSA.
9.2.5. L'accesso e la presa in carico
I criteri di accesso e di presa in carico nel Centro Diurno Alzheimer sono caratterizzati dalle seguenti modalità:
- valutazione multidimensionale della situazione di bisogno da parte dell'UVM del PUA, a livello distrettuale, accompagnata possibilmente dalla diagnosi differenziale da parte della UVM;
- definizione del programma di cura da parte di
una UVM di cui organicamente fanno parte i
referenti specialisti espressi dalla o dalle Unità
Operative ospedaliere con proiezioni territoriali,
concordato e condiviso con i familiari,
orientato ai seguenti principi:
- temporaneità dell'accesso presso il Centro Diurno,
- organizzazione, attraverso il coordinamento della stessa equipe di operatori del Centro Diurno Alzheimer, di forme assistenziali integrate di minore intensità e a domicilio,
- attivazione di gruppi di supporto e formazione del caregiver, con particolare attenzione ai familiari e alle associazioni di volontariato, che spesso collaborano con i processi assistenziali;
- le eventuali graduatorie per l'accesso al servizio dovranno tenere conto delle condizioni di gravità dell'assistito e del livello di stress del nucleo familiare.
9.2.6. Le prove di efficacia
L'assistenza in Centro Diurno di soggetti affetti da demenza si è dimostrata efficace nel ridurre i disturbi del comportamento, che è la manifestazione di maggiore rilievo sia per il paziente sia per il caregiver. In particolare, un recente studio ha potuto dimostrare che due mesi di assistenza in Centro Diurno riducono significativamente sia i disturbi comportamentali dei pazienti sia lo stress del caregiver. Studi controllati, ma non randomizzati, hanno dimostrato, inoltre, che l'assistenza di soggetti affetti da demenza in Centri Diurni pospone l'istituzionalizzazione, probabilmente attraverso una riduzione dello stress e dei sintomi depressivi dei caregiver.
9.3. Criticità e possibili soluzioni
I dati ufficiali sulla diffusione e sulla tipologia dei Centri Diurni esistenti in Italia sono scarsi, tuttavia, estrapolando i dati meglio conosciuti di alcune Regioni, si può concludere che tale forma di assistenza è assai poco sviluppata ed è caratterizzata da una distribuzione diseguale da Regione a Regione, con ampi territori del tutto privi di tali strutture. Se poi si tiene presente il costante aumento dell'aspettativa di vita, con il conseguente e parallelo aumento della prevalenza di soggetti anziani affetti da disabilità e da demenza, tale carenza andrà accentuandosi di anno in anno. La possibile soluzione non può essere altro che un programma nazionale di sviluppo nella diffusione dei Centri Diurni, in particolare nelle aree che ne sono del tutto prive. Trattasi, infatti, di una forma assistenziale di provata efficacia, che riscuote un elevato grado di soddisfazione da parte delle famiglie e, infine, che ha costi assai inferiori rispetto alle forme di assistenza residenziali quali le RSA.
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10. La discriminazione dell'anziano in campo sanitario: il rischio dell'ageismo
10.1. Introduzione
L'aumento della popolazione anziana nelle società
moderne e avanzate è una delle conquiste del nostro
tempo, anche se non sempre ne vengono colti
i vantaggi. Se, infatti, da una parte il progressivo
invecchiamento della popolazione è una delle conseguenze
del miglioramento delle condizioni sociosanitarie,
dall'altra il numero crescente di anziani
ha determinato un aumento delle richieste
in campo medico e ha messo in discussione la
stessa organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale.
La continua crescita del numero di individui
in età geriatrica ha portato, infatti, a una
modificazione dell'attuale scenario di cura e a un
conseguente e parallelo incremento sia della necessità
di processi assistenziali, a lungo termine,
multidisciplinari, personalizzati e in grado di garantire
la continuità ospedale-territorio-servizi sociali
(presa in carico del malato), sia dell'utilizzo
delle risorse in campo sanitario (risorse umane,
strutturali, economiche ecc.) da parte di questa
fascia di età. Questi cambiamenti, in associazione
alla mancanza di dati "evidence-based" sulla popolazione
anziana e alla necessità di razionalizzare
le risorse sanitarie limitate, hanno contribuito a
creare atteggiamenti discriminatori nei confronti
degli anziani. Tali atteggiamenti sono legati, in
parte, anche alla progressiva perdita di ruolo dell'anziano
nella società e hanno contribuito all'isolamento
e alla "svalutazione" di questa figura.
Negli Stati Uniti, Butler nel 1969, per primo, ha
introdotto il termine di "ageism" (ageismo), per
indicare un atteggiamento stereotipato e discriminante
della società nei confronti degli individui
anziani.
In Italia, qualche anno dopo, nel 1973, Sordi, allievo
del Prof. Antonini, coniava il termine di "geragogia"
con l'intento di contrastare questa nuova forma di
discriminazione e di riproporre un'idea della vecchiaia
quale occasione di ulteriore crescita, non soltanto
per il singolo ma per l'intera collettività.
10.2. Definizione di ageismo
L'ageismo è un fenomeno definito come "un processo sistematico di stereotipia e discriminazione contro le persone, per la loro condizione di essere anziane, allo stesso modo dei termini discriminatori di razzismo e sessismo". Nella Tabella 10.1
Tabella 10.1 Aspetti fondamentali che caratterizzano il fenomeno dell'ageismo
- Attitudini pregiudiziali contro gli anziani
- Azioni di discriminazione
- Pratiche istituzionali perpetranti gli stereotipi sugli anziani
sono riportati gli aspetti fondamentali che caratterizzano
questo fenomeno.
Nonostante la popolazione mondiale sia sempre
più anziana, l'ageismo, rispetto alle altre forme di
razzismo, ha avuto sinora minore attenzione.
In medicina l'invecchiamento è istintivamente associato
alla presenza inevitabile di patologie e riduzione
dello stato di salute. Ne consegue che la
figura dell'anziano è associata, spesso impropriamente,
ai concetti di disabilità e fragilità, a indicare
che nell'immaginario collettivo lo stereotipo di
anziano è quello di un individuo non indipendente
e con deficit funzionali e/o cognitivi.
Per contrastare questo stereotipo, stante il progressivo
incremento del numero di anziani con mantenute
capacità cognitive e autonomia funzionale,
si è arrivati a parlare di invecchiamento di successo
("healthy aging" o "aging well"). Quest'ultimo
sembra rappresentare, infatti, una forma di invecchiamento
inusuale (l'eccezione piuttosto che la
regola). Nel 2002, l'Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS) ha proposto il nuovo concetto di
invecchiamento attivo ("active ageing"), che estendendo
quello di "healthy ageing" promuove la realizzazione di un processo di ottimizzazione delle
potenzialità fisiche, mentali, sociali ed economiche
dell'anziano. Queste considerazioni creano le condizioni
per implementare varie strategie di gestione
dell'invecchiamento sia nelle forme fisiologiche
che in quelle patologiche.
D'altro canto, nell'età avanzata si configurano quadri
clinici complessi, a causa della contemporanea
presenza nello stesso individuo di più malattie
(multimorbilità), spesso ad andamento cronico,
ma non necessariamente disabilitanti. Di fronte a
tali quadri clinici, lo specialista geriatra ha il ruolo
di individuare la patologia preminente, di trattarla
o fronteggiarla, nel tentativo di impedire la perdita
dell'autonomia funzionale. Per realizzare tale intervento
occorre possedere una profonda cultura
geriatrica che sia in grado di contrastare ogni forma
strisciante di ageismo.
Il concetto di ageismo ha avuto nel tempo varie
riformulazioni, ma a oggi il suo significato non si
è modificato; una delle definizioni più recenti
conferma che il termine ageismo è utilizzato per
descrivere gli stereotipi e i pregiudizi sulle persone
anziane a causa della loro età.
10.3. Tipologie di ageismo
La discriminazione legata all'età in ambito sanitario
si può estrinsecare in: diretta, in cui l'atto
discriminatorio è facilmente riconoscibile in
quanto conduce alla negazione di un diritto a
causa dell'età, per esempio un adeguato trattamento
o la disponibilità di cure e/o servizi; indiretta,
in cui il fattore età contribuisce a influenzare
le scelte o gli atteggiamenti nei confronti degli
anziani. Sebbene la discriminazione indiretta non
sia immediatamente riconoscibile, molte sono le
modalità con cui si può manifestare in campo
medico. Queste sono prevalentemente legate all'organizzazione
dell'attuale modello assistenziale,
sia per l'accesso ai reparti per acuti o di riabilitazione,
sia per la gestione a lungo termine, compresa
la formazione del personale sanitario.
Per esempio, l'adozione dei DRG (diagnosis-related
group) sta facendo emergere nelle fasce di popolazione
più deboli, in primis gli anziani, una serie
di problematiche legate alla complessità clinica
che dovranno essere adeguatamente studiate e affrontate.
L'inappropriata riduzione della lunghezza
della degenza media in ospedale – per lo più legata
all'adozione del sistema DRG – o il suo altrettanto
inappropriato prolungamento – secondario a un
rallentamento del processo diagnostico intra-ospedaliero
o a carenze nella rete di assistenza familiare
e territoriale efficace ed efficiente – può avere conseguenze
avverse per i pazienti più anziani. Questi
possono richiedere, rispetto ai pazienti più giovani,
un tempo medio più lungo per il recupero funzionale,
in seguito a un intervento chirurgico o a
una malattia acuta, prima della presa in carico da
parte delle famiglie e, ove necessario, delle strutture
e dei servizi integrati territoriali. Inoltre, la
presenza di multimorbilità può rendere necessario
un intervento specialistico teso a individuare la
patologia a rischio di determinare perdita dell'autonomia funzionale, al fine di prevenire la comparsa
di disabilità. Soprattutto nei contesti in cui
non sono disponibili strutture intermedie per aiutare
il recupero e la riabilitazione al di fuori dell'ospedale,
i pazienti più anziani, specialmente
quelli che vivono da soli, possono essere a rischio
di disabilità. Inoltre, l'insufficiente attuale disponibilità
dell'offerta riabilitativa, finalizzata al recupero
delle abilità perse, ha contribuito a discriminare
la popolazione anziana a favore di quella
più giovane, sebbene la prima tragga un similare,
o addirittura maggiore, beneficio dal processo riabilitativo.
Altre forme di ageismo indiretto sono legate al
comportamento del personale sanitario, in ambito
sia di assistenza pubblica sia di quella privata, nei
confronti dei pazienti anziani rispetto a quelli giovani.
Per esempio, è stato evidenziato che i medici
dedicano un tempo minore al paziente anziano;
forniscono informazioni meno dettagliate o utilizzano
un linguaggio meno tecnico; si rivolgono
ai familiari piuttosto che all'anziano malato; sono
propensi a sottovalutare e attribuire i sintomi clinici
dichiarati dal malato anziano come facenti
parte dell'"inevitabile" processo di invecchiamento,
piuttosto che come espressione di malattia.
Parallelamente, anche il personale di assistenza ha
spesso riluttanza a lavorare con gli anziani ed è
meno disposto a soddisfare le norme basilari di
nutrizione e igiene personale di questi pazienti.
Tra le conseguenze più temibili degli atteggiamenti
ageisti vi è da considerare il rischio di varie forme
di abuso (menzionate successivamente nel presente
Capitolo), in particolare nei confronti di coloro
che sono affetti da demenza, da parte non solo
dei familiari ma anche, talvolta, del personale assistenziale.
L'età rappresenta una delle variabili principali in
grado di influenzare l'accesso ai programmi di
prevenzione e promozione della salute. La popolazione
anziana ha, infatti, una probabilità minore
di essere il destinatario di programmi di screening
nel campo delle malattie cardiovascolari e dei tumori,
sebbene queste patologie colpiscano oltre il
70% degli ultrasessantacinquenni e ne rappresentino
rispettivamente la prima e la seconda causa
di morte (dati Istat). La pianificazione di adeguati
programmi di prevenzione e promozione della
salute anche nella popolazione anziana sarebbe
invece in grado di formulare diagnosi precoci e,
mediante interventi mirati, prevenire le conseguenze
di tali patologie, che rappresentano, fra
l'altro, una delle maggiori cause di disabilità e di
cure a lungo termine e che incidono per il 70%
sui costi della spesa sanitaria.
10.4. Ageismo e tecnologie
L'agesimo può avere un ruolo sia nello sviluppo
della tecnologia in campo medico sia nell'utilizzo
di questa da parte dell'anziano. Se, da una parte,
le esigenze che la persona anziana potrebbe avere
in presenza di limitazioni funzionali e/o cognitive
non vengono ancora prese in adeguata considerazione nella fase progettuale delle tecnologie moderne,
dall'altra la diffidenza dell'anziano nei confronti
della reale utilità di tali tecnologie rappresenta
una delle principali barriere al loro utilizzo.
Un esempio è il mancato utilizzo da parte degli
anziani di ausili tecnologici che potrebbero migliorare
lo stato fisico o funzionale (es. l'uso dell'apparecchio
acustico, l'uso degli ausili ortopedici).
Al riguardo, va segnalato, tuttavia, che alcune esperienze
recenti nell'ambito della domotica e della
robotica applicata all'anziano hanno dimostrato
che il precoce coinvolgimento degli anziani e dei
loro familiari nel disegno preliminare di tecnologie
e sistemi che siano rispondenti a specifici bisogni
è un pre-requisito fondamentale affinché tali tecnologie
innovative non solo siano ben accettate,
ma anche richieste come strumenti in grado di
migliorare sensibilmente la qualità di vita, la qualità
dell'assistenza e la sicurezza dell'anziano.
Tuttavia, una delle più importanti conseguenze
della discriminazione legata all'età nell'ambito
della tecnologia è la limitazione all'utilizzo di presidi
diagnostici o terapeutici a causa dell'ageismo.
Tale conseguenza può rendersi evidente nelle situazioni in cui, a causa di una disponibilità limitata
per motivi sia organizzativi sia economici,
l'utilizzo della tecnologia venga stabilito sulla base
del concetto che il beneficio ottenibile in un paziente
giovane è maggiore rispetto a quello ottenibile
in un paziente anziano. Infatti, l'accesso a
strumenti ad alto contenuto tecnologico e/o apparecchi
di diagnostica per immagini avanzati [risonanza
magnetica (RM), tomografia a emissione
di positroni (positron emission tomography, PET)
ecc.], in presenza delle medesime indicazioni cliniche,
è applicato più raramente nel percorso diagnostico/
terapeutico di pazienti anziani rispetto
ai soggetti di età inferiore ai 65 anni.
10.5. Ageismo e ricerca clinica
Un'altra manifestazione dell'ageismo in campo
biomedico che può limitare l'accesso ai benefici
dei progressi bio-tecnologici da parte degli anziani
è la ridotta partecipazione di questa fascia di popolazione
nella ricerca scientifica. Gli studi clinici
condotti sinora hanno coinvolto, infatti, un numero
inadeguato di individui anziani e con caratteristiche
cliniche scarsamente rappresentative
della popolazione anziana del mondo "reale". Inoltre,
non si può non tenere in considerazione che:
l'anziano va incontro a una serie di cambiamenti
fisiologici che possono modificare la risposta ai
farmaci e aumentare la probabilità di reazioni avverse
(ADR); l'anziano ha una maggiore probabilità
di avere multimorbilità, che possono complicare
o interferire con la presentazione delle malattie
e portare all'utilizzo di terapie farmacologiche
multiple che, a loro volta, possono aumentare
la possibilità di interazioni farmacologiche.
Secondo le linee guida del National Commission
for the Protection of Human Subjects, la partecipazione
nelle sperimentazioni cliniche è basata su
tre condizioni:
- il consenso informato;
- i benefici devono superare i rischi;
- la sollecitazione alla partecipazione deve essere chiara ed equa.
Sebbene queste condizioni possano aver condizionato
il reclutamento negli studi clinici sui pazienti
anziani (nell'erronea convinzione che questi
possano avere più difficoltà a comprendere il consenso
informato e/o a partecipare a un trial clinico
e che i rischi superino i benefici), i principali fattori
che ne hanno precluso l'arruolamento sono
stati l'utilizzo dei più comuni criteri di esclusione,
quali l'adozione di un limite superiore di età (in
genere 75 anni), la presenza di insufficienza d'organo
e/o multimorbilità, l'assunzione di politrattamenti.
Ne consegue che, nonostante le malattie
cardiovascolari e il cancro rappresentino le due
più frequenti cause di mortalità in età geriatrica,
a causa del numero e delle caratteristiche cliniche
dei pazienti arruolati, i risultati clinici non sono
automaticamente applicabili alla popolazione anziana
del mondo reale. Per esempio, sebbene la
prevalenza di tumore nelle persone con un'età superiore
a 65 anni sia pari al 63%, solo il 25% di
anziani ha partecipato a studi clinici sul trattamento
del cancro.
L'inadeguato reclutamento degli ultrasessantacinquenni
nella ricerca bio-medica, nonostante questi
rappresentino la fascia di popolazione che richiede
il maggiore accesso sia alle cure sia all'uso di farmaci,
e le numerose peculiarità che contraddistinguono
i pazienti anziani hanno portato alla
mancanza di dati basati sulle evidenze e alla conseguente
inadeguatezza e inapplicabilità delle linee
guida alla popolazione anziana e hanno contribuito
a precludere, sulla base del fattore età, l'impiego
di trattamenti innovativi in questa fascia di
popolazione.
A oggi, quindi, la considerazione che il paziente
anziano è "fragile" o troppo complesso per essere tearruolato
negli studi clinici è praticamente ed eticamente
inaccettabile e deve essere superata, al
fine di avere in futuro dati basati sulle evidenze
scientifiche. Tuttavia, va sottolineato che oggi tale
reclutamento è possibile in considerazione della
disponibilità di specifici indicatori – disegnati in
accordo con i principi della VMD geriatrica – in
grado di aggiustare i risultati di trials clinici o
studi osservazionali dedicati agli anziani per tutte
le possibili variabili di confondimento. Recentemente,
nell'ambito di un progetto europeo, è stata
elaborata una carta dei diritti degli anziani alla
partecipazione agli studi clinici (PREDICT).
Se, infatti, l'obiettivo del Servizio Sanitario Nazionale
è di "prendere decisioni sulla base delle
prove disponibili", allora anche la mancata trasferibilità
dei risultati dei trials clinici nella popolazione
anziana rappresenta una fonte di discriminazione
indiretta nei confronti di questa fascia
di età. Tale problematica è all'attenzione dell'Agenzia
Italiana del Farmaco (AIFA), che ha costituito
un gruppo di studio (Geriatric Working Group)
con lo scopo preminente di promuovere l'inserimento
della popolazione anziana nelle sperimentazioni
cliniche.
10.6. Ageismo e abuso
Sebbene l'origine degli atti di abuso riconosca cause diverse, il fattore età, soprattutto in associazione a disabilità e/o disturbi dello stato cognitivo, può essere una delle cause di abuso nei confronti degli anziani. Secondo la definizione adottata dall'INPEA (International Network for the Prevention of Elder Abuse), si definisce abuso ogni "singolo o ripetuto atto, o mancanza di un atto appropriato, che si manifesta tra persone legate da una relazione di fiducia, che causa all'anziano danno o sofferenza". Le possibili tipologie di abuso sono: fisica (con dolore e danni fisici), emotiva e psicologica (umiliazione, minacce), finanziaria (furti, estorsioni, eredità anticipate), sessuale. Inoltre, vi è anche una forma di abuso subdola, ma frequente, rappresentata dalla "violenza per omissione", ossia la negligenza verso l'anziano o il suo abbandono da parte di coloro, familiari e operatori assistenziali, che sarebbero tenuti ad assicurare un livello dignitoso di vita delle persone anziane accudite. Gli atti di abuso sugli anziani si possono manifestare non solo al domicilio, da parte di familiari o "badanti", ma anche su quelli residenti in strutture di ricovero (o presidi socioassistenziali). Tra le forme di abuso più diffuse in questo contesto spiccano l'uso improprio di misure di contenzione fisica (es. il fissaggio coatto della persona) o farmacologica (Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2006), ma anche maltrattamenti fisici, verbali e psicologici. Tra le cause principalmente addotte al riguardo da sottolineare l'insufficienza di personale e il basso livello professionale e remunerativo che lo caratterizza.
10.7. Conclusioni
Qualsiasi tipo di decisione basata sull'età o che
prenda in considerazione valutazioni economiche,
quali l'analisi dei costi effettivi, a ogni livello della
pratica clinica, è generalmente riferibile all'ageismo.
La necessità di razionalizzare le limitate risorse
sanitarie ha portato, infatti, alla discriminazione
delle fasce con età avanzata sulla base della
"credenza" che tanto maggiore è l'età, tanto maggiori
sono i costi da erogare a fronte di una minore
aspettativa di vita. Tuttavia, qualsiasi forma di discriminazione
basata sull'età in medicina è eticamente
inaccettabile e deve essere bandita.
Per tale motivo, molti Paesi, come Irlanda, Belgio,
Inghilterra e Stati Uniti, hanno formulato leggi
appropriate contro la discriminazione per età. Per
contrastare l'ageismo e promuovere i processi terapeutici più appropriati è necessario considerare
i costi di ogni prestazione, con un impiego oculato
delle risorse, in modo da garantire anche al paziente
anziano prestazioni efficaci ed efficienti.
Pertanto è auspicabile che, in ambito ospedaliero
e territoriale, possa essere realizzato un maggiore
coinvolgimento del geriatra che, mediante il proprio
intervento specialistico e l'applicazione della
VMD, possa contribuire al corretto utilizzo delle
risorse, soprattutto qualora le ricerche e la sperimentazione
clinica fossero estese anche ai soggetti
di età superiore ai 70 anni, al fine di validare e legittimare
le terapie e la medicina dell'evidenza.
La comune associazione dell'invecchiamento con
l'inevitabile insorgenza di malattie ha fatto sì che
la comunità abbia avuto maggiore familiarità con
il concetto di invecchiamento patologico, piuttosto
che con quello di invecchiamento di successo.
Il Servizio Sanitario Nazionale è chiamato a rigettare
ogni forma di ageismo, estraneo alla nostra
cultura e ai nostri comportamenti, considerato che
la Costituzione Italiana e il Codice Deontologico
sanciscono l'equità del diritto di accesso alle cure
e bandiscono ogni forma di discriminazione basata
sull'età o sulla condizione psicofisica del paziente.
10.8. Raccomandazioni
Sono auspicabili:
- l'istituzione di organismi di sorveglianza con compiti non tanto ispettivi quanto di rimozione del rischio di esposizione a fenomeni di ageismo per contrastare ogni forma, anche subdola, di discriminazione;
- la sensibilizzazione di tutti gli operatori sanitari addetti all'assistenza delle persone anziane;
- la formazione permanente di tutte le figure professionali dedicate all'assistenza, cura e riabilitazione dell'anziano, nel percorso integrato ospedale-territorio e viceversa;
- la promozione di un "healthy and active" ageing.
La medicina non può essere influenzata dalla discriminazione basata sull'età. Un tale atteggiamento non può che condurre a una perdita prematura dell'autonomia, aumenta la disabilità e la mortalità e determina spesso l'insorgenza di uno stato depressivo nei soggetti anziani che, altrimenti, continuerebbero a condurre una vita più produttiva, più soddisfacente e più sana.
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11. Anziani e farmaci
11.1. Introduzione
Il notevole incremento delle fasce d'età più avanzate
nei Paesi industrializzati è un fenomeno ben noto.
Questa tendenza demografica, insieme con i progressi
della medicina, ha ampliato il numero di persone
affette da patologie croniche multiple e trattate
con regimi polifarmacologici complessi. Per esempio,
circa la metà dei beneficiari Medicare negli
Stati Uniti assume regolarmente 5 o più farmaci.
Ottimizzare il trattamento in presenza di condizioni
di comorbidità multiple può essere un compito
estremamente arduo, e ciò è particolarmente vero
per ciò che riguarda gli anziani, poiché tutti gli elementi
sui quali solitamente si basano le decisioni
terapeutiche (es. evidenze scientifiche, indicazioni
provenienti dalle linee guida, benefici attesi, rischi
previsti) hanno un'utilità limitata in questa popolazione.
Infatti, i pazienti anziani con comorbidità
multiple sono spesso esclusi dai trials clinici randomizzati
(randomized controlled trial, RCT) e, di conseguenza,
le evidenze provenienti da questi studi
non possono essere generalizzabili a questa popolazione.
Nonostante le numerose iniziative mirate a
incrementare l'inclusione dei pazienti anziani negli
RCT sia in Europa sia negli Stati Uniti, questo problema
è ancora lontano dall'essere risolto e si riflette
inevitabilmente anche sulla generalizzabilità ai pazienti anziani delle linee guida di pratica clinica,
che sono basate proprio sull'evidenza proveniente
dagli RCT e dalle metanalisi.
La questione è ancora più complessa se si considera
che le informazioni sulla sicurezza dei farmaci nella
popolazione anziana sono molto scarse: generalmente
gli RCT non sono progettati per avere sufficiente
potenza nel rilevare il rischio di reazioni
avverse (adverse drug reaction, ADR) e quindi solo
i dati provenienti da studi osservazionali (con tutti
i loro limiti intrinseci) possono essere d'aiuto. È
infatti proprio grazie ad alcuni importanti studi
osservazionali che si è potuto rilevare, per esempio,
il rischio di ospedalizzazione per iperkaliemia legato
all'impiego di diuretici risparmiatori di potassio in
pazienti affetti da scompenso cardiaco, o i problemi
di safety riscontrabili con gli antipsicotici tipici o
atipici nel trattamento dei disturbi del comportamento
in pazienti anziani affetti da demenza.
Peraltro, applicare le linee guida per singola patologia
al paziente anziano è comunque problematico.
Infatti, le raccomandazioni delle linee guida
sono generalmente mirate alla singola malattia, e
nella quasi totalità dei casi non tengono in considerazione
la coesistenza di altre patologie croniche
e dei relativi trattamenti farmacologici. Di conseguenza,
un approccio mirato alla semplicistica applicazione
delle linee guida per patologia in pazienti anziani con comorbidità multiple può avere
l'effetto "indesiderato" di indurre alla prescrizione
di regimi polifarmacologici complessi, con incremento
notevole del rischio di interazioni farmacofarmaco
o farmaco-patologia.
Obiettivo di questa sezione è presentare lo stato
dell'arte nella prescrizione farmacologica in ambito
geriatrico e fare il punto sulle problematiche ancora
aperte che rappresenteranno le priorità della
ricerca scientifica di settore nel prossimo futuro.
11.2. Stato dell'arte nella ricerca farmacologica in ambito geriatrico
La consapevolezza delle differenze esistenti fra i
risultati di un trattamento eseguito in condizioni
sperimentali e quelli osservabili nella pratica reale
ha indotto gli anglosassoni a coniare due termini
distinti: efficacy, che è l'efficacia di un intervento
nella fase sperimentale, ed effectiveness, o efficacia
dello stesso intervento nella medicina clinica.
Riferita ai farmaci, l'efficacy può essere definita
come l'entità, la grandezza, la rilevanza di un determinato
effetto clinico prodotto da un medicinale
in condizioni ideali, come nel corso di un RCT;
l'effectiveness è invece l'entità, la grandezza, la rilevanza
di un effetto clinico di fatto osservabile con
lo stesso medicinale in condizioni di reale pratica
assistenziale. È evidente che l'effectiveness di un farmaco
non può essere misurata nel contesto degli
RCT, in quanto definita da numerose variabili, talora
imprevedibili, ma quasi sempre non considerate
a priori dagli RCT, caratteristiche e specifiche della
pratica clinica quotidiana del mondo reale (real
world medicine). Tali variabili originano in massima
parte da particolari caratteristiche dei pazienti, soprattutto
se anziani (coesistenza di numerose patologie
croniche, disabilità, disturbi cognitivi e/o
dell'umore che possono limitare l'aderenza, regimi
polifarmacologici complessi), ma anche da attitudini,
opinioni e orientamenti dei clinici, che non
sono o non possono essere previsti e tenuti in debita
considerazione all'interno degli RCT. A titolo di
esempio si consideri la dimostrazione dell'efficacia
e della sicurezza dei farmaci inalatori per il trattamento
della broncopneumopatia cronica ostruttiva
(BPCO) negli RCT su vasta scala e la si confronti
con la dimostrazione che circa il 40% dei pazienti
anziani con BPCO ha una tecnica inalatoria subottimale
(principalmente a causa della presenza
di deficit della funzione cognitiva) che li espone,
in assenza di un training che coinvolga anche il caregiver,
ai rischi conseguenti al sottotrattamento
(aumento delle riacutizzazioni, dell'uso di risorse e
della mortalità).
Pertanto, mentre i pazienti anziani più complicati
(quelli cioè che è possibile visitare ogni giorno in
qualsiasi ambulatorio o reparto ospedaliero) continuano
a essere sistematicamente esclusi dai
grandi trials, l'osservazione clinica di tali pazienti
suggerisce l'estrema urgenza di confermare (o confutare)
in popolazioni di età avanzata i risultati
dei trials condotti in popolazioni più giovani, allo
scopo di aumentare l'efficacia e la sicurezza dei
complessi regimi polifarmacologici cui tali popolazioni
sono esposte.
Alla luce di queste considerazioni emerge anche
la necessità di modificare in maniera sostanziale
l'approccio e il disegno degli studi sui farmaci da
utilizzare negli anziani. Infatti, un elemento cruciale
nel prossimo futuro sarà rappresentato dalla
capacità di fornire agli anziani risposte farmacologiche
più sicure ed efficaci in condizioni di real
world medicine. Mentre la ricerca scientifica spinge
per ottenere un reale incremento del numero di
pazienti anziani arruolati nei trials clinici, un altro
aspetto non meno rilevante nell'evoluzione della
ricerca farmacologica in ambito geriatrico è certamente
rappresentato dall'utilizzo della valutazione
multidimensionale geriatrica nella metodo logia e nel disegno degli RCT. La Valutazione
Multidimensionale Geriatrica (VMD) è lo strumento
attraverso il quale vengono identificati e
spiegati i molteplici bisogni dell'individuo anziano,
ne vengono valutate le limitazioni e le risorse,
vengono definite le sue necessità assistenziali
e viene elaborato un programma di cura complessiva
per commisurare gli interventi a tale necessità.
Elemento caratterizzante della VMD è
l'interdisciplinarietà, in quanto la sua applicazione
prevede l'intervento contemporaneo su ciascun
paziente di diverse figure professionali e la possibilità
attraverso la sua applicazione sistematica di:
verificare l'efficacia degli interventi terapeutici e
assistenziali; identificare precocemente modificazioni
dello stato di salute; individuare precocemente
i segni di evoluzione verso la fragilità. A
proposito dell'impatto che la VMD può avere
sull'approccio farmacologico al trattamento del
paziente anziano, è interessante notare come in
alcuni settori della medicina tale strumento sia
stato accolto in maniera molto favorevole e abbia
permesso di migliorare i risultati del trattamento
in pazienti anziani oncologici diabetici, cardiopatici,
nonché in pazienti affetti da dolore neuropatico.
Se l'utilizzazione della VMD negli RCT
sembra rappresentare una strategia potenzialmente
efficace, una sua utilizzazione su scala più ampia,
insieme con l'inserimento negli RCT dei pazienti
anziani con comorbidità multiple, potrebbe dare
un importante contributo sulla reale applicabilità
degli interventi farmacologici nella pratica clinica
reale. Infine, un'importante sfida direttamente
connessa all'impiego della VMD è il tentativo di
fornire linee guida per l'utilizzazione di outcome
funzionali nei futuri trials che la Geriatria programma
di disegnare sulla base di due obiettivi
prioritari: migliorare lo stato funzionale degli anziani
e individuare i trattamenti in grado di ridurre
la prevalenza di fragilità e disabilità.
11.3. Stato dell'arte su farmaci e anziano: aspetti problematici
11.3.1. Le reazioni avverse a farmaci
Gli studi osservazionali, condotti su migliaia di
pazienti in una prospettiva di pratica clinica reale,
permettono anche di evidenziare con maggiore
probabilità possibili effetti indesiderati rari, non
osservabili nel corso di RCT proprio per il numero
più limitato di soggetti in essi generalmente inclusi.
È certamente questo uno tra i settori di ricerca
geriatrica più proficui in Italia.
I dati del Gruppo Italiano di Farmacovigilanza
nell'Anziano (GIFA) hanno dimostrato inequivocabilmente
che il numero di farmaci assunti
rappresenta il più importante fattore di rischio
per ADR, sia considerando come outcome le ADR
come causa di ricovero, sia considerando le ADR
incidenti che si verificano durante la degenza,
mentre l'età non rappresenta, di per sé, un fattore
di rischio indipendente, ma si associa a rilevanti
modificazioni della farmacocinetica e della farmacodinamica
che predispongono il paziente anziano
a un maggiore rischio. I principali problemi
nella definizione del rischio di ADR nel paziente
anziano sono quindi rappresentati dalla polifarmacoterapia
e dalle alterazioni della farmacocinetica/
farmacodinamica.
Sebbene il termine polifarmacoterapia sia entrato
nell'uso comune, soprattutto nel campo della Geriatria
clinica, una sua definizione univoca di fatto
non esiste. Nella letteratura scientifica è possibile
trovare definizioni diverse: l'uso di 4 o più farmaci,
l'uso di farmaci senza una chiara indicazione clinica
o, più frequentemente, l'uso di 5 o più farmaci.
Quest'ultima definizione sembra essere quella più
utile sul piano clinico, visto che al di sopra della soglia
di 4 farmaci contemporaneamente assunti il rischio
di reazioni avverse a farmaci aumenta in maniera
significativa e indipendentemente da altre variabili.
I dati epidemiologici sull'argomento forniscono
stime inevitabilmente disomogenee, a seconda
della definizione di polifarmacoterapia utilizzata e
della popolazione studiata. In ogni caso, si stima
che un regime polifarmacoterapico sia seguito dal
20-50% dei pazienti ultrasessantacinquenni e che
tale proporzione sia aumentata nel corso degli ultimi
decenni. Le principali ragioni di questo incremento
progressivo della prevalenza di polifarmacoterapia
in età geriatrica vanno ricercate nella comorbilità,
nell'incremento della richiesta di salute anche nelle
fasi più avanzate della vita, nell'enorme avanzamento
delle conoscenze sui benefici di alcuni trattamenti
terapeutici per patologie a elevata prevalenza e nell'eccesso
di prescrizione. Tuttavia, altri fattori possono
contribuire a un incremento del numero di
farmaci assunti. Tra questi, gli stessi eventi avversi
causati da farmaci devono essere menzionati come
possibile causa di prescrizione a cascata quando un
evento avverso viene erroneamente identificato come
un nuovo problema medico e un nuovo farmaco
viene prescritto per il suo trattamento. Vi è poi da
considerare che, tra le cause di questo progressivo
aumento della complessità dei regimi polifarmacoterapici,
vanno annoverate le stesse raccomandazioni
prodotte da alcune linee guida che, per alcune patologie
croniche molto frequenti nell'anziano, suggeriscono
regimi terapeutici composti da 2 o più
farmaci per un trattamento ottimale. Infine, la promozione
pubblicitaria, mirata direttamente al consumatore,
di farmaci utili per il trattamento di patologie
quali osteoporosi, artrosi, dislipidemia e demenza
può anch'essa contribuire ad aumentare la
frequenza di polifarmacoterapia.
L'impiego di un regime polifarmacoterapico complesso
può trovare giustificazione nella buona pratica
clinica quando è in grado di determinare una condizione
di benessere e/o un miglioramento significativo
della salute e dello stato funzionale tale da produrre un invecchiamento in buone condizioni
generali. Tuttavia, bisogna sempre considerare che
lo stesso regime polifarmacoterapico aumenta il rischio
di eventi avversi, interazioni farmacologiche e
ridotta compliance. Il ricovero in ospedale sembra
poi essere una causa maggiore di incremento della
polifarmacoterapia. Infatti, il numero di farmaci assunti
da pazienti anziani ospedalizzati aumenta dal
momento del ricovero alla dimissione di 1 unità,
passando mediamente da 3 a 4, e i correlati principali
della prescrizione di più di 6 farmaci alla dimissione
sono l'uso di regimi polifarmacoterapici
prima del ricovero, la comorbilità complessiva e alcune
patologie croniche, quali diabete, scompenso
cardiaco, BPCO, insufficienza renale e depressione.
Sulla base di tutte queste considerazioni assume
particolare rilevanza la recente dimostrazione che il
verificarsi di almeno una reazione avversa a farmaco
durante la degenza ospedaliera è correlato indipendente
del declino funzionale dal momento del ricovero
a quello della dimissione misurato in termini
di variazione della perfomance nello svolgimento
delle attività basali della vita quotidiana. Questo
dato, insieme alle sopracitate evidenze sul rapporto
tra numero di farmaci e rischio di reazioni avverse,
suggerisce la prioritaria necessità di compiere sforzi
per contrastare la polifarmacoterapia quando questa
non è giustificata da appropriata indicazione. L'uso
di farmaci non necessari come causa di polifarmacoterapia
è un fenomeno tutt'altro che raro. La prevalenza
di utilizzo di almeno un farmaco non necessario
varia tra il 44% e il 64% in casistiche geriatriche,
e in una percentuale variabile tra il 7% e il
16% è possibile rilevare duplicazioni terapeutiche
nel regime farmacologico seguito dal paziente. Solo
un approccio strutturato di VMD è in grado di ridurre
la polifarmacoterapia non necessaria e l'inappropriatezza
prescrittiva rispetto all'approccio clinico
tradizionale. Infatti, tale strumento è in grado di
distinguere in ogni singolo paziente, attraverso l'applicazione di strumenti ampiamente validati, i problemi
clinici prioritari per i quali l'intervento terapeutico
è assolutamente richiesto da quelli secondari
per cui l'intervento può essere procrastinato o non
eseguito, o ancora considerato inappropriato.
Tra le modificazioni età-correlate della farmacocinetica
che predispongono il paziente anziano a
un maggiore rischio di ADR a farmaci idrosolubili,
la riduzione della funzionalità renale ha un
ruolo di primo piano. Peraltro, l'impiego dei livelli
sierici di creatinina (ovvero del parametro di laboratorio
più facilmente disponibile per la stima
della funzionalità renale) per la valutazione della
funzione renale nei pazienti anziani è un metodo
poco affidabile a causa della riduzione della massa
magra che si accompagna sia all'invecchiamento
di per sé, sia a molte patologie croniche età-correlate.
Un indicatore della funzionalità renale utile
per la stratificazione del rischio di reazioni avverse
a farmaci è rappresentato dalla stima della velocità
di filtrazione glomerulare (VFG), che si è dimostrata
un metodo utile per l'individuazione del
paziente a rischio di ADR. Sebbene non sia ancora
stabilita la formula più precisa per il calcolo della VFG nel paziente anziano, sulla base delle osservazioni
sopra riportate si può affermare l'utilità
di stimare la VFG nei pazienti anziani allo scopo
di ottimizzare i dosaggi minimizzando il rischio
di eventi avversi. A tale scopo, in molti Paesi l'automazione
del calcolo della VFG ha trovato grande
diffusione nei laboratori clinici e negli ospedali.
11.3.2. Interazioni farmacologiche
Un altro fattore che contribuisce ad aumentare il
rischio di reazioni avverse è la presenza di interazioni
farmacologiche, definite come: "modificazione
qualitativa o quantitativa degli effetti di un
farmaco causata dalla precedente o contemporanea
somministrazione di altri farmaci".
Esistono molte forme di interazioni farmacologiche
e, in particolare nei pazienti anziani, è possibile riscontrare
interazioni farmaco-farmaco, che sono
anche le più comuni, ma anche interazioni farmaco-
malattia, farmaco-cibo, farmaco-alcool, farmaco-
prodotti erboristici e farmaco-stato nutrizionale.
Anche per ciò che riguarda le interazioni farmacologiche,
l'uso di un numero elevato di farmaci in
pazienti con comorbilità multiple è uno dei principali
fattori di rischio. In uno studio condotto su
pazienti anziani arruolati in 6 Paesi europei, il numero
medio di farmaci utilizzati era pari a 7 e nel
46% dei pazienti era presente almeno una potenziale
interazione che veniva considerata severa nel 10%
dell'intero campione di popolazione. Inoltre, la prevalenza
di interazioni potenzialmente pericolose aumenta
dal 7,8% dei soggetti di età < 55 anni al
18,4% rilevato negli ultrasettantacinquenni. Il numero
di farmaci non è però l'unico fattore di rischio
per interazioni farmaco-farmaco, contribuendo ad
aumentare la probabilità di tali interazioni anche il
numero di medici consultati dal paziente e la contemporanea
assunzione di farmaci a effetto ipotensivo,
sedativo e/o anticolinergico. Inoltre, bisogna
tenere in considerazione il fatto che i farmaci a maggiore
rischio per interazione sono quelli a più stretto
indice terapeutico. Tra questi, farmaci di larghissimo
impiego nella pratica clinica, quali digitale, calcioantagonisti,
antiaritmici, ipoglicemizzanti orali, antidepressivi
ciclici, warfarin, salicilati, analgesici ad
azione centrale, fenitoina, teofillina. Infine, le interazioni
farmaco-farmaco rappresentano un rilevante
problema potenziale ogni qualvolta un paziente anziano
accede al Pronto Soccorso. Infatti, le comorbilità
presenti e il concomitante elevato numero di
farmaci regolarmente assunti aumentano il potenziale
rischio di reazioni avverse quando nuovi farmaci
vengono somministrati in urgenza.
11.3.3. L'aderenza ai regimi polifarmacoterapici
L'aderenza ai regimi polifarmacologici è un problema
di grande rilievo nel paziente anziano. L'aderenza è
legata a molti fattori, ma i dati riguardanti la relazione
tra età e non aderenza sono contrastanti. Per esempio, in uno dei primi trials sull'ipertensione
nell'anziano, lo studio Systolic Hypertension in the
Elderly Program (SHEP), la compliance al trattamento
antipertensivo era migliore nei pazienti anziani
che nei pazienti più giovani. Ciononostante,
circa il 20-50% dei pazienti anziani manifesta non
aderenza alla terapia farmacologica prescritta, rendendo
questo aspetto un problema prioritario nei
processi di cura in età geriatrica. Nello studio europeo
Aged in Home Care (ADHOC), la prevalenza
complessiva di non aderenza era del 12,5%, raggiungendo
valori ragguardevoli nei Paesi in cui il
numero complessivo di farmaci prescritti era più
elevato, quali Repubblica Ceca (33,5%), Regno
Unito (17,2%) e Germania (17,0%), mentre in Italia
la prevalenza era decisamente più bassa (2,8%),
così come il numero di farmaci mediamente prescritti.
In un altro studio condotto su pazienti con
depressione, il 28% circa dei pazienti riportava non
aderenza al trattamento antidepressivo.
La non aderenza può essere definita intenzionale o
non intenzionale. Quest'ultima è più frequentemente
associata a fattori di tipo socio-demografico
e/o a impedimenti fisici al corretto utilizzo dei farmaci.
La non aderenza intenzionale è invece conseguenza
di una valutazione diretta da parte del paziente
sul rapporto tra rischi e benefici di un trattamento
e del grado di accettazione della diagnosi e
della relativa terapia. Tra le barriere in grado di ostacolare
la corretta aderenza alla terapia sono da annoverare
le patologie croniche, la polifarmacoterapia
e i regimi terapeutici complessi, la dimenticanza, i
disturbi cognitivi, i deficit della vista e/o dell'udito.
Nella Tabella 11.2 è riportata una sintesi dei più
importanti predittori di non aderenza.
Tabella 11.2 Predittori di non aderenza
- Problemi psicologici (es. depressione)
- Deficit cognitivo
- Trattamento di malattie asintomatiche
- Follow-up o dimissione inadeguati
- Effetti collaterali
- Scarsa fiducia nei benefici del trattamento
- Scarsa consapevolezza di malattia
- Razza non caucasica
- Cattivo rapporto medico-paziente
- Complessità del trattamento
- Costi elevati e/o compartecipazione alla spesa (ticket)
La non aderenza alla terapia è uno dei principali responsabili del fallimento terapeutico nel paziente anziano. Si consideri, per esempio, che la non aderenza al trattamento antipertensivo è molto frequente in Italia (circa il 50%), che il numero di farmaci aumenta il rischio di non aderenza e che solo i pazienti con elevato grado di aderenza al trattamento antipertensivo sperimentano i benefici di tali farmaci in termini di riduzione dei rischi. Per questi motivi, numerosi studi hanno valutato l'efficacia di varie strategie d'intervento mirate al miglioramento dell'aderenza. Tra queste, la riduzione del numero di dosi, l'uso di strumenti per ridurre il rischio di dimenticanze nell'assunzione dei farmaci, gli interventi educativi, la supervisione da parte di staff clinici e/o di farmacisti. L'utilizzo di combinazioni di dosi fisse di farmaci può essere particolarmente utile nel migliorare la compliance in pazienti anziani con patologie che richiedono generalmente un approccio integrato con più farmaci, quali scompenso cardiaco, diabete, cardiopatia ischemica. Altri strumenti mirati al paziente e/o al caregiver basati su protocolli strutturati di supporto più o meno complessi sono stati studiati riguardo alla loro efficacia nel migliorare l'aderenza. Tuttavia, al momento l'efficacia di tali strumenti è risultata piuttosto limitata.
11.3.4. I farmaci potenzialmente inappropriati
La qualità dei trattamenti farmacologici rappresenta
un problema di primaria importanza. Tale
aspetto riveste particolare rilevanza nei pazienti anziani che, per i motivi già citati, hanno un maggiore
rischio di sviluppare eventi avversi rispetto
alla popolazione giovane-adulta. Per tali motivi,
particolare attenzione è stata rivolta alla ricerca di
strumenti che possano essere di ausilio per il medico
nella propria pratica clinica quotidiana nella
scelta del farmaco più appropriato. Uno degli approcci
più diffusi al problema dell'appropriatezza
prescrittiva è rappresentato dalla raccomandazione
di evitare l'uso di farmaci considerati potenzialmente
inappropriati. Un farmaco viene generalmente
considerato potenzialmente inappropriato
quando il rischio di eventi avversi supera il beneficio
del trattamento, in particolare quando è disponibile
un'evidenza scientifica a supporto di
un'alternativa di trattamento più sicura e/o efficace
per la stessa condizione clinica. Questa definizione
concettuale è stata utilizzata, per esempio, per la
compilazione dei criteri di inappropriatezza di
Beers, pubblicati per la prima volta nel 1991 e
successivamente aggiornati nel 1997 e nel 2003.
Tali criteri sono stati compilati utilizzando il metodo
Delphi e comprendono due liste di farmaci
che dovrebbero essere evitati nel paziente anziano:
la prima elenca una lista di farmaci considerati
inappropriati indipendentemente dalle condizioni
cliniche presenti nel paziente, la seconda una lista
di farmaci considerati inappropriati per il paziente
anziano in presenza di determinate condizioni cliniche.
Pur rappresentando la misura di inappropriatezza
più diffusa nella letteratura scientifica internazionale,
i criteri di Beers non rappresentano
il solo metodo disponibile, e probabilmente non
rappresentano neanche il metodo migliore. La loro facile applicabilità su database riferiti
a studi osservazionali ha certamente contribuito
alla loro diffusione per la stima della prevalenza
d'uso di farmaci potenzialmente inappropriati nei
vari setting assistenziali. Per esempio, nello studio
AdHoc la prevalenza d'uso di farmaci potenzialmente inappropriati secondo i criteri di Beers era
globalmente del 20%, con profonde differenze tra
i vari Paesi europei coinvolti e con l'Italia seconda
(26,5%) solo alla Repubblica Ceca (41,1%) per
prevalenza di prescrizioni inappropriate.
Tuttavia, i criteri di Beers comprendono numerosi
farmaci di scarso utilizzo o addirittura non presenti
nel prontuario in Europa. Inoltre, gli studi condotti
in Italia sul rischio di ADR in relazione all'uso
di farmaci contenuti nelle liste dei criteri di
Beers non hanno rilevato alcun incremento del
rischio. Infine, i criteri di Beers non prendono in
considerazione alcuni problemi particolarmente
rilevanti nell'anziano, quali la sottoutilizzazione
di farmaci efficaci, le interazioni farmacologiche
e l'impiego di farmaci duplicati. Proprio per questi
motivi la misurazione dell'inappropriatezza nell'uso
dei farmaci è stata recentemente oggetto di
iniziative europee volte alla ridefinizione di criteri
che rispondessero all'esigenza di una maggiore applicabilità
clinica. Fra le iniziative di maggiore rilievo, da segnalare lo sviluppo dei criteri STOPP
(Screening Tool of Older Persons' Prescriptions) and
START (Screening Tool to Alert Doctors to Right
Treatment). Tali criteri individuano il rischio di
ADR che determinano ricovero ospedaliero in pazienti
anziani in misura maggiore rispetto ai criteri
di Beers. Altre importanti iniziative sono attualmente
in corso in Italia e riguardano lo sviluppo
e la sperimentazione di nuovi indicatori di inappropriatezza
farmacologica per il paziente anziano
[Progetto Development of new CRiteria for Inappropriate
Medication in the Elderly (CRIME) e
Sviluppo indicatori del Geriatric Working Group
dell'Agenzia Italiana del Farmaco].
11.3.5. Sovratrattamento e sottotrattamento
Se si considera a titolo di esempio una paziente di
70 anni affetta da ipertensione arteriosa, pregresso
infarto del miocardio, depressione, diabete mellito e osteoporosi, una combinazione di patologie tutt'altro
che rara in età geriatrica, l'applicazione delle
linee guida per patologia richiederebbe la prescrizione
del seguente regime terapeutico farmacologico:
acido acetilsalicilico, ACE-inibitore, betabloccante,
difosfonato, vitamina D, calcio, diuretico,
inibitore selettivo del reuptake della serotonina
(selective serotonin reuptake inhibitor, SSRI), statina,
sulfanilurea, metformina e/o tiazolidinedione.
Tutto ciò senza considerare eventuali altri farmaci
assunti per il controllo di sintomi, quali dolore,
dispepsia, insonnia. Se si guarda alle linee guida
da questa prospettiva, ci si rende facilmente conto
che la stessa medicina basata sull'evidenza contribuisce
in maniera significativa alla politerapia e
pone nella pratica clinica il reale dubbio se ciò che
è certamente meglio per il trattamento della singola
patologia sia poi anche meglio per il trattamento
del paziente quando questo è anziano e affetto da
numerose patologie croniche.
Molti aspetti di questo argomento sono tuttora
oggetto di dibattito nella letteratura scientifica e
non è possibile elaborare raccomandazioni guidate
esclusivamente dall'evidenza. Tuttavia, alcune considerazioni
meritano di essere sottolineate. Prima
fra tutte quella relativa alle preferenze che il paziente
anziano esprime riguardo alle strategie di
trattamento, agli obiettivi e al grado di rischio di
eventi avversi che intende tollerare. Le evidenze
che vanno emergendo in questo settore sembrano
indicare che i pazienti anziani con patologie croniche
multiple rappresentino una popolazione
estremamente eterogenea riguardo ad outcome
quali l'allungamento della sopravvivenza o la prevenzione
di eventi patologia-specifica o ancora la
prevenzione di outcome specifici per la popolazione
geriatrica, quali il declino funzionale fisico e
cognitivo. Altro aspetto di grande rilevanza è la
già citata sistematica esclusione dei pazienti anziani
dai trials clinici randomizzati su cui si basano le linee guida per patologia e la conseguente ridotta
generalizzabilità delle stesse. Infine, la presenza di
patologie coesistenti viene riconosciuta nelle linee
guida se tali patologie aumentano i rischi associati
alla patologia di base o influenzano il trattamento
e/o la prognosi. Tuttavia, spesso la presenza di patologie
multiple coesistenti produce raccomandazioni
per l'uso di ulteriori farmaci, anche in quelle
condizioni in cui l'attenta selezione tra le opzioni
terapeutiche disponibili potrebbe portare all'utilizzo
di un minore numero complessivo di farmaci,
senza chiare indicazioni di priorità di un farmaco
rispetto a un altro. La vera sfida per la pratica clinica
consiste quindi nell'individualizzazione della
terapia farmacologica e rappresenta una priorità
assoluta nel paziente anziano. La conoscenza dei
trattamenti più efficaci per il trattamento delle patologie
più frequenti in età geriatrica resta un elemento
irrinunciabile. Tuttavia, in assenza di chiare
raccomandazioni basate sull'evidenza, il buon senso
clinico resta sovente l'unica guida che possa aiutare
il medico ad attraversare lo stretto passaggio tra
un eccessivo uso di farmaci (con conseguente aumento
del rischio di eventi iatrogeni anche catastrofici)
e la negazione di trattamenti potenzialmente
efficaci. Tuttavia, è sempre necessario tenere
in considerazione alcuni fattori che possono aiutare
nell'ottimizzazione dei trattamenti: come già affermato,
la sistematica applicazione della VMD
può guidare la revisione del regime terapeutico a
ogni controllo clinico e fornire importanti indicazioni
sull'atteggiamento terapeutico da seguire e
sulla possibilità di ridurre la polifarmacoterapia e
l'uso inappropriato dei farmaci.
Particolare attenzione meritano, da questo punto
di vista, i pazienti che si approssimano alla fine
della vita: per questi pazienti è logico scegliere farmaci
che siano in grado di produrre un beneficio
realistico nel breve termine in accordo, quando
ciò è possibile, con gli obiettivi e le preferenze proposti dal paziente. In questo caso l'attenzione viene
focalizzata sul miglioramento della qualità della
vita e del comfort e sulla riduzione dei fastidi che
determinati farmaci possono provocare e dei costi.
Anche in questo caso la prescrizione ottimale si
basa su considerazioni che riguardano efficacia e
sicurezza, ma con un occhio più attento alla probabilità
di ottenere un reale beneficio e agli obiettivi
terapeutici. Un modello di decision-making
potrebbe essere quello proposto nella Figura 11.1.
Il modello rappresentato prende in considerazione
fattori legati al paziente (aspettativa di vita e obiettivi
della cura) e fattori legati ai farmaci (tempi
per ottenere benefici e target di trattamento), costruendo
una piramide che a ogni livello individua
i farmaci appropriati. Alla base della piramide si
trovano i pazienti anziani con la maggiore aspettativa
di vita e per i quali è disponibile un intervallo
di tempo sufficiente per ottenere benefici
significativi di un trattamento. In questa situazione
le aspettative del paziente sono quelle di prolungare
la sopravvivenza e il target del trattamento deve essere assolutamente corrispondente. Si tratta
di quei pazienti anziani che potremmo definire
"robusti", nei quali il sottoutilizzo di farmaci potenzialmente
efficaci sulla base di criteri puramente
anagrafici non può essere in alcun modo
giustificato. Man mano che si sale nella piramide,
l'aspettativa di vita si riduce, così come le aspettative
del paziente. La conseguenza sarà rappresentata
dal restringimento del piano che nella piramide
rappresenta i farmaci appropriati, dalla
necessità di prendere in considerazione solo farmaci
che possano avere benefici nel breve termine,
privilegiando un approccio palliativo orientato al
controllo dei sintomi, della qualità della vita e del
comfort. Si comprende, quindi, come l'ottimizzazione
della terapia farmacologica nel paziente
anziano possa essere particolarmente complessa,
richiedendo particolare attenzione e sensibilità.
Infatti, molti eventi avversi provocati dai farmaci
complicano ulteriormente le condizioni cliniche
di pazienti che, a causa di gravi patologie di base,
hanno già un'aspettativa di vita molto breve e sono dovuti a farmaci il cui utilizzo è talvolta opinabile.
Un esempio pratico è rappresentato dall'uso
delle statine, farmaci che hanno dimostrato
di produrre benefici importanti, anche nei pazienti
anziani, in molte condizioni cliniche. Uno studio
del Veterans Administration indica che circa la
metà dei pazienti osservati assumeva statine negli
ultimi 6 mesi di vita. Tali dati sembrano indicare
che venga frequentemente trascurato il fatto che
si tratti di farmaci che per produrre un reale beneficio
necessitano di mesi o anni e che per tale
motivo la loro sospensione, in assenza di eventi
coronarici o cerebrovascolari recenti, possa essere
giustificata in pazienti con ridotta aspettativa di
vita. Uno studio molto recente indica che tale fenomeno
non è confinato alla classe farmacologica
delle statine, ma riguarda numerosi altri farmaci,
quali inibitori di pompa protonica, bifosfonati e
antipsicotici, che vengono prescritti con frequenza
pressoché costante durante tutta la durata dell'ultimo
anno di vita in pazienti ricoverati in RSA
nonostante i benefici attesi siano evidentemente
molto scarsi. Lo stesso studio dimostra come si
debba attendere l'ultima settimana di vita perché
si possa assistere a un incremento della frequenza
d'uso degli oppiacei.
Quest'ultimo studio introduce il tema del sottotrattamento.
Per esempio, considerando sempre
le statine, è importante ricordare come l'evidenza
scientifica riguardo ai benefici in termine di riduzione
del rischio di eventi cardiovascolari maggiori
sia favorevole a un utilizzo estensivo di tali farmaci
anche negli anziani (sempre che l'aspettativa di
vita consenta di attendersi un effettivo beneficio),
in particolare nei pazienti con coronaropatia e/o
diabete. Tuttavia, la stessa evidenza si limita alla
popolazione di età compresa tra 70 e 82 anni arruolata
nello studio Prospective Study of Pravastatin
in the Elderly at Risk (PROSPER), mentre i benefici
negli ultraotaantacinquenni sono ancora da studiare nel dettaglio. Vi sono però altri importanti
esempi di sottoutilizzazione di farmaci potenzialmente
utili nei pazienti più anziani: è il
caso, per esempio, degli ACE-inibitori, che anche
nei pazienti anziani con scompenso cardiaco sono
in grado di ridurre in maniera significativa la mortalità,
o dei farmaci per il controllo del dolore,
che anche nei pazienti anziani possono contribuire
a migliorare in maniera significativa la qualità
della vita e a ridurre la sintomatologia depressiva,
o ancora dei bronco-dilatatori nei pazienti anziani
con BPCO stabile e degli antibiotici nei pazienti
con riacutizzazioni bronchiali. Quindi, la sottoutilizzazione
dei farmaci è oggi un problema altrettanto
importante quanto la sovrautilizzazione,
riguardando patologie di frequente osservazione
in età geriatrica.
Gli effetti della sottoutilizzazione sono scontati e
si manifestano attraverso una maggiore incidenza
di eventi (cardiovascolari, respiratori ecc.) a causa
di un minore controllo dei fattori di rischio. Le
dinamiche che producono la sottoutilizzazione
dei farmaci appropriati sembrano essere invece
più complesse di quanto non si pensi. Infatti, la
sottoutilizzazione di farmaci potenzialmente efficaci
anche nell'anziano va considerata come una
vera e propria espressione di inappropriatezza prescrittiva
e uno studio recente ha potuto dimostrare
come uno dei fattori predittivi di sottoutilizzazione
sia rappresentato proprio dalla polifarmacoterapia.
La spiegazione più plausibile di
questa apparente discrepanza può essere legata all'atteggiamento
del medico contro l'inserimento
di altri farmaci in pazienti che già ne assumono
in numero elevato. Viene così a realizzarsi il cosiddetto
"treatment-risk paradox", ovvero i pazienti
che presentano i rischi più elevati a causa
delle loro molteplici patologie croniche sono anche
quelli che meno probabilmente ricevono il trattamento
farmacologico raccomandato.
11.3.6. Prescrizione "off-label"
Viene definita "off-label" la prescrizione di farmaci
registrati, ma con utilizzazione diversa per indicazione,
via o modalità di somministrazione da
quelle previste dalla scheda tecnica. L'utilizzo offlabel
dei farmaci è frequente e investe differenti
aree mediche, quali Oncologia, Cardiologia, Pediatria
e anche Geriatria, specie la Psicogeriatria;
nella maggior parte dei casi tale utilizzazione avviene
senza adeguato supporto scientifico.
È stato stimato che l'uso di farmaci "off-label" sia
molto frequente. Uno studio americano si è focalizzato
su questo fenomeno. In particolare, gli autori
hanno cercato di definire i "modelli" di prescrizione,
in relazione alla diagnosi, di 160 farmaci
di comune utilizzazione. I risultati hanno evidenziato
che nel 2001, negli Stati Uniti, ci sono state
circa 150 milioni (pari al 21%) prescrizioni "offlabel"
del campione di farmaci oggetto di studio.
La prescrizione "off-label" ha riguardato soprattutto
farmaci anticonvulsivanti e cardiologici e
quella con supporto scientifico scarso o nullo è
stata più frequente nelle terapie psichiatriche e
antiallergiche; infine, la maggior parte (73%) delle
prescrizioni "off-label" non era supportata da evidenze
scientifiche sufficienti.
In Italia, la tendenza a utilizzare farmaci "offlabel"
è estremamente diffusa: l'ambito ospedaliero
rappresenta lo scenario maggiormente implicato;
tuttavia, va segnalato un ragguardevole uso anche
a livello ambulatoriale, dove l'entità del fenomeno
raggiunge il 37% dei casi.
La prescrizione "off-label" in Italia è disciplinata
dall'Art. 3 della Legge 94 dell'8 aprile 1998 e
dalla Legge 648 del 23 dicembre 1996, che regola,
tra l'altro, l'uso dei medicinali da impiegare per
un'indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata.
A tale scopo l'AIFA provvede, infatti, a definire e aggiornare, su propria iniziativa o su proposta di
società scientifiche, università, istituzioni sanitarie
e associazioni di pazienti, un elenco dei farmaci il
cui uso "off-label" è rimborsabile dal Servizio Sanitario
Nazionale nel rispetto delle condizioni indicate
per ciascuno di essi nel relativo provvedimento.
Infatti, in casi selezionati la prescrizione "off-label"
può costituire un'alternativa terapeutica ammissibile
per patologie che non rispondono alle terapie
indicate, o per le quali dati preliminari o di pratica
clinica sostengano un loro utilizzo come utile alternativa
tenendo presente, però, quanto disposto
dalla Legge Finanziaria 2008 "Legge 244 del 24
dicembre 2007" e in particolare il comma 348
che recita: "In nessun caso il medico curante può
prescrivere, per il trattamento di una determinata
patologia, un medicinale di cui non è autorizzato
il commercio quando sul proposto impiego del
medicinale non siano disponibili almeno dati favorevoli
di sperimentazioni cliniche di fase seconda".
A questo proposito, si veda per esempio la possibilità
di utilizzo "off-label" degli antipsicotici atipici
nel trattamento dei disturbi comportamentali
associati alla demenza, come da comunicato AIFA
del 12 gennaio 2009.
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